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19 ottobre 2024

intorno a GIULI

Quindici giorni fa, il discorso dell’appena insediato Ministro Alessandro Giuli (qui il video - qui la trascrizione) ha generato meme e battute molto divertenti, ma ha anche prestato il fianco ad almeno due considerazioni.

La prima, piccina ma necessaria: fosse stato “uno dei nostri” a esporlo, avremmo gridato al ritorno della profondità in un Ministero così importante, soprattutto per il nostro Paese, così denso di testimonianze culturali di ogni tempo.

La seconda, meno piccina ma altrettanto necessaria: a che punto siamo arrivati se un discorso complesso sia diventato motivo di diffusa ilarità, anziché di plauso per il ritorno alla profondità (sebbene esposta in modo timido, rancoroso e apparentemente non testato)?

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Forse perché l’uomo di cultura non sa comunicare? Oppure non vuole saper comunicare? E quindi, forse anche grazie al social-ismo, sarà sempre più improbabile trovare un uditorio accogliente?

Trentacinque anni fa, entrai in polemica col Professor Guido Aristarco, proprio perché trovavo la sua invidiabile eloquenza troppo complessa e incoerente col suo dichiarato intento di voler arrivare al popolo. Lui rispose, sintetizzo malamente, che è il popolo che si deve elevare e non l’uomo di cultura abbassare. Che, in parte, è anche giusto; altrimenti, si rasenta la banalità.

È un problema antico come è antica l’essenza della sinistra, che di fatto ha generato almeno un equivoco: quel parlo male per darmi un tono, che Nanni Moretti aveva stranamente ben sintetizzato in una scena ormai icastica. E questo darmi un tono, sempre sintetizzando malamente, ha allontanato la gggente dalla cultura, perché è facile per le persone semplici confondere la cultura con chi la racconta o la rappresenta - generando, peraltro, quella facile dialettica di destra che osteggia e fa osteggiare il colto perché il suo stesso status umilia la gggente.

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Oppure sarà sempre così, perché alla gggente interessa poco la cultura.

Quando si dice che le “televisioni di Berlusconi” hanno reso stupidi gli italiani, ci si dimentica di aggiungere che evidentemente era fallito il “nostro” modo di avvicinare le persone alla profondità.

La famiglia Angela ci ha insegnato che si può avvicinare la gggente alle cose belle, presentandole con leggerezza e semplicità; ma è stata un’eccezione, visto che negli uomini di cultura prevaleva il modus vivendi di Aristarco.

Adesso, poi, il social-ismo e l’engagement comportano la sussistenza di bolle artefatte che ci fanno credere di essere all’altezza delle nostre aspettative. E appena arriva un corpo estraneo, come il discorso di Giuli, lo allontaniamo o lo banalizziamo con la derisione.

E paradossalmente, anche le persone di cultura, alimentandosi sempre più solo di sé stesse, perdendo di vista ogni possibile confronto, si stanno sempre più allontanando dalla gggente, perché non dà più senso alla loro preparazione (mediocre, peraltro, rispetto a quelle dei grandi del passato, da Pasolini in su).

Se devi comunicare il bello devi sacrificare il tuo ego; e in questo social-ismo così gratificante, non solo non conviene ma fa paura.

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È un discorso che meriterebbe più argomentazioni, è evidente.

In tutto questo, lungi da me “difendere” Giuli (per quanto trovi patetico presentare il mio curriculum politico per dare valore alle mie parole): alla fine, tra tutti i commenti che ho trovato sensati, spiccano quelli di Daniele Capra (qui) e di Stefano Monti (qui)

05 gennaio 2021

quando Scalfari sbaglia una data

Pochi giorni fa, in un'intervista celebrativa per i 45 anni di Repubblica, Scalfari è incappato in un errore storico da penna blu, affermando che Berlinguer sarebbe morto prima di Moro (potete leggerlo qui a sinistra).
Secondo, poi, alcuni esperti, l'altro errore (più veniale, ma storicamente meno noto) è stato il dimenticarsi che a quei tempi proprio Repubblica pubblicò articoli di fuoco contro il leader DC, accusandolo senza mezzi termini addirittura di corruzione; quindi ben lontana dai toni aulici espressi invece da Scalfari nell'intervista.
Ho avvisato prima la redazione, poi l'ho riportato su Twitter, citando sia Maurizio Molinari che l'account ufficiale di Repubblica (entrambi non hanno risposto), aggiungendo come ospite il noto Pazzo Per Repubblica, anche se non amo certi suoi toni sbrigativi (magari mi sbaglio io, ma preferisco approcci più garbati). Si è scatenata una messe di commenti e di retweet, ma anche di tweet con citazione.
Ebbene, da una parte mi sono sentito in colpa per come sia stato trattato il fondatore di Repubblica (apprensione inutile in questo caso, lo so); dall'altra ho constatato con mano (ancora una volta, per carità) quanto un certo pubblico di Twitter, ahimé numeroso, sia troppo aggressivo e inutilmente maleducato.
Non dico che bisogna essere silenti di fronte alle uscite 
di Scalfari, ormai sin troppo frequenti (ricordo che avrebbe intervistato più volte Papa Francesco, quando invece la Santa Sede ha negato almeno due volte), ma almeno tenere conto che se una persona sbaglia così di brutto vuol dire che c'è qualcosa che non va: si chiama vecchiaia.
E tu puoi essere il Male sceso in Terra, ma io "giovane" ho il dovere di lasciarti andare senza che tu ti faccia del male più di quanto non te lo stia facendo la Vita. E parlo con cognizione di causa, credetemi.
Ma mettiamo caso io stia sbagliando a essere compassionevole, questa storia tira fuori molti dubbi, meno personali e credo più concreti:
- ma Molinari dove stava? Se era distratto, vuol dire che l'intervista era proprio di forma e lui pensava ad altro; ma se non era distratto, cosa gli costava far presente questo e altri sfondoni? E tralascio certe malignità che ho letto in rete, dove qualche beota ha affermato che l'avrebbe fatto apposta, oppure che sia ignorante di suo: Molinari non mi piace, ma non ce lo vedo proprio né a usare questi mezzucci né a steccare una simile data
- dove stava la persona che ha trascritto l'intervista? Distratta pure lei, oppure sciatta, oppure incompetente? Non lo accetto da Repubblica, né quella della mia generazione (sicuramente esemplare sotto molti aspetti) né quella attuale (impresentabile nei contenuti che nella sintassi)
- come mai l'errore è stato corretto solo online e non sul pdf?
- come mai la rettifica cartacea del giorno dopo è stata pubblicata nelle pagine culturali anziché in quella dei commenti, come usa fare?
- come funzionano le verifiche a Repubblica?
- come funziona il customer care di Repubblica? Almeno un tweet di scuse, magari paraculo ma almeno che sappia mantenere quel "patto col lettore" che Repubblica ha perso da anni
Io non sopporto Luca Sofri, è noto, ma ha ragione quando denuncia come questo tipo di esempi così lampanti e incontrovertibili mettano in pessima luce tutto il giornalismo di Repubblica.
Per carità, sul suo ilPost racconta l'omicidio Calabresi in maniera "originale" - e in altri contesti confonde mele e pere; ma quando leggo alcune rubriche del suo giornale so che ho di fronte due elementi nodali: verifica a monte e capacità di mettersi in discussione.
Voglio dire che dopo questo tipo di errori, come lettore, ma anche se fossi un detrattore, mi fa gioco facile rivedere da una prospettiva negativa l'intera messe di informazioni che il quotidiano mi ha proposto negli ultimi tot mesi. Viene spontaneo, no?
Del resto, la Storia lo insegna: ci si ricorda solo delle ultime cose che hai fatto, soprattutto di quelle negative. E questo inesorabile declino verso la banalità e l'approssimazione, Repubblica non lo merita; ma non lo meritiamo soprattutto noi lettori.

