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01 febbraio 2021

IL LIBRO DI TUTTI I LIBRI di Roberto Calasso (Adelphi)

Decimo dei (per ora) undici pannelli della gustosa e multiforme opera in corso di Roberto Calasso, questo Libro di tutti i libri è denso, ricco, evocativo: tra tutti quelli del progetto, forse è il più lineare, senza quelle digressioni, quelle variazioni sul tema - o al di fuori di ogni schema, che intarsiano i pannelli precedenti. 
Non è "solo" un racconto della Bibbia, ma anche il manifesto di un modo di raccontare la religione in una maniera tutt'altro che dogmatica o laica, e nemmeno da studioso asettico: porta in sé, insomma, un metodo di approfondimento che si evolve nel suo stesso approfondire; un libro che cerca se stesso mentre lo leggi, insomma. 
La mia non è solo un'affermazione funambolica: è lo stesso autore che in un'autointervista ha chiarito come questo libro - concepito subito dopo Ka, obbligava a una tale vastità di capitoli così complessi e vasti, che a loro volta meritavano pannelli a parte, più strutturati, che si realizzeranno a partire da K. per finire con L'innominabile attuale
Siamo di fronte, insomma, a una "libro cornice", sulla cui lettura grava (o aiuta) l'aver letto l'intera opera fin qui pubblicata. Se, quindi, Kasch è il dito che indica la Luna - e l'intero opus generato è il percorso tra il dito e la Luna - questo Libro è la Luna stessa, nel disperato tentativo di capire «cosa vi accade» da un punto di vista che non si lasci influenzare dagli altri punti di vista.
Sin dai primi capitoli, che trascendono dall'analisi biblica, sono protagonisti Iahvé (ben oltre il suo simbolo religioso) e il suo complesso rapporto con la futura Israele: dall'imposizione di un re iniziale - che di fatto trasforma gli ebrei da popolo sacerdotale a un regno (con tutti le contraddizioni del caso), al concetto di popolo "eletto" - dove quell'eletto è in relazione al saper «far procedere le storie e la Storia».
Dal "peccato" del censimento ai tempi di David - che di fatto espone i viventi anche al male, all'autentica soggezione provata nei confronti della sapienza degli egizi. Dalle incredibili similitudini con l'India vedica, all'idea di libero arbitrio che tale in realtà non è.
Dal fatto che Iahvé abbia scelto un popolo minuscolo per una gigantesca opera di espansione religiosa prim'ancora che militare, all'idea che la parola "ebreo" non delimiti solo i figli d'Israele. E che dire della potenza simbolica della circoncisione? Circoncisione che però è anche limite al piacere sessuale... E che dire dell'assenza di Giobbe, più che della sua presunta pazienza?
Incredibili, poi, sono le ri-letture di alcuni temi biblici così potenti: l'idea del figlio primogenito come ripetizione del rapporto tra Iahvé e il suo popolo; il peso specifico della Pesaḥ (la futura Pasqua, insomma); il vero significato dell'Esodo o del vitello d'oro o delle proverbiali tavole della Legge; il triste destino di Mosè, che a un'attenta lettura può non essere considerato ebreo ma egiziano!
E qui si apre il primo dei due capitoli che apparentemente escono fuori dalla base di questo saggio: una digressione su Freud e la sua visione di simbolico cannibalismo paterno, che in un suo saggio mira proprio a minare le basi dei postulati ebraici. La figura di Mosè viene dilaniata e riproposta in una versione che nulla ha a che vedere con la tradizione d'Israele. A questo si aggiunge l'idea che non sia stato il popolo ebraico il primo a forgiare il metallo del monoteismo. 
Il secondo dei capitoli fuori dal sentiero di questo testo fa cenno all'undicesimo pannello, che inizierò a leggere tra qualche giorno.
Il saggio chiude con l'inizio della Bibbia e la sua naturale conclusione nell'idea di Messia come necessità antropologica prim'ancora che cristiana.
Calasso, insomma, ha dato l'ennesima prova della sua capacità di mettere in dubbio, di destrutturare, di risvegliare l'anima, ma senza lasciare macerie al suo passaggio o addirittura idee di plastica o convenienti: l'autore obbliga il lettore stesso a rivedere ogni possibile forma di conoscenza, non importa da quale prospettiva.



15 gennaio 2020

l'inciampo tecnico de I DUE PAPI

Per essere una finzione, quella di Fernando Meirelles è appena stata superata dalla realtà: il dibattito sul celibato tra i due papi veri (per interposta persona, peraltro) ricorda molto il primissimo incontro tra Anthony Hopkins e Jonathan Pryce, che nel film è più che altro una demarcazione di territori.
Certo è che I DUE PAPI è un film pregevole, in alcuni momenti di rara genialità.
Però l'entusiasmo si quieta decisamente per almeno due motivi.
Il primo è tecnico: le riprese, chiaramente girate con la camera a spalla! Inutili, fastidiose, artisticamente fuori luogo, buttate là senza stile alcuno: servono solo a distrarre lo spettatore e non sono mai al servizio né della trama né della recitazione.
A latere, non è che la fotografia sia tutta questa gran cosa; ma qui siamo dentro l'alveo del puro gusto personale.
Gusto personale che rimetto di nuovo nella tasca per segnalare l'altro elemento che proprio ho trovato costruito male: i difficili trascorsi di Bergoglio con la putridosa dittatura argentina. 
I tempi narrativi, ma anche la sceneggiatura, rendono i flash-back qualcosa di forzato, di obbligatorio, di inserito a caso e senza criterio narrativo.
Il film, insomma, ha un ritmo ben preciso, una sua flemma intrigante, che non può essere interrotta in questo modo: le variazioni su un tema e gli scarti narrativi meritavano una maggiore cura artistica che qui è mancata totalmente. 
Tant'è che la seconda parte del film si regge solo sulla bravura dei due attori: lo spettatore, infatti, passa dal gustare l'insieme attori/trama al rifugiarsi dentro la sola recitazione; il che non è un buon viatico per un film così pastoso.
Nella gara a chi è più bravo, vince Anthony Hopkins (inspiegabilmente candidato "solo" come non protagonista), per una ragione che ha a che vedere anche con il vero Ratzinger: la sottrazione, il sottinteso, il sottotesto, lo sguardo che dice tutto. 
Da bravo latino, Beroglio è più spettacolare, più mimico, e Price è costretto a rincorrerne certi tratti, perdendo di efficacia recitativa; il papa emerito, invece, è tedesco in ogni suo possibile poro.
Ne consiglio comunque la visione.

15 gennaio 2015

pensieri sparsi intorno a Charlie Hebdo (io, che non so il francese)

