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31 dicembre 2015

a #UJW23 Fabrizio Bosso è apparso a Duke

Da che lo seguo, non ho mai visto Bosso sbagliarne una che fosse una. Ma, soprattutto, si è sempre messo a disposizione della musica, rispettando gli autori sacri ma anche interpretandoli in maniera originale.
Splendido questo omaggio a Duke, con momenti di rara eccellenza inseguiti da altri di romantica commozione.
Di tutto il repertorio più sofisticato di Ellington proposto, forse il momento perfetto si è raggiunto con l'esecuzione di una In A Sentimental Mood tra le più sontuose che abbia mai ascoltato da 40 anni a questa parte.
Elegante il pianismo di Julian Oliver Mazzariello, giusto il contrabbasso di Luca Alemanno, strepitoso il drumming di Nicola Angelucci.
A tono i fiati di supporto, egregiamente arrangiati e diretti da Paolo Silvestri: Fernando Brusco e Claudio Corvini alla tromba, Mario Corvini al trombone, Gianni Oddi al sax alto, Marco Guidolotti al sax baritono e Michele Polga al sax tenore e soprano.
Gran finale in mezzo al pubblico con una scherzosa When the Saints Go Marching In.

il troppo del duo Steve Wilson Lewis Nash a #UJW23

Li avevo apprezzati due Winter fa, trovandoli eccellenti, interessanti e proposti nell'ambiente giusto e nella misura giusta. 
Questa edizione, invece, quelli di Umbria Jazz hanno esagerato, proponendoli sempre e solo sul palco del Teatro Mancinelli, sempre e solo in apertura di eventi di un certo peso (Bosso, Fresu, Elling, Lawson), costringendo anche il pubblico meno avvertito a "sorbire" un difficile duo sax + batteria che potrebbe legittimamente stancare chiunque.
Oltretutto, tale era l'incrocio di date e orari, che chiunque avesse voluto godere questa edizione, li avrebbe incrociati almeno due volte.
Ora: non appartengo a chi dice che l'arte vada spiegata, perché è un'affermazione idiota; non credo all'arte "alta" e "bassa", anche se ovviamente trovo Allevi dannoso per ogni forma possibile di espressione; non ritengo il pubblico "stupido" per antonomasia. Però difendere a tutti i costi una formula così complicata significa solo dare segni di debolezza. Oltretutto: seguire Umbria Jazz Winter è più oneroso rispetto al Summer; il pubblico è notoriamente meno giovane ma anche più abitudinario. Di ricambio generazionale e di toccate e fuga se ne vedono ben pochi: tirare troppo la corda potrebbe essere controproducente.
Premesso ciò, io ho assistito a due dei quattro concerti: quello del 30, decisamente annodato e autoreferenziale; quello del 31, istrionico ma anche - e finalmente - rispettoso nei confronti del pubblico.
In quello del 30, stanchi e spigolosi omaggi a Domino, Ellington, Monk e Coleman.
In quello del 31, briosi riconoscimenti a Silver, Monk, Gillespie, Giuffrè, Carter, Coleman e Ellington. A questi, va aggiunto un terrificante drum solo in cui Nash ha dimostrato che gli alieni sono tra noi, e suonano la batteria.
Già: Nash si conferma un dio dello strumento, capace di sparare nel giro di pochi secondi palle di fuoco e delicatissime piume; Lewis, invece, resta un eccellente sassofonista, ma con una cifra opaca e priva di guizzi.

30 dicembre 2013

Lewis Nash e Steve Wilson a #UJW21 (recensione da #Orvieto, #jazz)