08 aprile 2020

Coronavirus, prendiamoci a ceffoni

Il Covid-19 si è portato via anche Lee Fierro.
Non la conoscete?
Invece, sì.
In quel sublime capolavoro che è Lo Squalo (1975; il cui titolo originale era Fauci, decisamente più inquietante), interpreta la mamma del bimbo divorato dal pescione mentre sta sul materassino giallo (scena notissima tra i nerd anche per un uso del dolly zoom da manuale).
Quando capisce che Brody era già al corrente della presenza dello squalo, gli va incontro e gli dà un ceffone. Roba che qui a Roma gli avremmo spezzato gambe, braccia, naso e denti. Insomma, una signora dignitosissima, nonostante un dolore così incommensurabile.
Ebbene, leggendo qui sotto, dovremmo fare una gara per prenderci a ceffoni tutti quanti.   

Sono dati ISTAT

💻 Il 33,8% delle famiglie non ha computer o tablet a casa
     ‣ Il 41,6% tra quelle residenti al Sud
     ‣ Il 39,9% nei comuni fino a duemila abitanti
     ‣ ll 14,3% tra quelle con almeno un minore

🤳🏻 Il 92,2% dei 14-17enni ha usato internet negli ultimi 3 mesi
      ‣ Il 30,2% ha alte competenze digitali
      ‣ Il 3% non ha alcuna competenza digitale

📚 Il 52,1% dei 6-17enni ha letto un libro nel tempo libero nell'ultimo anno
      ‣ Il 46,9% fino a tre libri
      ‣ Il 40,7% da quattro a undici libri
      ‣ Il 12,5 dodici o più libri

🏠Il 41,9% dei minori vive in condizioni di sovraffollamento

Andando oltre gli schemini (che possono non dire tanto): la percentuale di famiglie senza computer supera il 41% nel Mezzogiorno, con Calabria e Sicilia in testa (rispettivamente 46% e 44,4%), ed è circa il 30% nelle altre aree del Paese.
Più elevata nel Mezzogiorno anche la quota di famiglie con un numero di computer insufficiente rispetto al numero di componenti: il 26,6% ha a disposizione un numero di pc e tablet per meno della metà dei componenti e solo il 14,1% ne ha almeno uno per ciascun componente.
Viceversa, nelle regioni del Nord la proporzione di famiglie con almeno un computer in casa è maggiore. In particolare a Trento, Bolzano e in Lombardia oltre il 70% delle famiglie possiede un computer, e la quota supera il 70% anche nel Lazio. Nel Nord, inoltre, la quota di famiglie in cui tutti i componenti hanno un pc sale al 26,3%
Negli anni 2018-2019, il 12,3% dei ragazzi tra 6 e 17 anni (850 mila) non ha un computer o un tablet a casa e la quota raggiunge quasi un quinto nel Mezzogiorno (circa 470 mila).
Il 57,0% lo deve condividere con la famiglia. In questi casi meno della metà dei familiari dispone di un pc da utilizzare. Sebbene la maggior parte dei minori in età scolastica (6-17 anni) viva in famiglie in cui è presente l’accesso a internet (96,0%), non sempre accedere alla rete garantisce la possibilità di svolgere attività come ad esempio la didattica a distanza se non si associa ad un numero di pc e tablet sufficienti rispetto al numero dei componenti della famiglia.
Soltanto il 6,1% dei ragazzi tra 6 e 17 anni vive in famiglie dove è disponibile almeno un computer per componente
Nel 2019, il 92,2% dei ragazzi di 14-17 anni ha usato internet nei 3 mesi precedenti l’intervista, senza differenze di genere. Tuttavia meno di uno su tre presenta alte competenze digitali (il 30,2%, pari a circa 700 mila ragazzi), il 3% non ha alcuna competenza digitale mentre circa i due terzi presentano competenze digitali basse o di base.

Andiamo oltre?

Bisogna fare i conti con il fatto che la spesa sanitaria italiana è ancora decisamente inferiore rispetto a molti altri Paesi europei, e che l’invecchiamento demografico e l’aumento della speranza di vita faranno crescere la domanda di cura. 
Inoltre, c’è anche un livello spinto di attenzione verso la qualità dei servizi sanitari che è in declino e non deve peggiorare: secondo l’ultimo rapporto Euro Health Consumer Index, l’Italia è passata tra il 2010 e il 2017 dal 14° al 21° posto delle 35 nazioni censite a livello europeo, rispetto alle performance del sistema sanitario

Andiamo oltre?

Nei primi sei mesi del 2019 l‘imponibile evaso in Italia è cresciuto del 3,8% con punte record nel Nord dove ha raggiunto il 5,1%. 
In termini di imposte sottratte all’erario siamo nell’ordine di 181,4 miliardi di euro l’anno

Come ciliegina sulla torta, ecco il link per leggere Le previsioni per l’Italia. Quali condizioni per la tenuta ed il rilancio dell’economia? A cura del Centro Studi di Confindustria.

E quindi?