Durante la manifestazione di Parigi, erano presenti Neta­nyahu, Abu Mazen, il Re di Giordania, il Presidente del Mali, il Califfo del Qatar... i premier turco, tunisino, georgiano, bulgaro, greco, sloveno, polacco... i ministri degli esteri egiziano, russo, algerino, del Bahrain... l'ambasciatore saudita in Francia... tutti rappresentanti di paesi con serie difficoltà ad accettare le più banali regole democratiche.
Erano comunque Charlie Hebdo?
Ebbene, se eravamo tutti Charlie Hebdo, come avrebbe reagito la nostra Italia alla pubblicazione della vignetta qui a fianco? 
Il Comune di Manfredonia ha organizzato un concorso per vignette satiriche intitolato - guarda un po' - Je Suis Charlie; l'unica discriminante è che non saranno accettate vignette che offendano il decoro pubblico e la religione.
Va bene, la religione va rispettata. Ma quale, una, due o tutte? E, soprattutto: quanto laicamente?
Insomma, a me viene in mente il giornalista robottino che ogni volta che un arabo fa anche e solo una scoreggia, prende il suo bel microfono e va sotto una Moschea chiedendo al fedele di passaggio: "ma lei si dissocia dall'arabo che ha scoreggiato? Cosa ne pensa l'Islam?".
C'è qualcosa non mi torna, insomma. Mia moglie direbbe che amo fare il "bastian contrario". Ma forse la risposta a una domanda che ancora non riesco a farmi proviene dalla battuta di una mia collega: "noi non mitragliamo chi non la pensa come noi".
Quindi, il problema sta nella violenza?
Non voglio ricordare la condizione dei gay in Italia (figuriamoci in ben altri paesi), anche se è comunque una forma di violenza.
Non voglio ricordare quanto sia difficile per una donna lavorare e avere figli contemporaneamente (per non parlare del fare carriera), anche se è comunque una forma di violenza.
Non voglio ricordare il predominio economico e culturale del Vaticano in Italia... né tantomeno - per dirne una - che gli USA hanno una moneta (e il giuramento del Presidente) esplicitamente devoti al dio cristiano.
Dimentichiamoci pure che la cultura cristiana ha massacrato le popolazioni americane. È un evento troppo lontano, ed è ridicolo ricordarlo (oddio, 80 milioni di morti... ma chissenefrega).
Dimentichiamoci pure che la cultura bianca ha umiliato gli africani, annientando le loro culture e deportandone in abbondanza (18 milioni ridotti in schiavi, 18 milioni spariti nel nulla).
Dimentichiamoci pure che la cultura europea ha anche ideato 6 milioni di ebrei gassati, etnie inventate come Hutu e Tutsi che poi si sono massacrate col nostro beneplacito, un milione di armeni uccisi, due guerre mondiali, la divisione arbitraria dell'intera Africa e di buona parte dell'Asia.
Dimentichiamoci di tutto questo, dài: altrimenti facciamo la figura delle zecche rompicoglioni e "bastian contrarie" (che poi lo sono veramente, per carità). 
La domande vera è: sul serio non è un problema con l'Islam? 
Ditemelo chiaramente, però!
Tutto il resto mi sembra una cornice di comodo, un'ipocrita e contraddittoria cornice di comodo.

08 gennaio 2015

l'unico amico di Charlie

Il 12 ottobre del 2010, quelli di Spinoza raggiungono il fondo con un post ributtante. Nel nome, cioè, della libertà di essere liberi, gettano fango e letame contro quattro dei nostri ragazzi saltati in aria su una mina del "nemico" (o comunque di quello che il governo da noi eletto democraticamente ha considerato come tale, perlomeno in quel momento).
Io scrivo le mie rimostranze, e mi becco risposte stupide e sciocche che hanno il significato che hanno. Da quel giorno, non li leggo più. Neanche si accorgeranno di aver perso un lettore, figuriamoci: però ho un cervello e una dignità, e non posso certo sprecarli nel sito di quattro deficienti.
Però: non sono entrato nel loro palazzo, non ho sparato all'impazzata contro nessuno di loro, non li ho nemmeno presi a calci nel culo come avrebbero decisamente meritato.
Perché?
Perché siamo occidentali, un paese democratico, uno Stato libero, ricco di contraddizioni e di storie perlomeno originiali, ma pur sempre dignitoso almeno nella sua essenza teorica. 
Certo, per quelli di Spinoza vale l'antica regola del Marchese del Grillo: problema loro (e dell'intelligenza di chi li legge, è ovvio). Per un paese serio e civile, invece, quello di Spinoza è il tipico sacrificio dell'intelligenza: dare spazio anche a loro, per confermarsi e confermare che la democrazia non può buttare via nulla di se stessa, neanche gli sfinteri.
Vero è che la satira si misura proprio dall'essere capace di spararla grossa senza avere bisogno di appellarsi a un diritto; se la tua parola è forte, il tuo diritto è la tua parola.
Veniamo alla strage di ieri: è vero che la memoria e il rispetto che si deve ai quattro morti di cui sopra non è dialetticamente comparabile con l'importanza ontologica della figura religiosa di Mamometto o di Allah (che poi, non dimentichiamo, per alcuni raffigurare questa figura è già considerato blasfemo); è vero anche che un conto è la sensibilità dei singoli verso i singoli, un conto il rispetto - anche e solo strategico - che si deve nei confronti di un simbolo venerato una un miliardo e mezzo di esseri umani.... ma se tu manchi di rispetto nei confronti di un morto o di un dio, sei solo un coglione. Punto.
Non è che io vengo lì e ti sparo a bruciapelo. Tutt'al più non ti compro.
Su questo, immagino, non ci piove.
Qualche derelitto dirà che sto scrivendo "se la sono cercata". Non è vero. Anzi, prima di aprire bocca, verifichi la sua copia di Lotta Continua di qualche lustro fa: scoprirà chi urlò "se l'è andata a cercare", e avrà qualche simpatica sorpresa.
Né tantomeno voglio mettermi lì a scrivere i "sì, ma" che hanno smosso certi intellettuali da strapazzo.
Però c'è qualcosa che va detto: non aggrappiamoci a delle vignette stupide e blasfeme per difendere la nostra libertà di pensiero. 
Già... perché quella satira è stata "solo" libertà di pensiero, ma non di pensare. Già... pensare significa anche capire che se tu disegni Maometto a pecorina con il buco del culo a forma di stella di David, non hai aggiunto o tolto nulla alla causa democratica né dell'Islam né del mio paese: hai dato visibilità solo alla tua volgarità, peraltro abbastanza facilotta. Punto.
Chi dimentica queste cose per scrivere stronzate come questa (è del 2006, ma è stata ribadita poco fa dall'autore stesso), o come questa, o come questa, sta solo dando spazio al proprio ego, non a un dibattito. Anzi: c'è addirittura chi twitta una sciocchezza come questa 
dimostrando una irritante malafede.
Dov'è che voglio arrivare?
Che adesso sarà più facile difendere i "valori" dell'Occidente, come faceva istericamente la superfascista Oriana Fallaci, non distinguendo diritti e doveri. 
Sarà più facile st(r)ingersi intorno al Vaticano che fino a pochi secondi fa vantava una storia di abomini e di stragi analoghi. 
Sarà più facile ricicciare l'antica idea di Europa superiore all'Islam (ricordate la gaffe di Christian Rocca che blaterò sull'inconsistenza di un'opposizione interna all'integralismo, beccandosi reprimenda da tutti... tanto che ci ha bloccati in massa?).
Sarà più facile uscirsene come il sucitato Costa, pretendendo reciprocità culturale, di obblighi culturali al femminismo, di tante altre cose, ma senza dare un'occhiata al contesto.
Credo si debba affrontare il tutto partendo da altre premesse.
Se è un problema di religione, ogni religione è un problema. Del resto, è anche nelle nostre chiese che mi sento imporre che il dio cristiano è anche mio (che sono ateo) o di un ebreo o di un islamico. E anche "loro" fanno così dalle "loro" parti.
Se è un problema di coerenza democratica, l'Italia ha qualche problema in merito: la nostra reciprocità si è dimostrata leggermente debole, mi sembra.
Se è un problema di difesa dell'identità, mi chiedo a quale identità facciamo riferimento: qui ci si ricorda di essere bianchi-cristiani-occidentali solo in queste occasioni.
Se è un problema di terrorismo, va combattuto come tale. Quindi: militarmente prima, culturalmente poi. Né in Afganistan né in Irak ci stiamo riuscendo, mi sembra.
Se è un problema di convivenza culturale, togliamoceli dai coglioni allora, nella stessa misura però in cui dobbiamo toglierci noi dai loro coglioni. Però, poi, addio libero mercato.
Se è un problema di progresso, il progresso sta nell'essere progrediti e non nel progredire. E allora un Mamometto che la prende nel culo da chissà chi, non mi sembra una prova di satira.
Se è un problema di modernità, vedrete che il popolo italico si sveglierà solo quando si sentiranno cantare i primi razzi israeliani e/o statunitensi.
Quello che voglio dire è che l'11/9 non ci ha insegnato un tubo. Dovevamo uscire da certi vortici, costruire un mondo nuovo e diverso, e invece abbiamo fatto di tutto per peggiorare la situazione.
Se devo ragionare come un giornalista snob rinchiuso nella mia torre d'avorio, provo pena e dolore senza fine per Ahmed Merabet, prima ferito e poi "giustiziato" da uno dei killer. Merabet stava proteggendo con la propria divisa un valore di cui immagino non sapesse neanche l'origine: un valore che per puro gusto della provocazione irrideva la sua stessa religione... un valore che si basava sul capovolgimento di un'antica (presunta) regola volteriana: gli altri devono morire per difendere le mie idee, che se poi mi danno fama e gloria e visibilità eterna, meglio. Del poliziotto di quartiere Merabet, però, non ne parleremo mai più.

