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28 gennaio 2013

vedere Flight per sentirsi cinici

Zemeckis è un mestierante. Uno di quelli, cioè, che sa far cinema senza tanti guizzi, nonostante la sua cinematografia suggerisca apparentemente il contrario. La sua forza, insomma, sta forse nel non avere una cifra tecnica visibile, quanto invece una propensione stilistica nel saper mettere lo spettatore di fronte agli eventi e lasciarlo solo con se stesso. 
Perdonate la battuta: Flight decolla molto bene, con tanto di "scena bus" che tanto piaceva ad Hitchcock; poi, però, non avendo a portata di mano una storia-seconda da offrire (come suggeriscono gli sceneggiatori di qualità), si concentra sempre e solo sul personaggio primario (un bello e bbbono Denzel Washington), non distraendo mai lo spettatore con qualche svolta o svoltina. 
Scelta legittima, per carità, ma che ad un certo punto frena troppo il tutto. 
Detto ciò, sicuramente i più maliziosi riconosceranno un malcelato omaggio a Il grande Lebowski. E le musiche? Roba per buongustai, assolutamente.
Da qui in giù attenzione allo spoiler 
Mirabile sequenza prefinale, dove un po' tutti ci si sorprende a tifare per il cattivo, mentre è giusto che le cose vadano come vanno. E qui, forse, sta il pregio di Zemeckis: giocare col cinismo dello spettatore che comunque ha "tifato" per Washington, per poi lasciarlo immerso fino al collo nella merda del senso di colpa.
Da vedere al cinema anche e solo per la scena dell'incidente: magistrale come poche.

21 febbraio 2012

keith richards, life

Credo che il folletto dei Rolling Stones appartenga a quella rara categoria di persone che ti stanno simpatiche comunque, qualsiasi cosa facciano. E questo nonostante Johnny Depp abbia provato a demolirlo con un personaggio prima azzeccato, e dopo, un (bel) po' stucchevole.
Questa autobiografia è notevole, per almeno due motivi. Il primo è squisitamente personale: Richards si dimostra umile, intelligente, per nulla disinibito, incredibilmente capace di parlare delle droghe con un approccio tutt'altro che moralisticheggiante, ma nel contempo di condanna assoluta. 
Eppoi è quasi educativo vederlo alle prese con numerosi mostri sacri e riuscire a dire la sua senza scomporsi più di tanto (e vivaddio non si lascia trascinare dalla solita solfa di reverenza beatlesiana).
Il secondo motivo è musicale, sia sotto il profilo tecnico che sotto quello storico. Richards, cioè, indica e suggerisce un'incredibile quantità di dettagli musicali, utili sia al neofita che all'appassionato, non tralasciando anche l'aspetto storico, raccontando cioè un'Inghilterra e una Storia della Musica che raramente avevo letto con così tanta minuzia di particolari.
Rispetto, insomma, alle precedenti biografie stonesiane siamo di fronte a una persona consapevole del personaggio che è, di quello che faceva, di quello che stava accadendo.
Eppoi, alla fine, è un libro divertente, molto divertente. Le mille vite vissute, le incredibili peripezie che lo hanno visto più volte faccia a faccia con la morte (solo la storia del camion militare con tanto di missile, vale l'acquisto), il giudizio severo (e affettuoso) contro i due Brian Jones e Mick Jagger, l'amore per il blues, la capacità di innamorarsi... e poi, nota commovente, il dolore per la perdita del figlio.
Se questa Italia non fosse bacchettona e ipocrita, lo consiglierei alle scuole: la seduzione delle droghe viene meno, e una certa indipendenza mentale diventerebbe invece esemplare.