09 marzo 2020

il COVID-19 che abbiamo coltivato per anni

Alle origini di un disastro ci sono sempre uno o più modelli di riferimento. Ed è quasi ridicolo meravigliarsi o far finta di non conoscere le origini del caos, perché il caos ha sempre una sua struttura - e questi modelli sono alla base della coerenza di questa struttura.

Un modello preso a caso è il tasso di alfabetizzazione di un Paese. L'Italia lo ha molto alto (femmine 99,9%; maschi 99,7%), ma da correlare a una scuola dell'obbligo che fa sorridere (fino a 16 anni) e con tassi di abbandono scolastico sconfortanti: la percentuale di uscita precoce dal sistema di istruzione e formazione vede il 14% dei giovani; si tratta di quei ragazzi tra i 18 e i 24 anni che hanno lasciato la scuola dopo aver al massimo raggiunto la licenza media.

A questo, aggiungiamo che il 28% degli italiani è analfabeta funzionale. 


L'80% dei nostri ragazzi legge un libro, ma solo nelle famiglie in cui tale abitudine è già presente; altrimenti scendiamo al 38%.

Abitudine alla lettura che però crolla quando si va dai 40 anni in su: la media italiana vede solo il 41% degli italiani leggere almeno un libro l'anno, ma solo il 12% legge un libro al mese.

Neanche è una questione di prezzi, considerato che sussiste anche l'e-book. Ma qui si verifica un altro problema, collaterale ma significativo: 18 milioni di italiani non hanno internet; 10 milioni non navigano. Quale delle due torte veda unità sovrapposte, è difficile dirlo; ma i due dati sono sconfortanti.


L'Italia è il Paese che confonde Foibe e Shoah, mettendole sullo stesso piano. L'Italia è il Paese dove il quotidiano più venduto stampa 200.000 copie/dì; che poi non significa "acquistate". 

L'Italia è il Paese con solo il 26% degli italiani tra i 25 e i 34 anni in possesso di un diploma universitario. Siamo penultimi nella UE; l'ultimo è la Romania

E abbiamo parlato di numeri attuali. 

Per non andare tanto per il sottile, Democrazia Cristiana e Partito Comunista si sono spartiti l'ignoranza del Paese: anziché debellarla, l'hanno prima compatita e poi indirizzata, mantenendo, per esempio, una condivisa visione antiscientifica che è sempre sopravvissuta a se stessa. Oggi trova il suo alveo culturale nei no-vax, ma è assai più diffusa, sottile e impercettibile.

Ignoranza scientifica e arroganza popolana: mettetele insieme e avrete la gente per strada, anziché dentro le case.

Del resto, anche la Cultura ha subìto un trattamento a dir poco disonesto. Anziché farla percepire come un "piacere", un "gioco", un "diletto", con buona pace di chi asserisce il contrario, la Sinistra si è sempre eretta a sua unica sacerdotessa, con i risultati che respiriamo ogni giorno.


Anziché accompagnare le persone verso la Cultura, la Sinistra l''ha trasformata in una sua rocca da dover "spiegare" agli ignoranti, con scelte intellettuali che privilegiano amici e conoscenti, furberie e incomprensibilità, trasformando ogni senso artistico in una pesante e pedante rottura di coglioni.


Esiste poi un territorio neutro che vede autotutelarsi una trasversale élite di élitari, senza distinguo di tessere. Due bambocci fanno il tiro a segno sulla testa di una povera disgraziata? Scatta la protezione bilaterale.


Al Concorso faccio passare tuo figlio? Bene, ricordatelo quando sarà il mio turno; altrimenti tiro fuori dal cilindro il ricorso al Tar.

Del resto, il Terrorismo italiano ha visto sin troppi irresponsabili giochicchiare con il futuro del Paese, per il solo gusto di giocare a guardia e ladri con coetanei di fazione opposta.


Ne sa qualcosa Calabresi, contro il cui padre si sono scatenati fior di nomi che fino a un lustro fa ci scassavano i coglioni col loro ditino moraleggiante, mentre invece negli anni '70 auguravano la morte alle Istituzioni.

E perché? Perché, come insegna Tomasi di Lampedusa, l'uomo che rappresenta l'ordine non è visto come amico e protettore, ma come simbolo dell'invadenza dello Stato.

Confondiamo le cose con il loro utilizzo, con una facilità così disarmante e totalizzante, che a volte anche il più puro ed idealista cade nella trappola dell'equivoco.

Ma è per primo il nostro Stato di parte ed elitario a mischiare sapientemente doveri e capricci, porcherie e senso dell'istituzione. 

Il grillismo ha confuso i territori, reputando inutile la Sostanza della Formazione, senza invece combattere l'Apparenza dell'Ipocrisia.

Ma, scusate, quando Renzi correva verso il suo Sole, non si comportava allo stesso modo? Regole, buona educazione e rispetto per l'etica: tutte cose belle, ma negli altri.
Io sono io e voi non contate un cazzo, al netto che poi i social lo hanno involontariamente aiutato.

L'Informazione italiana non controlla il Potere, ma lo accompagna o lo dileggia a seconda delle convenienze, generando partitismi che attraverso i social hanno raggiunto modelli soffocanti. Mi ha fatto quasi pena Repubblica (mio ormai ex quotidiano): fino a ieri titolava bordate di panico sul COVID-19; e poi d'un tratto invita alla calma. E nessuno a dirgli quant'è stato ridicolo.


La Criminalità organizzata presidia intere aree dell'Italia (non solo) del Sud? Bene, boicottiamo i calimeri della Magistratura che provano veramente a colpire.

E tutti a dire che però manca lo Stato, manca la Cultura, manca la Scuola. E chi lo dice, magari vivacchia implementando i suoi legittimi guadagni da scrittore con serie televisive che favoleggiano sulla violenza anziché su chi questa violenza la combatte.

Non esiste un solo provvedimento di un qualsivoglia governo - da che sono in vita (1966), che abbia aumentato le spese per la Ricerca, per la Scuola e per la Sanità.


Non ricordo un solo politico che abbia avuto anche il coraggio (magari diplomatico ma fermo e deciso) di dire chiaramente che siamo un popolo con una maggioranza di furbi, di egoisti, di maleducati - e che quindi le regole vanno fatte rispettare con l'urlo anziché con la persuasione.


Il nostro modello di vita è individualista, autoreferenziale, familista e basato sul ricatto reciproco. 

In pochi dicono quello che va detto o agiscono come bisogna agire, perché comunque c'è sempre un granello di sabbia sporca nell'ingranaggio della coscienza comune.

