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28 gennaio 2026

È ANDATA BENE, RAGAZZINO di Anthony Hopkins (Longanesi)

Se c'è una caratteristica che ho sempre ammirato in Anthony Hopkins è questa sua rara attitudine di mantenere sé stesso trasfigurandosi nel contempo nel personaggio interpretato. Da L'uomo elefante a Quel che resta del giorno, passando per Il silenzio degli innocenti (per portare alcuni esempi), Hopkins è riconoscibile ma contemporaneamente il personaggio prende una vita tutta sua.

Lo so, sembra un paradosso per farmi sembrare il critico difficilone quale non vorrei mai essere. Però questo suo equilibrio tra identità e immedesimazione mi piace tantissimo. Il cinema è menzogna, ma va fatta bene; e Hopkins sa rendere benissimo la sua parte, con la consapevolezza autentica di far parte della menzogna.

Ecco, questo bellissimo libro mantiene questo stile. Hopkins racconta sé stesso, con l'autentica consapevolezza che un'autobiografia è un racconto leggendario, quindi epico, quindi impossibile nonostante racconti il vero; anche quando si cade, anche quando si perde, anche quando si sbaglia.

L'ho letto in una sola giornata, tornando e ritornando spesso indietro per assaporare alcuni passaggi. Vi auguro vivamente di provare la stessa esperienza emotiva

02 giugno 2024

In-A-Gadda-Da-Vida

Figura ambigua e violenta, Hannibal Lecter è uno dei personaggi più interessanti tra quelli che hanno tormentato i nostri sonni dalla fine degli anni 80.

Sulle sue origini letterarie posso dirvi nulla, visto che raramente leggo questo tipo di romanzi. Sulle sue versioni cinematografiche e televisive, invece, mi trovo a mio agio: oltretutto, l’ho incontrato e inseguito in ordine cronologico.

Quello più noto, interpretato da un gigionissimo/bravissimo Anthony Hopkins, è sicuramente il più strutturato. A questo, aggiungo: la versione di Mads Mikkelsen, che lavora per sottrazione in un’eccellente quanto sottovalutata serie tivù; la sua primissima apparizione cinematografica (poi rifatta da Ridley Scott), dove viene interpretato da un Brian Cox paterno, con il cognome deformato in Lecktor.

Il film s’intitola Manhunter, frammenti di un omicidio (1986), la spigolosa regia è di Michael “Miami Vice” Mann, il profiler è interpretato da William Petersen, che qualche lustro dopo si ripeterà nei panni di Gil Grissom, nella serie CSI (2000-2015).

La bellissima scena finale costringe lo spettatore a restare teso come una corda di violino in pizzo sulla poltrona: accompagnata dall’interludio di sola batteria di In-A-Gadda-Da-Vida (1968) degli Iron Butterfly, grazie a un esemplare montaggio parallelo ci permette di seguire sia i nostri eroi che stanno per risolvere il caso, sia la bella di turno che sta per essere uccisa; in perfetta sincronia con il ritorno del riff del brano, esplode quindi in un insieme di vetri infranti e suoni e colori e spari, per un lieto fine che avrà la canonica coda aperta a nuovi film.

È un brano leggendario che chi ha qualche capello bianco ricorda anche come sigla di RAI Supersonic (qui un assaggio). Della formazione originale del gruppo era rimasto giusto il cantante e tastierista, Doug Ingle: purtroppo è morto il 24 maggio scorso

15 gennaio 2020

l'inciampo tecnico de I DUE PAPI

Per essere una finzione, quella di Fernando Meirelles è appena stata superata dalla realtà: il dibattito sul celibato tra i due papi veri (per interposta persona, peraltro) ricorda molto il primissimo incontro tra Anthony Hopkins e Jonathan Pryce, che nel film è più che altro una demarcazione di territori.
Certo è che I DUE PAPI è un film pregevole, in alcuni momenti di rara genialità.
Però l'entusiasmo si quieta decisamente per almeno due motivi.
Il primo è tecnico: le riprese, chiaramente girate con la camera a spalla! Inutili, fastidiose, artisticamente fuori luogo, buttate là senza stile alcuno: servono solo a distrarre lo spettatore e non sono mai al servizio né della trama né della recitazione.
A latere, non è che la fotografia sia tutta questa gran cosa; ma qui siamo dentro l'alveo del puro gusto personale.
Gusto personale che rimetto di nuovo nella tasca per segnalare l'altro elemento che proprio ho trovato costruito male: i difficili trascorsi di Bergoglio con la putridosa dittatura argentina. 
I tempi narrativi, ma anche la sceneggiatura, rendono i flash-back qualcosa di forzato, di obbligatorio, di inserito a caso e senza criterio narrativo.
Il film, insomma, ha un ritmo ben preciso, una sua flemma intrigante, che non può essere interrotta in questo modo: le variazioni su un tema e gli scarti narrativi meritavano una maggiore cura artistica che qui è mancata totalmente. 
Tant'è che la seconda parte del film si regge solo sulla bravura dei due attori: lo spettatore, infatti, passa dal gustare l'insieme attori/trama al rifugiarsi dentro la sola recitazione; il che non è un buon viatico per un film così pastoso.
Nella gara a chi è più bravo, vince Anthony Hopkins (inspiegabilmente candidato "solo" come non protagonista), per una ragione che ha a che vedere anche con il vero Ratzinger: la sottrazione, il sottinteso, il sottotesto, lo sguardo che dice tutto. 
Da bravo latino, Beroglio è più spettacolare, più mimico, e Price è costretto a rincorrerne certi tratti, perdendo di efficacia recitativa; il papa emerito, invece, è tedesco in ogni suo possibile poro.
Ne consiglio comunque la visione.

02 marzo 2010

Wolfman

Il canovaccio dell'Uomo Lupo è antico quanto l'uomo (vi rimando al wiki italico perché ben fatto), e credo sia tra i pochi ad avere una connotazione sessuale meno spiccata di quanto si possa immaginare, perché c'è di mezzo l'emulazione non voluta, l'infezione non ricercata.
Cioè: mentre il morso del vampiro è seducente ed ammaliatore, l'aggressività ferina dell'Uomo Lupo attiene al nostro terrore di esplorare il nostro lato animalesco, al non voler ammettere le nostre origini, a scansare quanto di bestiale sopravvive in noi. L'unico che ha provato scientemente ad esplorarlo è stato il Dottor Jekyll, ma sappiamo com'è andata a finire.
Certo è che non possiamo neanche assimilarlo all'idea della Bella e della bestia perché lì intervengono fattori differenti, tutt'altro che assimilabili al terrore ancestrale di un ululato.
I film che hanno affrontato l'argomento si sprecano, e a parte un caso straordinariamente felice (di Landis), e uno obbligatorio (con il "piccolo" Chaney, figlio di tanto padre), il resto è da dimenticare, compreso questo con Benicio Del Toro.
Storia vuota e prevedibile, dialoghi oltre il banale, Hopkins insopportabile spalletta, doppiaggio infantile e serioso, musiche già sentite, enfasi zero. Insomma: un'operazione deludente e priva di ogni qualsivoglia appeal
Se avete tempo da perdere, aspettate la sequenza del manicomio, l'unica degna di nota, e nel suo epilogo addirittura esilarante... ma con un blooper grosso così: come mai solo in questo contesto il bestione discerne e distingue le sue vittime, mentre nel resto del film fa un casino che lèvati?