Un'operazione rischiosa quanto affascinante che non ha tradito le aspettative, anzi: i sax di Wilson e la batteria di Nash hanno regalato un concerto memorabile e ricco di bellissima musica.
Sicuramente è stato un set dall'ascolto impegnativo; in più, è sempre più evidente come tra i due il più dotato e personale sia Nash: ma sono stati novanta minuti di altissima musica come raramente si era ascoltata negli ultimi Winter di UJ.
Scaldate le mani con un Fats Waller in stile Coltrane (con un raffinato Jitterbug Waltz), omaggiato a dovere il vate Silver, i due hanno raccontato Monk alla grande, con una suite di venti minuti che ha raggiunto livelli di assoluta eccellenza, rispettando i rigorosi ma fluidi canoni di Monk.
Se mai voleste ritrovare le radici profonde del Monk più vero e più genuino, dovreste trovare e provare questa suite magistrale.
Si è passati poi per un Ellington meno noto per finire dentro i due momenti solo: Wilson ha cercato Coltrane con ogni singola nota, mentre Nash ha dimostrato di essere più intraprendente, dando anche del filo da torcere a Roach e Williams cui sembra riferirsi a più riprese.
Gran finale con una Caravan molto suggestiva in cui i due sembravano più rincorrere  con disinvoltura la ritmica originale di Sonny Greer che la nota melodia.
Bis rapido ma sornione, e un disco promesso di imminente uscita.

29 dicembre 2013

3Clarinets a #UJW21 (recensione da #Orvieto, #jazz)

Si possono conciliare New York, New Orleans e la cultura ashkenazita? Sì, si può, ma solo se hai a disposizione i clarinetti di Ken Peplowski (il canonico), di Evan Christopher (il guascone) e di Anat Cohen (un crescendo di bravura insospettabile).
Omaggi doverosi al migliore Bechet, un pizzico di Ellington e molta tradizione, hanno regalato un concerto divertente (e anche commovente) dove si sono alternate le visioni dei carri di nomadi ebrei della primissima Europa con i ritmi solari degli schiavi dai campi di cotone dei film anni '50; un gioco musicale di continui rimandi, pieno di tante cose sempre più incalzanti.
Da segnalare la mostruosa batteria di Lewis Nash e il chitarrismo zigano di Howard Allen, che hanno saputo guarnire perfettamente l'impegno dei tre musicisti. Greg Cohen suona il basso per quel che serve, dimostrandosi eccellente metronomo ma limitato solista.
Una parola per la Cohen: nonostante la comparsata televisiva da Fazio (che per me è quasi una condanna), nonostante un inizio stentato, nonostante il clarinetto non sia una strumento "femminile"... si è dimostrata sempre più brava e coinvolgente, rasentando la perfezione nel bis finale.

Christian McBride a #UJW21 (recensione da #Orvieto, #jazz)

Prendete l'Hancock di Cantaloupe Island e il Gary Burton della migliore ECM, e avrete il concerto di Christian McBride che ha aperto l'edizione numero 21 di Umbria Jazz Winter.
Buona parte dei brani proposti proviene dal suo ultimo lavoro People Music, con l'aggiunta di una ellingtoniana Sophisticated Lady, suonata dal buon pianista Peter Martin con un voicing simil monkiano.
Nel loro insieme gli Inside Straight funzionano a meraviglia, con il batterismo di Carl Allen che demolisce il metronomo con un afflato ritmico di rara bellezza.
McBride conferma il suo stato di grazia, superando - e di molto - i tecnicismi alla Clarke, suonando il contrabbasso con stile caldo e coraggioso.
Limitato, invece, l'impegno mentale del sassofono di Steve Wilson, forse perché coinvolto in troppi progetti nello stesso Festival.
A sua parziale colpa va detto, però, che anche il vibrafonista Warren Wolf lo è (anzi, ieri è stato impegnato in tre set pressoché consecutivi), ma che comunque ha detto la sua con maggiore impegno.
C'è di più: è stata proprio la sua Gang Gang - molto Modern Jazz Quartet, va detto - ad aver regalato le emozioni più intense.
Insomma, come inizio di Festival ci siamo. È mancato forse il guizzo, ma c'è ancora tempo...