I sindacati italiani proteggono i lavoratori ma non il lavoro. E quando il lavoratore approfitta dei suoi diritti, mai che se ne discostino, figuriamoci.

I nostri figli sono maleducati e incoscienti perché siamo dei genitori incapaci di imporre la disciplina; e se ci prova la scuola - come dovrebbe, volano botte sul professore diligente. 


Applichiamo il metodo educativo steineriano come fosse acqua da bere. 

Non importa se tuo figlio sfascia il bene comune o rompe i coglioni ai pensionati del piano di sotto, perché arriverà sempre lo psicologo da Triennale che ti dirà che i figli sono fragili e che vanno accompagnati. Oppure si presenta l'intellettuale con la fiatella e la barba di un giorno, che saprà avvolgere di paroloni concilianti la tua viltà di genitore senza nerbo.

Siamo schiavi di un finto perbenismo culturale per cui tiriamo fuori i nostri diritti per scansare i nostri doveri. E soprattutto una certa Sinistra - cui purtroppo appartengo - pretende dagli altri oneri e obblighi che non valgono per sé.


I cinema vanno chiusi? E Moretti si fa la sua foto nella sala vuota, perché lui è fico. Anziché invitare alla calma e ipotizzare forme nuove di cultura condivisa, fa il suo bel gesto provocatorio - che se l'avesse fatto la Meloni, tutti a biasimarla.

Del resto, basta andare alla Piazza di Testaccio, per vedere i figli di certi fichetti correre allegri a infettare nonni e passanti.

Siamo il Paese che urla contro l'odio online, ma che ha un'ignoranza digitale che grida vendetta. 

Il primo che si sveglia, spara la sua bella cazzata, senza neanche aver guardato la copertina dei moniti inascoltati di Shoshana Zuboff.

Un Paese perbene è la Nuova Zelanda. Quando ci fu la strage di Christchurch, la Prima Ministra Jacinda Ardern andò ad abbracciare i musulmani del suo Paese anziché lasciarli isolati; e i suoi concittadini la appoggiarono.


Un Paese perbene è come il Giappone: purtroppo molte persone morirono durante lo tsunami del 2011 perché intente ad accompagnare i propri anziani al sicuro: erano troppo lenti e furono travolti inesorabilmente. Noi gli anziani li consideriamo una perdita accettabile.

Un Paese perbene è come reagì la Norvegia quando un folle massacrò a Utoia settantasette bambini: l'intero arco parlamentare invitò a non cercare vendetta, a mantenere comunque vivo il modello di superdemocrazia che caratterizza quell'incantevole Stato.


Qui in Italia, qualche irresponsabile manina fa circolare secretate bozze di un serio provvedimento del Governo, e i giornalisti lo fanno girare immediatamente senza magari imitare i colleghi anglosassoni, che di fronte a casi analoghi fermano le rotative e concordano col Governo stesso come gestire una tale fuga di informazioni.

E adesso abbiamo un provvedimento che fa acqua da tutte le parti perché frutto di ridicole trattative per timori elettorali.

Siamo il Paese Fascista che si vergogna di essere Fascista, ma che corteggia i Fascisti; ma che quando circola una notizia di restrizioni temporanee per il bene di tutti, grida al Fascismo.

Per finire, il dato che dimentichiamo sempre: l'evasione fiscale nel nostro Paese vale il 12% del PIL, più di 100 miliardi di euro. 

E vi meravigliate se centinaia di idioti scappano da Milano per andare ad infettare il Sud?
E vi meravigliate se i milanesi si ostinano a passeggiare sui Navigli o i compagnucci romani di San Lorenzo a perpetuare la loro birrosa movida, imitati dai viziatelli dell'opposto Ponte Milvio?


Ma di cosa parliamo?


04 maggio 2017

sweet funny Valentino Parlato

Ventiquattro anni fa, la mia primissima esperienza Rai: Prima Pagina, Radio3. Sveglia presto, una diretta di un'ora abbondante, giornalisti diversi ogni settimana, un banco di prova emotivo e professionale probante.
Ma io mi divertivo un mondo. Spesso facevo il regista, ogni giorno rubavo con gli occhi le professionalità che mi circondavano: tecnici, registi, speaker, funzionari, ma soprattutto loro, i giornalisti ospiti; una turnazione di uno a settimana... abbastanza per poterci parlare, addirittura raccogliere confidenze, segreti, intuizioni.
Certo, diciamolo chiaramente: il giornalista medio italiano non è proprio simpatico e disponibile; ma ero abbastanza giovane da passare sopra certe cafonaggini sesquipedali, per concentrarmi invece sulla professione. E poi di gente bella ogni tanto ne passava: Valentino Parlato fu uno di questi.

Fumatore accanito, uomo dotto e disponibile, elargiva sapienza e cortesia con impagabile umiltà. Ascoltava tutti e con tutti apriva la sua casa mentale. Nel giro di pochissimi minuti ti faceva sentire a casa, sempre pronto a seguire le tue parole
con la testa leggermente inclinata da una parte, sempre in compagnia delle sue sigarette, sicuro che il suo comunismo dal volto umano fosse veramente l'unica via per ottenere diritti e benessere per tutti.
Valentino Parlato sapeva stare alla radio, sapeva gestire i momenti difficili e sapeva come obbedire alle nostre richieste dalla regia. Ogni ascoltatore era prezioso e unico: a lui dedicava tutto se stesso, prendendo appunti mentali e instaurando un dialogo che seppur fugace era la prova che ogni confronto è possibile, se solo ci fosse umanità da ambedue le parti.
Dei tre miei anni a Prima Pagina l'ho incontrato ogni volta, e ogni volta sembrava ricordarsi di me, dandomi un'importanza assoluta, come la dava a chiunque, facendolo sentire unico e irripetibile. C'era una sorta di cristianità di fondo nei suoi modi, quella che noi atei vorremmo fosse la vera cristianità, che mai ho incontrato invece nei cattolici veri o presunti.
Poi l'ho perso di vista. Giusto una volta l'ho salutato al volo mentre percorrevo il "suo" Rione Monti.
Un bel giorno, 17 anni fa ho avuto la possibilità di lavorare brevemente con Matteo, suo figlio. Certo, ci frequentammo poco - a causa di una sua frattura che lo tenne lontano dai comuni uffici. Una volta gli dissi che gli volevo bene a Matteo, d'istinto; perché essere figlio di quel padre lo raccomandava automaticamente. Il verbo era inappropriato, ovviamente; e infatti Matteo mi guardò strano.
Però era così, ed è così: comunista mangiabambini o no che fosse, Valentino Parlato era un uomo giusto, buono, attento e civile.

