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01 gennaio 2014

Originals di Fresu e Caine a #UJW21 (recensione da #Orvieto, #jazz)

Mirabile conclusione di questa irripetibile tetralogia nel mondo musicale di Fresu e Caine, sofisticato e nel contempo alla portata di chiunque sappia/voglia ascoltare senza limiti e preconcetti: un concerto che ha lasciato il segno nel cuore e nell'anima.
Fresu e Caine hanno presentato quasi tutti i brani da loro composti e contenuti in Things e Think., di cui vi consiglio caldamente l'acquisto; brani agili ma profondi, lineari ma anarchici. Ma soprattutto hanno confermato ancora una volta come il jazz di un ebreo nordamericano e di un minuscolo sardo di provincia - un incrocio improbabile di se per stesso - possa convivere senza difficoltà alcuna con la musica nera, il blues, il ragtime, il soul, il barocco, la lirica... senza però perdere identità e intenzioni, obiettivi e ideali.
Di tutti i progetti presentati in questo Winter, credo che quello di Fresu e Caine sia stato il più intrigante, sfrontato e coraggioso; speriamo che l'eco di questa dolce impresa vada oltre i confini dei soliti quattro "addetti ai lavori". Il jazz merita più spazio, più attenzione e anche più soldi.

31 dicembre 2013

Il barocco di Fresu e Caine a #UJW21 (recensione da #Orvieto, #jazz)

Che serata!
Fresu e Caine hanno raccontato il barocco e la classica con rara perfezione, divertendo, commuovendo e incuriosendo un pubblico abbastanza attento, in un contesto sempre molto evocativo come solo sa essere il Teatro Mancinelli.
Si inizia con il Bach più intimo per poi passare al noto canone di Mahler dalla sua Prima Sinfonia. E qui mi sono commosso, sia perché amo il compositore, sia perché mi sono ricordato di quando il compianto Quattrocchi commentò per me il progetto che Caine propose proprio sulle musiche di Mahler.
Poi, un salto dentro Monteverdi. La notizia è che anche Fresu sbaglia: ha preso una stecca niente male che però ha dissimulato con mestiere.
Grande lettura delle Variazioni Goldberg, superbo rispetto per la Mimì pucciniana, grandissima Lascia Ch'io Pianga di Händel che mi ha ricordato alcune cose privatissime che mi legano a mia moglie.
Dopodiché i due ci hanno accompagnati dentro le composizioni di Barbara Strozzi, semisconosciuta perché donna e perché soffocata comunque dall'invadenza di Monteverdi.
Gran finale con l'inno di Händel e una Butterfly nostalgica, con un bis baroccheggiante di estrema bravura.
Disco in arrivo? Speriamo, perché il concerto è stato bellissimo.

30 dicembre 2013

Gli Standard di Fresu e Caine a #UJW21 (recensione da #Orvieto, #jazz)

Più che un viaggio negli standard, è stato un percorrere in lungo e in largo il mondo del Miles Davis premodale. Molti brani proposti, infatti, erano cavalli di battaglia del trombettista nero, che Fresu e Caine hanno riletto con molto mestiere ma poco coraggio.
Dispiace dirlo, ma dai due mi aspettavo molto di più, specie da Caine, che ha maltrattato il piano e il Rhodes come fossero scarne pareti da riempire di chiodi e puntine.
Ad alcuni momenti di rara bellezza (specie nel bis, con Valentine e But Not For Me) si sono intervallati lunghi episodi di "duelli" musicali che hanno coinvolto vittime inconsapevoli da Porgy and Bess (ben due) o cose tipo Cheek To Cheek.
Mirabile il purtroppo breve gioco delle parti su Night In Tunisia (che si mantiene giovane, nonostante l'età), velleitario e quasi ridondante il consueto uso di effetti elettronici da parte del sardo.
Insomma, quando gli Dei suonano non possono perdersi in giochetti da comuni mortali.
Vedremo stasera cosa accadrà.

06 novembre 2013

Joel Harrison - "Free country"

Ho scoperto solo adesso questa perla di lavoro datato 2003 e proposto dalla ACT con disinvolto coraggio: "Free country" del talentuoso chitarrista Joel Harrison.
Incredibile ma vero, al contrario di quanto uno si possa aspettare, non si viene assaliti dal solito chitarrismo individualista: Harrison cuce e ricuce musiche suggestive o divertenti rispettando i due paradossi, senza mai strafare, e mettendosi al servizio del gruppo e dei suoi ospiti (e che ospiti).
Un'opera quasi-jazz in cui il nostro virtuoso esplora brani tradizionali nativi e americani in egual misura, ritagliandosi momenti di chitarrismo a metà tra il Frisell più intimista, il Larry Carlton prima maniera e quegli assoli oltraggiosi al punto giusto tipici di Coltrane.
Sorprende il fatto che gli arrangiamenti non sembrano usciti dalla penna di un chitarrista (provate Metheny per capire cosa intendo), ma da un musicista più curioso e disponibile che ha saputo estirpare da ogni strumento la sua natura reale.

La formazione tipo
Joel Harrison - electric, fretless, steel guitar, and cassette machine 
Dave Binney - sax, sampler (forse ovvio, ma preciso)
Rob Thomas - violin (tutt'altro che stucchevole)
Sean Conly - bass (eccellente)
Alison Miller - drums (preciso)

Gli ospiti, invece, sono 
Norah Jones - voice (non mi è mai piaciuta)
Raz Kennedy - voice (buona)
Jen Chapin - voice (ottima)
Uri Caine - piano (un grande)
Tony Cedra - accordion (anche lui evita stucchevolismi, per fortuna)

Devo dire che la voce della Jones è l'unica nota stonata di un progetto invece avvincente; per fortuna non è ovunque. 
Se poi provate un preascolto randomizzato, vi renderete conto che avete a che fare con canzoni e momenti tutti diversi, eterogenei, ricchi di sub-generi quasi insospettabili; e senza che il brano originale di riferimento ne risenta più di tanto.
In più, al contrario di quant'ho letto in giro, non è di così "difficile ascolto"; addirittura Uri Caine si ricorda di monkeggiare il giusto.