04 luglio 2013

i condor e i defunti

Martedì scorso è morto G., 91 anni ben portati, da 34 compagno di mia madre.
Tralascio la premessa che se fossimo stati un paese civile, forse non avrebbe sofferto come ha sofferto questi ultimi otto mesi. Vi racconto cosa è accaduto dopo.
Il tempo di salutarlo, che subito si è presentato un addetto delle pompe funebri, pronto a mischiare sapientemente cordoglio e burocrazia.
Abbiamo proposto ogni possibile semplificazione del cerimoniale, se non altro perché facilitati dal noto ateismo del defunto, mai praticato come la Hack (per dire), ma sempre ben presente nelle sue scelte, e che abbiamo fatto ben presente al tipo, più e più volte.
Nel far passare le fatidiche 24 ore, abbiamo vegliato la sua salma quel poco che bastava per accogliere parenti e amici rimasti. 
Però non gli avevano chiusto bene la bocca e gli occhi, e dal basso stavano già fuoriuscendo cose su cui è meglio sorvolare. Solo l'affettuoso intervento di mio cognato, ha consentito a mia madre di non subire un'umiliazione visiva così dolorosa.
Appena arrivati a Prima Porta, un tipo sciatto e trasandato ci è venuto incontro per altre faccende burocratiche. Intorno all'ufficio, il caos: altri addetti a vociare e fumare, macchine che correvano nello spazio di un fazzoletto e cose simili.
Arrivati, infine, all'area preposta alla cremazione, due tipi con barba incolta, pantaloncini e maglietta stazzonata ci hanno accolti al limitare di un'area dall'aspetto a dir poco imbarazzante: da un lato, un mucchio caotico di fiori abbandonati provenienti dalle bare già consegnate; dall'altra, un cancello per soli addetti ai lavori che sembrava più l'entrata di un garage condominiale di periferia che un luogo in cui presumibilmente termina il viaggio dei morti e inizia il dolore totale dei vivi.
Ultima chicca: solo in quel momento ci siamo accorti che sulla bara avevano comunque imposto una croce.

update in forma leggermente ridotta, questo intervento è stato pubblicato sulla prima pagina della Cronaca di Roma di Repubblica (addirittura in spalla)

28 maggio 2012

questo papa così solo

Come ateo non militante (anche perché la “militanza” sarebbe una contraddizione in termini), provo una profonda pena per questo papa, perlomeno per la figura che sta uscendo dalle interviste e dalle inchieste portate avanti da Repubblica.
Non ho una grande simpatia per questo papa, né tantomeno per il precedente (di cui brutalmente si potrebbe dire che Ratzinger fosse il suo braccio ortodosso, quasi “armato” direi): però vedere che in Vaticano regnano quelle stesse piccinerie umane, quella brama di potere così prepotente, questa lontananza dalla freschezza del Vangelo e della figura di Gesù, mi fa sorridere amaramente. Mi passa la voglia di dire “l’avevo detto io”.
A me piacerebbe “sfidare” la Chiesa Cattolica in ambiti più consoni: della filosofia, della morale, dell’ingerenza continua nelle nostre umane quotidianità.
Non è divertente né rassicurante assistere, invece, a queste contraddizioni terrene e poco edificanti: ci restituisce un’idea di Chiesa in crisi di identità da più tempo di quanto non appaia, di mancanza di forza e di strategia, di disattenzione totale per il ruolo di guida spirituale che inevitabilmente ha o dovrebbe avere.
Non vorrei incorrere nell’errore sciocco e banale che in fondo è questa la vera Chiesa che un ateo si aspetta e che biasima, che brandisce una croce che non le appartiene e che strumentalizza da sin troppo tempo con i risultati che vediamo e subiamo.
Però è uno sbraco così imbarazzante, che alla fine mi viene voglia di pregare per questo uomo così solo e ridicolizzato. Non so come si prega, è ovvio, né tantomeno ne riconosco l’utilità interiore: però, e alla fine, mi sembra l’unica soluzione praticabile.
Davvero ci siamo ridotti a questo?

20 marzo 2011

laicismo è esplorare

Il principio del pensare e quello del pensiero sono due entità totalmente opposte, quasi inconciliabili. Pensare è un gesto, un modo di muoversi, di sperimentare, di ambire a qualcosa di lontano ed inavvicinabile, che in fondo non verrà mai raggiunto, ma che proprio nel gesto del pensare diventa qualcosa di possibile.
Il pensiero, invece, è statico: esprime cioè se stesso, e quello che vuole significare. Il momento stesso che si decide di esprimere il pensare attraverso un pensiero, già gli si è fatto un torto, proprio perché il pensiero è un sedersi, un ragionare su quello che si è raggiunto, non tenendo però conto dell’orizzonte che si ha di fronte, ma della materia su cui ci si siede.
Il pensare è sperimentazione, il pensiero è un collaudo definitivo.
Il pensare è radice dell’essere umano, il pensiero è rassegnazione alla propria fisicità.
Pensare è essenza, pensiero è sostanza.
La grande differenza tra una società libera e una società democratica, è che nella prima si incentiva il pensare, nella seconda si invoca il pensiero, libero ovviamente, perché se non fosse libero, sarebbe un pensare. Paradossale ma sensato: un pensare non ha bisogno di essere definito “libero”, perché già lo è. Se, invece un pensiero sente la necessità di rafforzare il suo status con l’aggettivo “libero”, è perché sa già di non esserlo.
L’enorme differenza tra una civiltà come la nostra e quella veramente libera è che noi abbiamo bisogno di dirci continuamente quello che siamo; quella libera, no.


04 novembre 2010

sugli uomini e sugli dei

Pure sulle semplici traduzioni dei titoli dei film il Vaticano riesce a imporsi, e magari senza neanche aver mosso un dito.
Il titolo originale di questo film dice esattamente l'opposto della furbata ben poco implicita contenuta nella sua traduzione italiana: qui non si parla di "Uomini di dio", ma "Sugli uomini e sugli dei", che è cosa più complessa, più evoluta, più filosofica, e soprattutto... laica, nel senso greco del termine. E l'apologo finale di padre Christian sta lì tutto a dimostrarcelo, porca paletta!
Non credo che sia un grande film, ma un film che può contribuire ad un dibattito sereno e civile, dove però sarebbe impossibile non trovarsi d'accordo perlomeno su un punto: ogni forma di religione, anche la più civile possibile, è un atto di imposizione. Che poi uno la condivida o no, è un'altra cosa; l'importante è che non costringa gli altri a quella condivisione.
Ed è forse questa la chiave dell'ottima sequenza in cui Christian e il "terrorista" si incontrano la prima volta.
Più in generale, chi ha sceneggiato questo film sembra consapevole della minaccia della moltitudine di ovvietà che avrebbe potuto incontrare, tanto che il pathos si apre timidamente - e quasi da solo, senza spintarella - solo dopo la sequenza dell'elicottero. Tant'è che ne consiglio una visione distaccata, altrimenti la lentezza iniziale potrebbe risultare addirittura snervante.
Per il resto, grandi attori, fotografia discreta, una regia un po' distratta, un'ottima scelta dei brani religiosi (ti aspetti che arrivi da un momento all'altro il sassofono di Jan Garbarek), e... poca retorica. Vivaddio, è il caso di dire.