C'è un aggettivo che generalmente le donne usano per gli uomini (raramente accade il contrario): "dolce". Ecco, Valentino Parlato era un uomo dolce, dolcissimo. E mi dispiace che sia morto. Tanto.

22 settembre 2015

invitare al sabotaggio è violenza

Onestamente non capisco questa difesa ad oltranza nei confronti di Erri De Luca. 
L'invito al sabotaggio è istigazione a delinquere, non un reato d'opinione. Che poi lo proclami uno che ci sta simpatico, non cambia senso al fatto in sé; anzi, lo peggiora.
Una dichiarazione pubblica raccoglie gli equivoci che semina; e un intellettuale lo sa - o dovrebbe saperlo.
Se Erri De Luca avesse voluto fare il sofisticato - come si atteggia ad ogni respiro, non avrebbe dovuto rilasciare un'intervista così crassa in un contesto così equivocabile, ma esprimerla in un consesso adeguato. Invece, prima l'ha sparata grossa, poi ha fatto finta di ricredersi - come usano spesso alcuni ex di Lotta Continua. A casa mia si chiama "incoscienza"; intollerabile, specie se proviene da un uomo colto.
Insomma, l'appoggio a quei NoTav che sprangano poliziotti e tirano bombe carta, biglie di ferro, fumogeni e chissà cos'altro, è un'evidente avallare la violenza. Che poi a fare certe dichiarazioni sia un intellettuale o un uomo della strada, poco importa. Ma non mascheriamole come fossero un innocentissimo "reato d'opinione". Specie se provengono da uno che già in passato ha giocato con la Storia e la Verità, buttando là frasette incomplete e sibilline sugli Anni di Piombo
Oddio, io non mi meraviglio di questa follia collettiva: non sarebbe la prima volta che a sinistra facciamo i Marchesi del Grillo nei confronti del Diritto e della Libertà. Le regole sono regole, punto. O si rispettano, o si violano. Se le violi, devi avere il senso dell'onore di accettare le conseguenze, senza ammantarti di chissà quale santità, e senza che altri ti erigano statue di esempio morale quando invece hai fatto solo il teppistello con parole al cashmere.
Del resto, basta pretendere un po' di Ordine e di Polizia (certo, non quella di Genova, è ovvio), che i fighetti e i loro sodali scatenano violenze anche e solo verbali contro i "no", anche a quelli più giusti o ovvi.
Ricordate la raccolta di firme di Wu-Ming in difesa di Cesare Battisti?
E quella degli oltre 750 firmatari che uccisero il Commissario Calabresi ben prima che venisse fisicamente ammazzato da Sofri, Pietrostefani e Bompressi? Firmatari che qualche regista cinematografico coraggioso avrebbe definito "conventicole" (perché tali sono, altroché).
Non è cambiato nulla. Anzi, la situazione è addirittura peggiorata: perché i figli di quegli ideologi hanno introdotto sistematicamente un'informazione che racconta le cose a metà, rincorrendo lo stomaco (debole) del pubblico (acritico), dandogli in pasto gli slogan giusti al momento giusto.
A nessuno, però, è venuta in mente un'inutile domanda: di fronte alla protervia di Renzi, a questo suo sistematico e mortificante violentare la Sinistra e i suoi valori, dove stanno Erri De Luca e i suoi supporter? Forse è più facile ringhiare gratuitamente contro un poliziotto che tirare fuori le palle e dire invece NO a questi diessini plastificati travestiti da attori di un improbabile Quarto Stato 2.0.

22 aprile 2015

Anime Nere, una (amara) recensione tardiva

Se non avete visto questo capolavoro, fermatevi qui; altrimenti scoprite come va a finire

È incredibile come già la locandina ufficiale dia un'idea (volutamente?) diversa della trama. È come se il regista volesse giocare con lo spettatore, promettendogli un esito che invece non accadrà.
Dato che non amo far finta di sapere cosa passa per la capoccia di un regista, mi limito solo a sottolineare che questo Anime Nere riduce al silenzio un altro capolavoro: Gomorra, con cui sembra condividere perlomeno l'afflato di una denuncia mai fine a se stessa. 
Ma il confronto finisce qua, per un serie di motivi. Il primo: Gomorra partì avvantaggiato dell'esagerato successo del testo omonimo e da tutte quelle faziose liturgie che hanno ormai mortificato l'identità dell'autore, Roberto Saviano (ormai un'ombra dell'eroe che fu). 
Il secondo motivo è che mentre Gomorra non preclude lo spazio a una possibile speranza, Anime Nere la speranza la irride, la fa a pezzi, la sbriciola. Paradossalmente, e tristemente, è più realista Anime Nere.
Il terzo motivo è la regia: Francesco Munzi è al servizio della trama e dell'idea cinematografica. È spettatore, forse: ma è anche indignato (la penultima inquadratura ne è valido esempio). In Gomorra, invece, si "sente" una voglia di estetismo borioso che spesso cozza con l'invece necessario cronachismo asciutto. Per carità, funziona. Ma io sono convinto che Garrone abbia sempre tenuto un occhio fisso sull'egocentrico successo prefabbricato: paradossalmente, non ha tenuto la briglia sciolta, affidandosi invece alla sicurezza del già noto.
Il quarto motivo sono i protagonisti: in Anime Nere abbiamo a che fare con attori di nicchia, quasi sconosciuti; in Gomorra, invece, c'è stato un gioco delle parti sin troppo ammiccante.
Dato che mi rivolgo solo a chi ha visto il film, posso confessarvi che mi sono sentito una merda per un motivo quasi imbarazzante: ho fatto il tifo per la vendetta. Ho sperato, cioè, che Luigi e Rocco avrebbero lavato col sangue l'affronto subito. 
Non avendo alcuna idea della vicenda - non leggo più le recensioni da lustri (perlomeno prima), mi sono affidato a una visione avventurosa della trama (che però aveva già chiarito cosa voleva dire a un terzo del suo percorso; ma io ho fatto finta di non capirlo).
Certo, il ritmo è decisamente pacato, quasi lento. In realtà, è quel tipo di vivere che mantiene il tempo così dilatato, quasi ripetitivo (anche nei suoi messaggi di morte), raccogliendo intorno alle persone un ambiente desolante e insicuro, sorrisi assenti, ghigni costanti, sfiducia e rabbia, aggressività bestiale mascherata da un pagano senso dell'onore ben ripulito da un simulacro di cristianesimo che neanche il diavolo professerebbe.
Non c'è speranza, dicevo. Non c'è nulla per cui valga la pena di leggere, di studiare, di essere onesti e retti. 
Non c'è speranza, pensavo. Non c'è spazio all'amore, al calore umano. La natura non ha diritti. Le donne non hanno diritti. La politica non ha spazi. O meglio, gli spazi ci sono: le regole, però, sono di questa assordante delinquenza. Non può esistere una politica "pulita" in questo sud così putrefatto: o si è collusi o si mente dicendo di non esserlo.
Io mi chiedo se i nostri politicanti, i nostri garantisti del cazzo, noi borghesucci che ce la tiriamo come pazzi dentro questa finta realtà che è il web... mi chiedo, insomma, se abbiamo capito cosa sia il sud d'Italia, cosa sia veramente la criminalità organizzata, cosa siano le nostre periferie. 
Tanto vale scappare. Tanto vale lasciare che l'Italia muoia delle sue stesse anime senza speranza.