20 novembre 2012

Joe Jackson è apparso a Duke Ellington

Carmelo Bene mi perdonerà se uso il titolo di un suo noto libro per sottolineare la bellezza dell'ultimo lavoro di Joe Jackson
Il suo omaggio a Duke Ellington è così saporito e ricco di suggestioni che - oltre ad evidenziarne la modernità in nuce - consente anche alle nuove generazioni di conoscere un band leader apparentemente remoto (1899-1974), ma di indiscussa potenza, che tanto ha dato al jazz di tutti i tempi.
Il bello è che ho sentito questa opera solo dal vivo. E in questo caso lo scetticismo ci stava tutto: conosco buona parte delle opere di Duke; so come e quanto vadano rispettate; conosco pure l'approccio di Joe Jackson nei confronti di opere non sue (ma anche sue: visto come si è rifatto la faccia... agh!); ho un indole contraddittoria e con riserve di fronte a operazioni simili; sapevo che Jackson aveva tolto di mezzo i fiati (è come togliere i fulmini a Giove); avevo letto recensioni poco felici su Musica Jazz... insomma, troppe cose contro e pochissime a favore.
Sicuramente, metterle alla prova con un solo ascolto, live pergiunta, non avrebbe aiutato Jackson a superare la mia ritrosia (e, infatti, so che non ci ha dormito sopra)... eppure, tutto è andato a meraviglia: due ore di splendido ascolto, con tanto di tuffo nei suoi classici (con la ciliegina del primo Night and Day pressoché integrale) e la gioia di avere accanto la mia signora, già giovane di suo, che si è dimenata come una bimba di 18 anni, felice e spensierata all'ascolto di tanta bellezza. 
Grande band al seguito: Regina Carter al violino, mai leziosa e sempre attenta; l'onnipresente Sue Hadjopoulos alle percussioni, un marchio di fabbrica del Joe Jackson' style; l'androgina Allison Cornell alle tastiere e alla voce (e alla viola), capace di chiacchierare e supportare perfettamente il nostro; Jesse Murphy al basso e alla tuba, iradiddio e al contempo metronomicamente affidabile; Adam Rogers alla chitarra, con l'ombra del suo mentore Mike Brecker che lo coccolava a più riprese (e si sente nei fraseggi tipicamente sassofonizzanti); Nate Smith alla batteria, e che batteria!
Insomma, e alla fine, io il cd me lo compro. Viste le premesse...

19 giugno 2009

il libro che non t'aspetti

La famiglia Marsalis ha tanti componenti quanti sono gli strumenti basilari di un'orchestra jazz (basso escluso, ma poco importa): Branford (sassofoni), Jason (batterie), Delfeayo (trombone), papà Ellis (piano) e Wynton, trombettista di cui parlerò brevemente in questa sua curiosa veste di saggista.
Come il jazz può cambiarti la vita è uscito qualche mese fa. Ma finché non era uscita la recensione entusiasta di Musica Jazz non mi ero azzardato ad acquistarlo, tanti sono i saggi scritti da jazzisti notevoli che poi però si rivelano essere pessimi scrittori.
Qui, invece, siamo di fronte a un testo che oserei definire addirittura essenziale dal punto di vista musicale, sociale, e della cultura più in generale. Non solo per la ricercatezza dei termini usati (vivaddio passati indenni da una traduzione curata male), ma per la pertinenza delle critiche e delle analisi, sia sui grandi musicisti di sempre che su alcuni elementi fondamentali del jazz. È veramente una gioia dello spirito intrattenersi con questo umile ma consapevole artista, veramente una gioia.
Non manca un capitolo dedicato ai grandi maestri verso i quali Wynton sente di avere più di qualche debito: Louis Armstrong («Il suo suono ha il potere di guarire»); Duke Ellington («Un tocco della sua mano sul pianoforte e la luna entrava in una stanza»); Billie Holiday («Se metti del sale in una bevanda dolce la rendi più dolce, ma se aggiungi zucchero all’amaro diventa ancora più amaro: così era Billie»); John Coltrane («Qualcosa nel suo suono ci penetra con la compassione della bellezza più pura e sublime»).
Grande riconoscenza anche per Ornette Coleman, per John Lewis e per Thelonious Monk, ma nessun cenno verso il gigante Charles Mingus.
Qualche spigolo verso Miles Davis, cui Wynton riconosce grande genialità, ma anche l'essere un carnefice «dell’adulazione e del mercantilismo». Insomma, il Davis del grande ritorno non dice nulla, anzi è addirittura deleterio e poco esemplare Il meglio, quando è corrotto, diventa il peggio»).
E - diciamolo - ci vuole coraggio a saper cogliere un aspetto così visibile di Davis ma che in pocchi hanno avuto l'onestà intellettuale di dire apertamente.