20 settembre 2010

il costo della salute

Di questa lunga esperienza ospedaliera ne racconterò tante. Ma forse quella che dovrebbe far riflettere è la quantità assordante di sprechi che un malato vive sulla propria pelle, che anziché confortarlo per tanta messe di guaritori al suo servizio, lo disorientano ancor più. 
Appena arrivato all'Ospedale Romano (non dico il nome, ma notoriamente è costruito sopra il più antico hospitales che si conosca in Europa; basta e avanza...), nessun medico o paramedico o portantino si è minimamente proccupato di eventuali mie peculiarità di qualsivoglia sorta. Per due giorni e mezzo sono stato, insomma, alla mercé di me stesso e dei mille rischi che si corrono quando si è malati.
Certo, la stanza era divisa per quattro letti accuratamente sseparabili da potenziali tende, da frigoriferi e televisiori personali, da un bagno eccellente... una prigione dorata, insomma: ma - appunto- dove sarebbe prevista un minimo di accoglienza perlomeno preventiva, ho ricevuto solo il silenzio di un'assenza professionale veramente sconfortante.
Nodo centrale del tutto: nessun specializzando mi ha fatto un'anamnesi di entrata. Nessuno. Come capita, invece, in qualsivoglia ospedale di qualsivoglia condizione in qualsivoglia giorno della settimana.
La mattina del lunedì tre medici medici e un presumibile caposala sono entrati nella stanza, senza salutare né tantomeno senza presentarsi, e dandomi le spalle hanno stabilito che mi avrebbero operato ad un'ernia... mentre il mio problema era di ben altro tipo.
Nel pomeriggio un altro medico ancora ha preso in dote la mia documentazione pregressa, interpretandola a modo suo e senza interrogarmi, restituendomela poco dopo senza proferire neanche un vaffanculo di ruolo.
Poi un altro medico mi ha fatto un'anamnesi dozzinale solo dopo quattro giorni, rileggendosi la documentazione pregressa, e reinterpretandola a modo suo, intervistandomi sì, ma sulla Rai.
Poi un altro medico mi ha fatto una visita di controllo neurologico, ribadendo esattamente quanto era scritto in documenti vecchi di tre giorni.
Poi un altro medico mi ha fatto la visita per stabilire l'anestesia.
Poi un altro medico mi ha fatto l'anestesia.
Poi un altro medico mi ha operato.
Poi un altro medico mi ha dimesso.
Quanti posti assegnati, eh? 

01 giugno 2010

Don Mario Picchi e l'Impero della Solitudine

Quand'ho saputo della morte di Don Mario Picchi, mi son sentito fisicamente uscire da un incubo, un incubo iniziato nel 1985. Ma purtroppo i gravissimi danni che ho subito nella mia vita, quindici inutili mesi a fare il volontario nel suo Impero della Solitudine, quelli non me li restituirà mai nessuno. Così come nessuno potrà più restituirmi quel mio sorriso ingenuo ed entusiasta che tutti i diciottenni dovrebbero avere e che purtroppo persone come Don Mario Picchi provano caparbiamente a distruggere e mortificare. Che poi io ne sia uscito fuori, e che abbia continuato nelle mie lotte è tutta un'altra cosa. Ma quella ferita, quella piaga costantemente cosparsa dal suo arrogante sale, resta, dolorosamente resta nella mia memoria.
Ne sentii parlare dalla mia prof di biologia (una che comunque era contro l'aborto, e che era convinta che una donna se vuole può non farsi stuprare), e forte della mia volontà di impegnarmi nel sociale, di dare e dire la mia, andai subito nella sua sede a Piazza Cairoli a chiedere se potevo svolgere il Servizio Civile accanto a lui. Attenzione: essere obiettore e fare il Servizio Civile. Troppi scemi dicono fare l'obiettore; che invece è simbolo di furbizia all'italiana. Ma tra poco ci torniamo.
Fatto sta che iniziai una lunghissima gavetta dentro l'ufficio del suo bimestrale. Forte delle mie sperienze giornalistico scolastiche, dell'essere papabile di accettazione all'Accademia degli Incolti e dell'aver frequentato corsi con maestri come Biagi e Roidi, la cosa capitava a fagiolo. L'inizio fu strano, ma sensato: anziché sfruttarmi come redattore - seppur imberbe ma motivatissimo - mi schiaffarono a tagliare e incollare pezzi di giornale. Va bene: la gavetta deve essere anche questo.
Ma il salto di qualità era aggravato da limiti che di sensato non avevano nulla, né di meritocratico. Sì, traducevo testi, ripulivo materiale tradotto, organizzavo i rapporti con altre riviste. Ma niente di così vicino al mondo della tossicodipendenza. Attenzione: è vero che io non ero e non sono uno psicoterapeuta; ma è anche verò che un minimo di attività parallela si poteva fare, e in molti la facevano, non per forza formati, non per forza tranquilli.
Son cose difficili da restituire: il mio vero torto non stava nell'assenza di chissà quale qualità, ma nel fatto che non avevo mai fatto terapia. Era come se il mio non essere mai stato un tossico fosse una colpa. Una sorta di mondo al contrario.
In più il mio responsabile viveva dentro un cilicio psicologico, per cui riconoscere un merito, uscire alle 18,00 anziché alle doverose 20,00, sorridere anziché imbronciarsi, sperimentare le altrui bravure, erano tutte cose proibite e vietate.
Fatto sta che mi sentivo a disagio, perché inutile, perché costretto a fare cose che di aiuto concreto potevano pure stare bene all'inizio, ma dopo 9 mesi sapevano di punizione per colpe mai commesse o perlomeno ipotizzate.
Il risultato finale è che per fortuna non ero solo io a vivere questo disagio e durante la primavera accadde il finimondo.
Si rivoltarono i terapeuti pagati poco, i volontari sfruttati, noi obiettori trattati come bamboccetti fastidiosi. In molti ne parlarono durante un'assemblea, ma nel giro di pochissimi giorni la controriforma li colpì tutti, ad uno ad uno, tranne il sottoscritto e un mio collega, perché non potevamo essere ricattati del nostro passato. E già, non essendo ex tossici, che leva mai avrebbe potuto inventarsi Don Picchi per zittirci? Insomma, la comunità si rivelò per quello che era: si passava dalla tossicodipendenza alla picchidipendenza. E se quella di Muccioli era fisica (almeno così sembra), quella di Picchi era psicologica (almeno così la vidi io).
La goccia che fece traboccare il vaso fu quando scoprii che io non stavo facendo il Servizio Civile, ma coprivo insonsapevolmente un giornalista, che così poteva continuare a fare il suo lavoro. Per 15 mesi era come se non fossi esistito, né per loro, né per il Ministero. Ovvio che non potrei mai dimostrare il dolo diretto da parte di Don Mario Picchi, ma quello morale c'era tutto.
Certo è che ero diventato un fastidio, perché ormai consapevole del mio non ruolo. Ho perso il conto delle volte che qualcuno dentro la sede dell'ex Casa del Fanciullo (e non mi chiedete che fine ha fatto quel fanciullo, che è meglio) i soliti ignoti mi hanno bucato le ruote della vespa, oppure l'hanno imbrattata di rosso, oppure mi hanno anonimamente denunciato per ingiurie mai proferite, oppure anonimamente denunciato per un furto commesso da un collega. La mazzata finale me la diede il Ministero, che mi dichiarò Obiettore in un altro ente. E quindi dovevo ricominciare tutto d'accapo: tanto che credo di essere l'unico obiettore ad aver svolto 35 mesi di Servizio Civile. Un incubo totale!
Quando feci notare quest'ultima assurdità a Don Mario Picchi, mi rispose "vabbe', vorrà dire che questi 15 mesi ti son serviti come esperienza di volontariato".
Per fare il mio dovere ancora non mi ero iscritto all'università. Per fare il mio dovere avevo sacrificato 15 mesi di pura gioventù, la migliore. Per un mito della mia adolescenza avevo accettato di svolgere una mansione inutile e priva di crescita spirituale e lavorativa. Per un ideale nobile, ero stato usato per coprire un giornalista un po' furbetto.
Ho tentato recentemente a chiedere al mio ex capo cosa provava ad avermi trattato in quel modo. Ma non ha avuto i coglioni per rispondermi.
Negli anni successivi a quel dramma, ho combattuto ad armi impari contro Don Mario Picchi, non dico per farlo chiudere, ma almeno affinché venisse fuori la verità. Ma ho sempre trovato un muro di gomma. Tra giornalisti, intellettuali, sindacalisti, membri della lega obiettori, radicali... sempre un muro di gomma. Ed evito di raccontare chi/come/perché/dove una mia circostanziata denuncia ufficiale fu cestinata: gli avvocati costano, e il passato è passato.
Concludo con una domanda: come mai nei necrologi non è apparso neanche un nome di un vip, di quelli i cui figli Don Picchi prese in cura?
Quello che mi dispiace è che se esiste un Inferno, prima o poi io e lui ci ritroveremo... non so quanto ad armi pari, però.