05 novembre 2014

quello che delle donne non dicono

L'altro giorno, appena si è saputa la notizia dell'assoluzione di tutti gli imputati dell'omicidio di Cucchi, i giornalisti de ilPost si sono affrettati a fare un parallelo tra la sua morte e quella di Pinelli.
Al di là della totale mancanza di stile - il direttore del periodico online è pur sempre il figlio del mandante dell'omicidio di chi fu ritenuto a torto il responsabile della morte dell'anarchico (scusate il lungo inciso) - ci sono almeno due elementi nodali di cui nessuno ha tenuto conto.
Il primo è storico: il caso Pinelli coinvolge un modo di essere delle Forze dell'Ordine che sicuramente è cambiato nel tempo, nella forma e nella sostanza. 
È vero che ci sono stati recenti casi terribili - e altrettanti poco noti - che hanno coinvolto una parte consistente delle Forze dell'Ordine (Genova in primis), ma è anche vero che proprio la Storia ha sempre più negato alle stesse Forze dell'Ordine l'alibi del dover agire come vorrebbero perché necessario. Non c'è più il terrorismo interno, insomma; ergo, l'opinione pubblica non è più disposta a chiudere gli occhi.
Ma fino ad un certo punto. C'è ancora una sottile linea invisibile che mantiene molto alta la potenzialità di una deflagrazione incontrollabile.
Infatti, quando le Forze dell'Ordine si lasciano sfuggire di mano la situazione, contano sul fatto che le cause sono in qualche modo ascrivibili alla necessità di risolverle solo con la violenza, perlomeno per come appaiono e per come vengono fatte apparire.
Vedi, appunto, Genova. Vedi, appunto, Cucchi: pensate che dopo la sentenza assolutoria, un sindacalista della Polizia ha solennemente precisato che "Se uno ha disprezzo per la propria condizione di salute, se uno conduce una vita dissoluta, ne paga le conseguenze".
È vero però che le Forze dell'Ordine subiscono anche uno specioso canone di sospensione etica: quella di chi non sopporta la Legge, di cui gli uomini in divisa dovrebbero essere i tutori estremi. 
Ebbene, l'italiano medio non crede nella Legge - nella sua forma più kantiana possibile - e mal sopporta chi la dovrebbe far applicare. In più, gli eredi del '68 - e i loro figlietti - fanno di tutto per sconfessare la Legge - e quindi i suoi tutori in toto - parandosi dietro la furba autorevolezza di un garantismo che invece è di maniera.
Messe insieme le due cose, quindi, abbiamo uno scenario apparentemente nebuloso, sicuramente friabile e comunque estremamente dannoso, che nessun Ministro degli Interni ha (avuto) la capacità - e anche il coraggio, diciamolo - di risolvere. Anche perché, a volte si ha l'impressione che questo doppio pesismo faccia comodo a molti; sicuramente non al cittadino che non viene tutelato, non al milite onesto che fa bene il proprio dovere, non al politico integgerrimo che vuole credere in un'Italia giusta e nel contempo sicura (sempre che esista questo tipo di politico, eh!).
Ebbene, qui mi sento di tirare in ballo il secondo elemento nodale di cui nessuno sta tenendo conto. Le persone che stanno perorando la giusta Giustizia, una buona Italia e una giusta Polizia... sono donne, tutte donne.
Attenzione, non come la Boldrini, che ha avuto la rara capacità di diventare antipatica e insopportabile due-minuti-due dopo l'insediamento; ma donne vere, di quelle che masticano le difficoltà della vita ogni santo giorno. 
Donne che conoscono le pene della quotidianità e le affrontano con un altissimo senso dell'onore, della dignità, dell'etica.
La moglie di Pinelli, la moglie di Calabresi, la mamma di Giuliani, la moglie di Raciti, la mamma di Aldrovrandi, la sorella di Cucchi... incredibile, tutte donne. Tutte dignitose. Tutte umili e risolute.
Un esempio.
Per tutti noi.

25 agosto 2014

#IlCapitaleUmano, una recensione tardiva

Formalmente ineccepibile, va detto; esteticamente raffinato, aggiungo; ma troppo lento se non addirittura noioso.
E poi, c'è quell'aria di prevedibilità che sembra voler accontentare molti palati senza però arrivare a un dunque.
Insomma, con questo Capitale Umano il cinema italico si conferma decisamente avanti sul piano formale, ma totalmente arido su quello dei contenuti.
Abbiamo, cioè, ottimi registi (più avanti rispetto ai mediocri attori che li aiutano), ma mancano storie decenti, buone sceneggiature e produttori all'altezza.
A me dispiace che queste carenze così palesi sfuggano alla critica nostrana sempre e invece incline al Fazio's style, fatto di solluccherosi ammiccamenti, di moralismi a buon mercato, di un'idea di cultura che nulla ha a che vedere con la libertà di pensiero e di pensare.
Virzì mi aveva deliziato con Caterina va in città, ma poi si è perso per strada.
Sorrentino aveva dimostrato un eccellente percorso artistico ricco di progressi, per poi fermarsi al Divo, bearsi dentro l'inutile This must be the place, suicidarsi dentro l'orribile Grande bellezza.
È come se la sindrome latina dell'autocelebrarsi ad ogni costo abbia colpito simultaneamente due dei nostri talenti migliori. Speriamo che almeno il Vicari regga all'impatto del dopo Diaz.
Due note buttate là: spiegatemi chi è quello sciagurato che ha voluto premiare più volte il traballante fonico in presa diretta; Gifuni e Bentivoglio molto bravi, al contrario della monotematica Bruni Tedeschi.

13 maggio 2014

le disavventure di un disabile onesto (a Roma) 1/2

Il nostro amico diventa disabile nel 1995. 
Oddio, la definizione potrebbe incutere compassioni o scatenare immaginazioni visive che nulla hanno a che vedere con la condizione del nostro eroe. Per la mentalità furbetta italica, infatti, il suo difetto è doppio: sembra normale, si comporta da normale.
Per farla breve, tra le tante conseguenze della sua complicata patologia autoimmune, c'è una sinovite cronica reattiva al ginocchio sinistro che lo tormenterà dal 1997 fino a quando tirerà le cuoia. Una sinovite ciclica e incoerente che di fatto gli fa molto male, perché continuamente prende storte al ginocchio: un po' come quando vi strusciate i denti perché avete morso male una mela; fa impressione, vero? Ma fa anche moOolto male.
Per farla ancor più breve, grazie ai punti acquisiti per altri problemi collaterali alla sua patologia autoimmune, il nostro infortunato, oltre a ottenere di rientrare nel novero delle categorie protette, potrà poi godere anche del permesso disabili. 
Ovviamente dovrà prima soddisfare due requisiti: il primo, che la sua invalidità superi una certa quota percentuale; il secondo, dovrà dimostrare che la patologia che compromette la sua deambulazione sia in qualche modo peggiorativa: né sospesa chissà come/dove, né tantomeno suscettibile di leggeri quanto improbabili miglioramenti. Insomma, il legislatore di allora non aveva immaginato che potessero esistere persone perbene; per cui, o entri strisciando nella stanza dei valutatori e fai scena, o ti attacchi al tram del destino, subendo i capricci del valutatore insofferente e distratto.
Fatto sta che la prima commissione disabili gli regala un 64% di invalidità; dopo tre anni di attesa e peggioramenti vari, la seconda commissione disabili gli commina un 85%, poi però rettificato - per volere del nostro eroe - a 70%. 
Orbene, perché il nostro onesto scemo ha optato per un'invalidità minore? Perché se fosse rimasto così, e se avesse trovato un lavoro fisso, lo avrebbero relegato in un centralino o a fare il commesso da bancone, con prospettive di carriera e soddisfazioni pressoché nulle.
Tant'è che la commissione di verifica capisce la situazione, e restituisce la dignità al nostro onesto disabile. Nel 2002, l'invalidità viene confermata e stabilizzata in una percentuale meno eclatante. Credo sia la prima volta in Italia che un invalido chiede di rettificare verso il basso la propria percentuale di disabilità.
Orbene, raggiunto questo livello di invalidità, e in quelle condizioni di deambulazione, ottenere il permesso auto per disabili sarebbe stato uno scherzo. Macché. Nel frattempo la legge si è fatta più rigida, anche se ancora oggi di fatto non riesce a contrastare i finti disabili che se ne approfittano e/o i parenti carogna che usano i permessi pur non avendone diritto.
Al controllo, la commissione permessi preposta decide che il suo permesso sarà temporaneo e di soli due anni, nonostante la commissione di verifica avesse stabilito in via definitiva come croniche e invalidanti le cause della sua invalidità.
Il nostro, però, non sbatte ciglio e accetta la sentenza. Il permesso, però, gli arriva con sei mesi di ritardo, perché nel frattempo uno dei sindaci più incompetenti che Roma abbia mai avuto, per facilitare certe pratiche ha ovviamente... aumentato sportelli e subappalti. E la cosa bella è che il nostro cittadino riesce ad ottenere il permesso entro quesi sei mesi, solo perché usa la parolina magica: "io lavoro per..." e parte il nome di una supermegazienda.
Una volta ottenuto il permesso disabili... fioccano le multe per aver oltrepassato ZTL e parcheggiato in aree per disabili (nonostante il permesso esposto e la targa registrata). Il Comune di Roma e il registro permessi disabili... non si parlano. Grazie a un amico avvocato, il nostro vince ben 20 ricorsi su 20, ottenendo una media di 200 euro di danni per ricorso che regolarmente rigira al suo avvocato come contributo spese.
Passati due anni, tocca rinnovare il permesso. La nuova commissione permessi si rende conto che il nostro disabile avrebbe diritto al permesso definitivo. E già, nel frattempo la sinovite è peggiorata, e pure le condizioni della patologia autoimmune. Certo, il nostro non lo dà a vedere, continuando a vivere senza piagnisteismi e a lavorare anche per aziende di un certo prestigio. Ma i dati oggettivi, stilati da eminenti prof e da scienziati di ogni dove, garantiscono una cronica disabilità.
Quella commissione permessi gli dice chiaramente: "lei avrebbe diritto al permesso definitivo, ma non ce la sentiamo di darglielo noi; tanto la prossima commissione glielo darà sicuramente". Oltre al danno, anche la beffa: il nuovo permesso gli viene consegnato - nuovamente! - con sei mesi di ritardo.
Dopodiché, e finalmente, passati altri due anni, il nostro disabile incontra un'altra commissione permessi, pensando che sarà una passeggiata. Il medico legale di turno lo guarda e gli consiglia di... pulirsi il culo con i suoi documenti, che tanto si vede che cammina, che deve portargli ulteriori documenti sui suoi problemi... polmonari (notoriamente camminiamo sui polmoni, no?). Gli regala solo sei mesi di permesso, e poi "saranno cazzi suoi".
Il nostro disabile non si perde d'animo e racconta la vicenda via raccomandata al direttore della ASL, che prontamente gli telefona chiedendogli scusa per il comportamento inqualificabile del collega. 
Nel giro di sei mesi, dopo un'accurata e puntigliosa disamina di tutta la sua documentazione, un'altra commissione permessi - la quarta, quindi - lo autorizza a prendere il permesso definitivo... che sarà nelle sue mani dopo qualche giorno (nel frattempo, internet è entrato nel Comune di Roma).
E poi?... alla prossima puntata.

ps ringrazio il disabile che mi ha reso partecipe dell'intera vicenda. Ovviamente ho omesso il suo nome