18 maggio 2010

chi l'ha scritto?


La “predicazione politica” della Chiesa, dunque, è in larghissima parte centrata sulla morale della vita, della sessualità e del matrimonio e non su virtù – l’onestà, la dedizione, la sincerità, il rispetto, la dignità, il lavoro, l’impegno – che attengono alla dimensione comune della vita e delle relazioni sociali. Se nelle questioni dell’etica pubblica i valori morali, anzi questi specifici valori morali non negoziabili, sono considerati come le vere e indispensabili virtù civili è inevitabile che la “questione antropologica” diventi non solo il principale, ma di fatto l’unico tema qualificante dell’impegno politico dei cattolici. Il risultato è quello di svalutare altre forme di impegno, per cui appare “più cristiano” il politico che si oppone al divorzio breve o al riconoscimento delle unioni gay di chi vive con coerenza di esempio e di testimonianza la propria fede. Sembra diventato più cristiano opporsi ai Pacs che non rubare, non mentire, non mancare ai doveri di giustizia. Da oltre Tevere suscitano più parole di riprovazione e di scandalo i politici che “attentano alla famiglia indissolubile fondata sul matrimonio” di quelli che degradano la vita pubblica fino ai confini - e spesso oltre i confini - del malaffare. Così la Chiesa, ”agenzia morale” per eccellenza nella società italiana, abdica al suo ruolo da protagonista per la crescita di un’etica civile, rispettata e condivisa, volta al bene comune.
[...]
L’occidente libero e liberale ha certo le sue radici culturali e storiche anche nel cristianesimo e nella sua idea di libertà e dignità umana, ma sarebbe storicamente infondato sostenere che quando la società europea si è mossa in direzioni diverse da quelle suggerite e imposte dal Magistero abbia indebolito la propria identità e la propria capacità di coesione e di inclusione. A 150 anni dall’Unità d’Italia, è perfino inutile ricordare che sulle tesi del Sillabo è stata la Chiesa a dovere ricredersi ed emendarsi. Se poi parliamo dell’Occidente libero di oggi – e non di quello delle guerre di religione, dell’inquisizione, della colonizzazione, e della violenza politica totalitaria – penso che esso viva il tempo migliore per la promozione umana e per la libertà cristiana, molto più di quello in cui il “potere” era cristiano e dunque gli individui non erano davvero liberi di esserlo. Per questa libertà e non per la sua immoralità l’Occidente è nel mirino del fanatismo religioso islamista.

Credo che sia fuorviante affermare che divorzio, aborto legale, coppie gay o fecondazione eterologa siano una degenerazione destinata a far perdere di identità, di unità e di forza la società italiana più che l’illegalità diffusa o la mancanza di un sentimento comune di appartenenza civile alla Repubblica, del cui destino siamo tutti artefici.

Nessuna persona libera e ragionevole chiederà mai alla Chiesa, di rinunciare al suo messaggio, alla predicazione, al proselitismo, ma questo uso dei temi bioetici e della morale sessuale possono al più nutrire il neo-confessionalismo politico, non divenire la comune frontiera della moralità civile del Paese.

Peraltro, appare sempre più evidente che la partita dei “valori non negoziabili” si gioca ormai pressoché interamente sul piano politico-legislativo e non su quello pastorale, come se la Chiesa, prendendo atto della sempre più evidente “disobbedienza cristiana” ai principi della morale sessuale e familiare, considerasse necessario ricorrere alla forza cogente della legge per surrogare la scarsa forza persuasiva della predicazione.


Benedetto Della Vedova, uno del Pdl

17 febbraio 2010

Giordano Bruno e la ricchezza della lingua

Scritto originariamente il 17/03/2008, questo post sembra ancora attuale.
Oggi è l'anniversario dell'omicidio di Giordano Bruno, ucciso dagli sgherri del VaticanChiesa nel 1600 a Campo de' Fiori, qui a Roma.

Giordano Bruno e la ricchezza della lingua
Bruno si scaglia contro la Poetica di Aristotele e contro l'interpretazione della Poetica di Aristotele operata dagli aristotelici del suo tempo. Perché Bruno dice che la letteratura non può essere codificata all'interno di griglie rigide, e di opposizioni che distinguono con chiarezza ciò che è tragedia e ciò che è commedia, lo stile umile dallo stile sublime, tra ciò che è poesia e ciò che non è poesia. Bruno si ribella a queste rigide regole.

Alla stessa maniera Bruno si ribella a una concezione della lingua di tipo monolinguistica. Noi sappiamo che a partire dal 1525, con l'uscita delle Prose della volgar lingua di Pietro Bembo, la lingua italiana avrà finalmente un modello letterario unico. Per la prosa Boccaccio, per la lirica Petrarca. Quindi, chi vuole fare letteratura deve ispirarsi rigidamente a questi due modelli.

Quindi, come vedete, da una parte sul piano della teoria della letteratura, dall'altra parte sul piano della teoria della lingua, Bruno si trova a combattere contro un fronte estremamente compatto ed estremamente rigido. Ed ecco che Bruno reagisce a questo fronte proprio come aveva reagito alla cosmologia tolemaica.

E Bruno si scaglia contro grammatici e pedanti, proprio perché la letteratura non può essere racchiusa all'interno di una griglia rigida; la letteratura non può essere racchiusa all'interno di queste regole che i pedanti e i grammatici vogliono imporre. E quindi Bruno rigetta, rifiuta, tutti gli schemi prefissati, tutti i cosiddetti modelli intoccabili ed eterni.

Allora per Bruno la letteratura e la lingua devono invece esprimere l'infinita varietà che caratterizza la Natura; per Bruno, la letteratura e la lingua deve esprimere la forza vitale che è racchiusa in tutte le cose che la Natura anima.

Per cui, se i linguaggi umani sono molteplici, perché la letteratura non deve dare conto di questa molteplicità? Perché la letteratura non deve dare conto di questa ricchezza? E allora, nella visione di Bruno, se i grammatici e pedanti negano il plurilinguismo, negano la varietà, negano lo sperimentalismo, negano il confronto dei linguaggi, negano dall'altra parte le interferenze tra i vari livelli di stile, Bruno al contrario si batte per una letteratura che sia proprio frutto del plurilinguismo, della varietà, dello sperimentalismo, della interferenza tra i vari generi, tra i vari livelli letterari di una letteratura che sia il frutto del confronto della molteplicità dei linguaggi.

Quindi, Bruno considera questa molteplicità come un patrimonio positivo che va salvaguardato, perché tutto ciò che esiste ha diritto di avere cittadinanza nel mondo della letteratura. Per Bruno, quindi, la molteplicità delle lingue, la molteplicità delle concezioni letterarie, la molteplicità della visione della poesia, non è un ostacolo da eliminare, ma è una ricchezza da salvaguardare; è un grande patrimonio positivo da conservare. Ed è per questo che Bruno si scaglia contro i petrarchisti del tempo.

Cosa fanno i petrarchisti? Non fanno altro che ripetere la letteratura ispirata dal Canzoniere di Petrarca. Ripetono le stesse formule, gli stessi vocaboli, lo stesso lessico; non creano mai una parola nuova, rimangono chiusi all'interno di quest'universo definitio "rigido". E Bruno dice che la letteratura che producono questi poeti, la letteratura petrarchista non è altro che una letteratura asfittica, una letteratura incapace di esprimere la forza vitale della vita e della letteratura.



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16 dicembre 2009

ateismo è libertà

Mi sfugge come sia sfuggito il 10 dicembre scorso il lungo intervento di Vito Mancuso su Repubblica. Scritto a ridosso di un convegno internazionale promosso dal Progetto Culturale della Cei con il patrocinio del Comune di Roma, ripassa la lezione del difficile rapporto che la Chiesa ha con il progresso.
Tra le premesse della lunga prolusione, il compagno di libri di Augias scrive:
La sfida della postmodernità alla fede in Dio non è più l'ateismo materialista. Tale era l'impresa della modernità, caratterizzata dal porre l'assoluto nello stato-partito o nel positivismo scientista, ma questi ideali sono crollati e oggi gli uomini sono sempre più lontani dall'ateismo teoreticamente impegnato. Gli odierni alfieri dell'ateismo vogliono distruggere la religione proprio mentre si connota il presente come "rivincita di Dio", anzi la vogliono distruggere proprio perché ne percepiscono il ritorno, ma i loro stessi libri anti-religiosi, trattando a piene mani di religione, finiscono per alimentare la rivincita di Dio.
Non immaginavo si potessero scrivere tante sciocchezze in così poche righe, credetemi.
Andiamo per brevi punti:
  • confondere l'ateismo materialista tipico del sovietismo con le ragioni di chi non crede in dio, è un'operazione furba e maliziosa, che relega le antiche motivazioni degli atei solo dentro al ristretto fulcro della dittatura stalinista
  • confondere la modernità con l'afflato negativo del sovietismo materialista è un'altra scorrettezza dialettica e storica. Ateismo e stalinismo e modernità si saranno pure incontrati, ma ridurre tutti e tre nella stessa stanza, in spazi storici limitati e limitanti, è addirittura ipocrita
  • a latere: modernità e modernismo (brechtianamente parlando) sono due cose diverse. La confusione di Mancuso è sinonimo o di povertà di argomenti o di scorrettezza in nuce, voluta e ricercata (e quindi dialetticamente o giornalisticamente immorale, fate voi)
  • l'"ateismo teoricamente impegnato" NON è l'ateismo vero e proprio che il signor Mancuso butta in caciara alla grande. L'ateismo se è "impegnato" non può essere ateismo, perché l'ateo non si impegna ad imporre niente a nessuno, e vuole/pretende/ha-diritto che anche le religioni facciano lo stesso (cioè che non entrino nelle nostre case a giudicarci di continuo)
  • "Impegnarsi" significherebbe, insomma, il voler stabilire dei parametri di idoneità e priorità morale che l'ateo non può praticare: sconfesserebbe il suo non voler vivere sotto credenze (o non credenze) e di conseguenza il suo non volerle imporre
  • "Gli odierni alfieri dell'ateismo" NON vogliono "distruggere la religione", caro il nostro Mancuso. La religione è cosa nobile e rispettabile: il cattolicesimo, invece, è un'ipocrisia che di religioso ha ben poco, anzi (e di popoli ne ha distrutti, haivoglia)
  • e comunque l'ateo non vuole neanche "distruggere" il cattolicesimo. Riportiamo l'Italia ai tempi sociali di Federico II, e Mancuso vedrà come sia possibile una civile convivenza tra le varie religioni, e anche con atei, sufisti e agnostici. L'ateismo è una scelta privata come privata dovrebbe essere la scelta religiosa. Solo che i religiosi s'impongono al mondo; gli atei non fanno nient'altro che difendere i propri spazi (peraltro in ordine sparso e senza fare i furbetti con l'otto per mille dei cittadini)
  • questa religione cattolica non è certo la "rivincita di dio", anzi: la chiesa è in crisi, il Vaticano è in crisi. Non solo per questioni pedofile (che sarebbe facile tirare in ballo), ma per un'incongruenza visibilissima tra ciò che esiste e ciò che dovrebbe esistere: in mezzo c'è un papa troppo dotto per capire la quotidianità, troppo chiuso per saperla interpretare, troppo arrogante per capire che sarebbe ora di dare spazio alle diversità (non solo quelle omosessuali, s'intende)
  • e se Mancuso vuole vedere invece tra i soli credenti la presunta "rivincita di dio", sbaglia della grossa: politicamente, eticamente e geopoliticamente i paesi con il più alto tasso di credenti dichiarati, sono anche i più retrogadi scientificamente, socialmente e legislativamente... e poco attenti alla moralità (vere e necessarie, s'intende) dei propri governanti
  • gli atei vorrebbero "distruggere la rivincita di dio" proprio perché ne percepiscono il ritorno? E quando mai! L'ateo spera anche nella spiritualità e nella religione, perché l'ateismo è una forma di sperimentazione continua, di viaggiare infinito, di porsi continuamente dubbi, di approfondire ogni singolo atomo delle cose esistenti e di quelle che potranno esistere. Più religiosità c'è nel mondo, e più sarà possibile frequentare i cuori e le menti di chi non conosciamo; più invece i granitici monoteismi continueranno la loro strada verso l'arroganza e la protervia, e con più facilità la povertà spirituale spargerà il proprio sale tra le menti delle persone
  • i "libri anti-religiosi, trattando a piene mani di religione, finiscono per alimentare la rivincita di dio"?!? Vorrei scomodare Bombolo, se premettete (tanto è la profondità dell'argomentare di Mancuso): se mi documento me meni, se non mi documento mi meni; allora menami e la facciamo finita. La prima sciocchezza che mi dicono le persone quando scoprono che sono ateo è "prima devi leggere la Bibbia; poi dopo puoi dire di essere ateo". Al che ci si chiede se loro l'abbiano già fatto... In realtà a me sembra che i libri usciti in questi anni non abbiamo mai attaccato la religione ma gli abusi e l'arroganza del Vaticano (c'è un libretto sui rapporti tra Mafia e chiesa, tra Nazismo e chiesa, tra speculazioni finanziarie (e non solo) e chiesa, tra Berlusconi e chiesa). La domanda è: dov'è l'"attacco" alla religione? Dov'è la "rivincita di dio"? Eppoi: quantunque e qualora fossero veri i deliri di Mancuso, se dio è forte, se una religione è forte, se i suoi credenti sono forti, perché scomodarsi a denunciare un attacco che non potrebbe sortire effetto alcuno? 
  • al di là di queste considerazioni, Mancuso crede che parlare di qualcosa significhi attribuirle una "rivincita"? E allora gli ebrei che parlano della Shoah fanno "rivincere" Hitler? Ma che razza di argomentazioni di partenza usa, signor Mancuso?
Il resto del testo lo trovate qui. Vivaddio (è il caso di dirlo) ci sono meno fesserie di queste di partenza. Ma se questa è la profondità delle persone che devono parlare di fede e ateismo, siamo veramente messi male. Certo, c'è il citato equivoco che per farlo bisogna esserne competenti. Due allora sono le considerazioni: Mancuso non conosce l'"altra sponda"; l'"altra sponda" sa perfettamente che la stretta competenza, il teologismo bibliotecario, la polverosità della dottrina, non hanno lo stesso sapore delle strade e delle genti.
A volte le istruzioni pr l'uso della spiritualità sono così strumentalmente complesse e complicate, che viene voglia di ridere in chiesa durante la funzione.
Ancora una volta Repubblica ha dato fiato a chi poteva dire la sua: avessi scritto io certe cose, o voi, Ezio Mauro ci avrebbe sbattuto la porta in faccia.
E se dio esistesse, in questo preciso istante farebbe saltare la corrente per qualche minuto a casa di Vito Mancuso. Così s'impara.