04 aprile 2014

storie di quotidiana sanità


Un bel giorno di dieci mesi fa, una mia amica endocrinologa mi fa "guarda che è serio, devi fare qualcosa: hai due noduli alla tiroide, e uno dei due non mi piace per niente". Parlo con La SuperEndocrinologa del Pianeta che mi consiglia un'operazione pressoché immediata. 
Certo, c'è da chiedersi come mai l'ospedale toscano SuperSpecializzato che mi segue da 19 anni per altre rogne, non se ne sia mai accorto... ma questa è la prima delle stravaganti peripezie che ho vissuto da luglio scorso. Primo nod(ul)o, è il caso di dirlo: il Migliore Chirurgo tiroidista di Roma ha una lista d'attesa pubblica di 245 pazienti; e privatamente mi costerebbe un occhio della testa.
Ergo, chiamo un mio StrAmico primario, cedo ai miei principi, e gli chiedo se può fare qualcosa. Passano l'estate e il Natale, e vengo chiamato per una preospedalizzazione... evviva la modernità, urlo!
Macché: entro in una stanza più trafficata del GRA, e Anestesista Incazzata Con La Vita mi fa le domande giuste MA senza aspettare le risposte utili. Un classico.
Fatto sta che - secondo nod(ul)o - se solo mi avesse ascoltato subito, avrebbe scoperto che un banalissimo problema che ho alle gambe, mai potrebbe inficiare l'anestesia. E, invece, la questione tornerà.
La tipa mi guarda e fa "tra qualche giorno la chiamiamo per la preospedalizzazione". E questa cos'era? "Una conversazione, che domande!". Ah!
Dopo una settimana, mi chiamano per la (immagino) preospedalizzazione: mi prendono l'orina, mi prelevano il sangue, mi fanno la lastra... e poi? "Ci si vede tra una settimana!". Cioè, tra una settimana mi operate? "No, tra una settimana faremo la preospedalizzazione...". 
E questa cos'era, una conversazione? "No, le abbiamo fatto i prelievi". Ah, se non me l'avesse detto, non me ne sarei accorto...
Seconda preospedalizzazione (forse l'ultima?), terzo nod(ul)o. Anestesista Che Ha Litigato Col Kajal mi fa le stesse identiche domande dell'Incazzata, e mi consiglia una visita specialista da un tipo perché non è convinta della situazione. Che i miei problemi articolari potessero far male alla tiroide malata, mi fa sganasciare dalle risate.
Ergo, dopo qualche giorno, incontro lo specialista articolare che si sganascia anche lui, dando il suo placet all'operazione in due-secondi-due. Il resto del tempo, l'abbiamo passato parlando dei King Crimson e di Bach.
Quarto nod(ul)o: cinque minuti dopo quest'incontro, consegno la cartella al reparto, ma mi dicono che un'altra anestesista deve dare l'ok all'ok dello specialista... ma tra una settimana. Allora divento una bestia e con furba disinvoltura butto là il nome "Rai": nel giro di due-secondi-due, si materializza Anestesista Biondarella che dà il via libera all'operazione. Entro 30 giorni, sarò operato.
Quinto nod(ul)o: certo, sarebbe tutto ok, ma scopro per puro caso la mia cartella è sparita.  Nel giro di altri due giorni, lo StrAmico primario la trova dimenticata dentro un'altra cartella di un tipo con problemi nonsodove. 
Qui di seguito, se ci siete arrivati vivi, perderete il conto di altri nod(ul)i.
Il giorno dell'operazione, mi dicono di presentarmi perentoriamente alle 07:00. Arrivo alle 06:50, e trovo sbarrata la porta del reparto. Arriva Caposala Lemme Lemme alle 07:10 e inizia a ridere: "haivoglia ad aspettare".
Dopo un'ora mi chiama Specializzanda Grissino che mi invita ad entrare nello sbarratissimo reparto; poi mi ributta fuori... un'orda famelica di operandi mi guarda con stupore.
Dopo un'altra ora, mi richiamano, entro nella mia stanza: sarebbe da quattro, stretti stretti, ma ci sono cinque malati. Quello nel "mio" letto viene elegantemente invitato a "togliersi dai coglioni" per dare spazio al sottoscritto.
Finalmente arriva la barella. 
Comincio l'uscita trionfante, guarderò negli occhi mia moglie e le dirò languidamente che la amo e che deve stare tranquilla...
... ma STOP!, "questo non è Loppi!". 
Ah sì, e chi sarei? Arriva la Caposala Lemme Lemme e tira fuori un altro foglio, dicendo "sì, forse questo è Loppi"... mi scusi, ma certo che sono io. "Stia buono che c'è casino".
Durante il trasbordo verso la Sala Operatoria, i due portantini si chiedono dove dovrei essere operato. E io: alla tiroide. "Ne è certo?". Non voglio sapere cosa sarebbe accaduto se avessi risposto negativamente.
Vengo parcheggiato in sala preoperatoria (quella giusta?). Ricordatevi che senza occhiali non ci vedo, neanche se mi pagate.
Arriva ippopotamamente Specializzando TiroSùColNasoMaNonMeLoSoffio e mi spara un pippone sul Consenso Informato, ma se l'è dimenticato.
Lo sostituisce placidamente Specializzanda Shabadabadà che mi spara un altro pippone sul Consenso Informato; peccato che mi faccia firmare quello sbagliato.
Infine, si accosta Specializzanda New Age, e mi sbraca la vena della mano sinistra per mettere una cannuletta piccola così.
Finalmente mi mettono in sala, e mi addormo (come si dice a Roma).
Mi sveglio e sento che ho la testa incastrata: ho il cerottone che tira sul mento; ergo, devo stare sempre chinato per evitare strappi. Solo il giorno dopo, il medico di turno metterà la testa a posto.
Vengo sbattuto sul mio letto, televisione a palla, finestra aperta... uno spasso. Meno male che caratterialmente reagisco bene: tra mia moglie e l'ascolto del Matteo di Bach, dormicchio e parlicchio... ma sto bene, dài.
Nel giro delle 30 ore successive, è accaduto di tutto: mi hanno dato da mangiare quando dovevo stare a digiuno, e mi hanno negato la colazione quando dovevo invece recuperare le forze; è entrato uno sconosciuto per defecare nel nostro bagno (lasciando ossequiosamente la porta aperta, of course); si è cambiato un altro vecchietto per essere operato di lì a poco; mi hanno dato una flebo sbagliata; hanno speronato tutti i letti per schiantarne un altro in orizzontale per far operare d'urgenza un'altra persona; mi hanno gentilmente intimato di "togliermi dai coglioni" perché il mio letto serviva a un altro malato.
Attenzione, stiamo parlando di uno dei migliori ospedali della Capitale; tra i primi in Italia. E non si tratta di soldi che mancano, eh...