08 febbraio 2009

sermone sul caso Englaro

Carissimo,

come stai?

Ti mando in allegato il sermone che ho pronunciato stamattina a partire dal testo proposto per oggi dal lezionario, ma che mi ha permesso di parlare di una situazione attuale che sta a cuore a molti.

Il Vaticano non può avere il monopolio su questa e su altre questioni e sarebbe importante che la gente comprendesse che ci sono cristiani che la vedono in modo diverso e che sono solidali con Beppino Englaro e sua moglie Saturna.

Un saluto affettuoso!

past. Sergio Manna 

 

 

Marco 1:29-31

Care sorelle e cari fratelli,

in questo breve episodio Marco ci racconta uno dei primi miracoli di Gesù.

Una donna è a letto afflitta dalla malattia. Gesù arriva, le prende la mano, la libera dalla febbre e la guarisce.

La donna è la suocera di Pietro che subito si alza e si mette a servirli.

C’è chi ha voluto fare una lettura malevola di questo miracolo.

Si tratterebbe di una guarigione maschilista, dettata da bassi bisogni primari.

Gesù e i suoi hanno fame e allora val la pena di guarire la suocera di Pietro, che altrimenti chi preparerà il pranzo?

Naturalmente fare una simile lettura vuol dire applicare categorie di pensiero moderne ad un racconto del I secolo.

In realtà, per la mentalità dell’epoca, quando c’erano ospiti di riguardo era considerato come un grande onore il poterli servire.

Era un privilegio farlo;  un privilegio ed un onore che toccavano alla donna più anziana della casa.

E dunque, per la suocera di Pietro, l’essere ammalata proprio nel giorno in cui un famoso maestro era ospite in casa sua era sicuramente motivo di dispiacere.

Doveva pesarle molto il non poter esercitare l’onore e il privilegio che le spettava, di manifestare l’ospitalità a Gesù mediante il servizio che le competeva in quanto donna più anziana della casa.

E dunque, a bene vedere, Gesù nel guarirla rivela grande attenzione e sensibilità; le restituisce il suo ruolo, la sua posizione.

La guarigione che egli opera non ha soltanto un effetto fisico; ne ha anche uno di carattere sociale, perché reintegra la persona, le restituisce il suo status, la sua posizione, la sua funzione.

Non si tratta di un atto maschilista, ma di un’azione liberatrice che nasce dalla sensibilità e dall’attenzione ai bisogni della persona.

Ecco, qui c’è un punto importante che tocca anche l’attualità.

Essere sensibili e attenti ai bisogni delle persone e compiere gesti di liberazione.

Leggendo questa pagina del Vangelo non ho potuto fare a meno di pensare ad un’altra donna costretta a letto e impossibilitata a muoversi, per la quale però non sembra esserci alcuna guarigione possibile.

Mi riferisco a Eluana Englaro e al clamore suscitato dalla decisione della Corte d’Appello, confermata poi dalla Cassazione, di autorizzare l’interruzione dell’alimentazione forzata e degli altri supporti che la mantengono artificialmente in vita.

Eluana è in stato vegetativo permanente da 17 anni, inchiodata ad un letto, priva di coscienza, prigioniera di un corpo che è diventato il suo sarcofago.

Nel suo caso non sembra esserci alcuna possibilità di risveglio, di ritorno alla vita.

È vero che c’è anche ci esce dal coma. È vero che a Bologna esiste una Casa dei risvegli, dove vengono ricoverate persone in stato vegetativo permanente.

Ma se entro un anno tali persone non si risvegliano si rinuncia a seguirle, perché dopo un anno le speranze diventano troppo scarse.

Per  Eluana di anni ne sono passati ben 17 e ciò che si sta prolungando nel suo caso non è la vita; semmai l’agonia.

Quale gesto liberatorio richiederebbero in questo caso  l’attenzione e la sensibilità ai bisogni della persona?

I familiari di Eluana chiedono dal 1992 che l’alimentazione forzata venga interrotta affinché la loro figlia possa andarsene in pace.

Eluana stessa, prima dell’incidente che l’ha ridotta in quello stato, aveva chiaramente  manifestato  la volontà di non essere tenuta in vita artificialmente se le fosse accaduto qualcosa. L’aver visto un amico in coma l’aveva portata a quella decisione.

Il tribunale, dopo aver esaminato ogni cosa, ha dato finalmente ragione ad Eluana e ai suoi genitori.

Ma la chiesa cattolica e i politici che dipendono troppo dal voto di quest’ultima gridano allo scandalo e non si vergognano di pronunciare parole durissime contro il padre di Eluana e contro quanti intendono, nel rispetto della legge e dell’articolo 32 della Costituzione,  rispettare l’autonomia e la volontà della persona.

Volano parole grosse: si parla di omicidio, di assassinio.

Beppino Englaro, un uomo consumato dal dolore, viene definito con arroganza come un padre snaturato.

E tutto questo nel nome di Dio.

Nessun rispetto per il dolore di quest’uomo e di sua moglie.

Nessun rispetto, nessuna sensibilità, nessuna attenzione ai bisogni della persona.

Autorevoli specialisti affermano che Eluana non soffrirà, perché le funzioni superiori del suo cervello sono intaccate e dunque non può provare né fame, né sete, né dolore; sensazioni che richiedono l’elaborazione della coscienza, cioè proprio ciò che manca a chi ha lesioni cerebrali come quelle di Eluana e si trova in stato vegetativo permanete.

Ma altri specialisti, messi in campo dall’associazione dei medici cattolici, insorgono e prospettano per Eluana una morte atroce: un farla morire di fame e di sete, quasi si trattasse di una persona perfettamente cosciente che viene chiusa in una stanza senza cibo né acqua fino alla morte.

Naturalmente non è così, ma evocare questo tipo di immagini fa certamente effetto sull’opinione pubblica.

A quanto pare anche il governo  ha deciso di cavalcare l’onda e sembra intenzionato a impedire, tramite un decreto, ciò che un tribunale ha legittimamente autorizzato.

E in tutto questo si fa uso e abuso del nome di Dio.

Io ho la sensazione che in fondo a chi ha trasformato questa situazione dolorosa in una battaglia ideologica non importi nulla né di Dio né di Eluana.

E tuttavia voglio provare, soltanto per un momento, a credere alle tesi di chi sostiene che con la sospensione dell’alimentazione forzata e dell’idratazione artificiale Eluana soffrirà.

Questo vorrebbe dire che Eluana sarà cosciente di quello che le sta avvenendo.

Ma allora se sarà consapevole che sta morendo di fame e di sete, vorrà anche dire che è stata consapevole della propria condizione per tutti questi lunghissimi diciassette anni; consapevole di essere in un corpo che non può muoversi, che non può reagire, che non può comunicare in nessun modo con l’esterno, che non può manifestare emozioni, che non può controllare la in alcun modo le proprie funzioni; un corpo divenuto come una sorta di sarcofago.  E in più con la consapevolezza di essere tenuta in quelle condizioni contro il proprio volere, avendo a suo tempo dichiarato apertamente di preferire la morte a tutto questo.

Sarebbe pazzesco!

Come vi sentireste voi se vi trovaste al posto di Eluana e se foste consapevoli di essere in quella situazione da 17 anni?

Vorreste forse rimanerci per altri 40 anni (come vorrebbero i sedicenti “paladini della vita”) o non preferireste piuttosto che quella tortura finisse, anche se si trattasse di morire di fame e di sete?

Cosa considerereste più atroce la morte o non piuttosto il prolungamento forzato della  vita in quelle condizioni?

A ciascuno la sua risposta.  

Da credente evangelico io penso che in questi come i altri casi debba valere ciò che Gesù ha detto ai suoi discepoli, tanto in positivo quanto in negativo:  “Fa agli altri ciò che vorresti fosse fatto a te”, “non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te”.

Cosa vorremmo per noi stessi se ci trovassimo al posto di Eluana?

Il rispetto della nostra volontà o che la nostra volontà venga calpestata?

Se c’è una cosa che mi è diventata quanto mai chiara in questi giorni è la necessità assoluta che nel nostro paese si arrivi al più presto ad una legge seria sul testamento biologico, affinché casi come questo di Eluana (quale che sia il suo esito) non abbiano a ripetersi.

La gerarchia cattolica nel nostro paese appare come un blocco monolitico deciso a difendere la vita anche a costo di prolungare l’agonia di una persona fino all’inverosimile.

In Germania, invece, il cardinale Karl Lehmann, presidente della conferenza episcopale cattolica, insieme a Manfred Koch, presidente del consiglio delle chiese evangeliche tedesche, ha distribuito, un paio di mesi fa, nel duomo di Muenster, un esempio di testamento biologico che riconosce l’autodeterminazione della persona e il suo diritto di rifiutare tutte le procedure che non servono a migliorare la qualità della vita ma soltanto a dilazionare la morte.

Non si capisce perché Ratzinger e i suoi non possano prendere esempio dai loro colleghi tedeschi.

C’è ancora una cosa che mi lascia perplesso nell’atteggiamento di molti cattolici.

Tutto questo attaccamento alla vita, questo volerne impedire la fine naturale in ogni modo, mi sembra davvero in contraddizione con l’affermazione di credere nella resurrezione, in una vita oltre la vita, nell’esistenza del paradiso.

Tutto questo accanimento sul povero corpo di Eluana mi pare indegno da parte di persone che dicono di credere in un Dio misericordioso capace di liberare dalla sofferenza e accogliere chi muore nel suo regno.

Per vie naturali Eluana Englaro se ne sarebbe andata in pace già nel 1992; con metodi artificiali la sua vita è diventata un calvario per ben 17 anni.

L’agire del Signore Gesù Cristo è stato sempre caratterizzato dall’attenzione alla persona, ai suoi bisogni: un agire orientato alla liberazione.

E allora, da credente, mi chiedo (e vorrei chiedere a coloro che stanno manifestando fuori dalla clinica di Udine) cosa sarebbe davvero liberatorio per Eluana; cosa manifesterebbe davvero attenzione alla sua persona e ai suoi bisogni.

Ho iniziato riflettendo su Gesù che prende per mano la suocera di Pietro, la libera dalla febbre e l’aiuta ad alzarsi.

Voglio concludere ora con un’ immagine diversa ma simile.

M’immagino Cristo seduto ai piedi del letto di Eluana, che le prende la mano e finalmente la libera da quel corpo divenuto il sarcofago nel quale è stata prigioniera per gli ultimi 17 anni; immagino Gesù che la libera e l’aiuta ad alzarsi per portarla con sé e donarle finalmente pace e riposo in attesa della resurrezione.

Oggi accenderò una candela e la metterò davanti alla finestra del mio studio e questa sarà la mia preghiera. Spero possa essere anche la vostra.

AMEN

 

26 novembre 2008

l'eretico

Ieri pomeriggio ho avuto l'ardire di seguire i consigli di Cucù Silvio, consumando 240 euro nell'acquisto di un iPod da 120 giga. È vero, professo il Lato Oscuro della Forza affidandomi a Windows, Job mi sta sulle scatole, il suo culto ancor più, ma l'iPod è meglio degli altri lettori mp3.
Cerco di metter ordine nella mia musiteca e ti becco questo pezzo di Morgan/Bluvertigo che non ricordavo più.
I testi fanno impressione, il brano pure.


Solo perchè non credo al mito del casto voto eterno, anzi
desidero ingozzarmi con il seme del peccato
Cristo a voi non appartiene lui, era troppo santo
quella notte insieme a voi con i chiodi in mano c'ero anch'io
E allora basta con giovani porci
rossi in faccia neri in testa, ricchi in tasca
Basta con giovani porci
rossi in faccia neri in testa, sporchi e basta
E poi mi dicono che sono L'ERETICO
io, l'epicureo
E poi mi dicono che sono L'ERETICO
io, l'epicureo
Solo perchè non mi professo detentore di chissà quale verità
Ma non per questo sono vuoto o privo di morale
Ho principi molto saldi, non prego per dolore
E' molto comodo invocarlo solo quando ci fa soffrire
E allora basta con giovani porci
rossi in faccia neri in testa, ricchi in tasca
Basta con giovani porci
rossi in faccia neri in testa, sporchi e basta
E poi mi dicono che sono L'ERETICO
io, l'epicureo
E poi mi dicono che sono L'ERETICO
io, l'epicureo
E poi mi dicono che sono L'ERETICO
io, l'epicureo
E poi mi dicono che sono L'ERETICO
io, l'epicureo
Ah, io, l'epicureo
Ah, io, l'epicureo
E poi mi dicono che sono L'ERETICO
io, l'epicureo

05 settembre 2008

pari opportunità

Mi ci sto impuntando da giorni. Proprio non riesco a uscirne.
Insomma, in Norvegia esiste una sorta di Commissione delle Pari Opportunità. E fin qui, tutto bene, se non fosse per il fatto che è dedicata agli uomini.
Tanto stanno avanti i norvegesi, che una parte consistente dei posti di comando - dalla panetteria sotto casa alla megazienza interplanetaria - è appannaggio delle donne.
Aggiunteci pure che una ministra è sposata, con tanto di figlia adottata. Dov'è la sorpresa? Semplice: la ministra è lesbica.
Del resto il primo cittadino di Berlino è gay, lo era anche quello parigino, così come il leader dei conservatori - dico "conservatori" - olandesi, la candidata conservatrice statunitense alla vicepresidenza è una donna, il candidato progressista statunitense alla presidenza è un nero...
Buon week end.

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05 agosto 2008

5 agosto 1735

L'Indice dei libri proibiti è stato istituto dal VaticanChiesa nel 1559 ed è rimasto in vigore fino al 1966 (curiosamente è l'anno della mia nascita); in questo elenco ufficiale di pubblicazioni ritenute contrarie alla fede o alla morale cattolica è presente il meglio del pensiero della storia dell'umanità.
Vi chiedete come sia possibile che per 400 e rotti il VaticanChiesa abbia perpetuato questo ostracismo chiuso e bieco... be', ne ha impiegati solo 350 per rivedere il processo che condannò quel povero cristo di Galileo Galilei.
Naturalmente ancora nessuno ha chiesto perlomeno scusa per l'omicidio di Giordano Bruno.
Rincuoriamoci comunque: il 5 agosto 1735 viene ricordata come la Giornata dell'indipendenza dei giornali. In questo giorno, infatti, fu assolto l'editore americano Johan Peter Zenger dall'accusa di pubblicazione di scritti sediziosi e diffamanti nei confronti di un governatore.
Pochi anni dopo, nel 1789, verrà sancita strutturalmente la libertà di parola con la Dichiarazione della libertà dell'uomo.


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