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14 novembre 2019

Non ho niente da nascondere, intervista a MICHAEL HANEKE

Conobbi Haneke per sbaglio, acquistando in edicola il dvd di Funny Games, il primo, l'edizione austriaca insomma. E fu amore a prima vista. 
Per comprendere se un film mi stia piacendo, verifico mentalmente la mia postura sulla poltrona; di casa o del cinema, poco importa: se sto sulle punte dei piedi, seduto in pizzo e aggrottato, il film funziona, quale che sia il suo genere - anche quelli della Marvel, intendiamoci. Tant'è che per me vedere film che mi piacciono è anche uno sforzo fisico, visto che a proiezione conclusa ho mal di schiena e dolori ai piedi.
Fatto sta che appena vidi Funny Games, mi ritrovai dolente in ogni parte del corpo, ma soprattutto con l'anima a pezzi e la coscienza colma di dubbi. E mi resi immediatamente conto come fosse possibile devastare la coscienza dello spettatore senza far vedere nulla: tranne la scena (volutamente ridondante) della fucilata contro uno dei due delinquenti - poi volutamente riavvolta, il resto del film è un continuo gioco di allusioni.
Sapete qual è la cosa che più mi ha stregato? La pallina che rotola verso lo spettatore, partendo da una porta socchiusa e in penombra: c'è stato un omicidio efferato, ma ti arriva prima dentro, nell'anima, e solo dopo nella pancia e nel cuore.
Haneke è un regista asciutto, molto asciutto. Netto, nitido, senza pregiudizi e senza moralismi d'accatto. Lui racconta, e sa raccontare; è lo spettatore il vero arbitro della vicenda. E quasi sempre ne esce distrutto, pieno di dubbi e di incertezze... il che, onestamente, è la via migliore per crescere, sia come spettatori che come persone.
Basta guardare Il tempo dei lupi, dove gli eventi si susseguono spontaneamente e inevitabilmente, quasi fossero scritti in diretta dagli stessi attori. Dove il Male e il male dell'essere umano convivono amabilmente.
Basta inseguire La pianista, così nevrotica ma algida, piena solo di se stessa e delle sue poliritmiche schizofrenie.
Basta arrampicarsi dentro la storia di Niente da nascondere, dove le inquadrature sembrano lunghe e statiche; e invece stanno dimostrando angoscia e ipocrisia.
Non ho mai amato Amour, mentre trovo Il nastro bianco la massima espressione della poetica di Haneke, dove il tempo sembra scorrere indifferente, mentre invece il dramma della pedofilia e quello del nazismo sono lì, vividi spettatori accanto a noi.
In questa ottima e corposa intervista, Haneke non è mai pieno di sé: sa raccontare la sua "professione" di regista e autore con grazia e cortesia, senza mai perdersi in voluttà autoreferenziali, senza compiacere gli intervistati, senza imporre dogmatismi di sorta, senza credere di essere al centro del Mondo e/o del Cinema.
Le domande sono sempre puntuali e accurate, precise e ricche di una competenza che poteva essere solo di due ottimi critici francesi.
Va detto che nell'edizione italiana il riassunto della trama dei Lupi dimentica di parlare dello stupro della minorenne; violenza che si intravede a malapena, ma che è il nodo narrativo per il drammatico epilogo finale. Scelta o svista editoriale che sia, poco importa: andrebbe corretta.
Consiglio la lettura di questo libro anche ai neofiti, a quelli che masticano la settima arte da pochi anni, perché non c'è niente di meglio che studiare questa meraviglia così giovane ma già in via di estinzione quale solo sa essere il cinema.

04 novembre 2019

quanto è pericoloso JOKER (spoiler ovunque)



C'è qualcosa di insostenibile in questo film, ma non è certo il plot, farraginoso e atonale. E non è la superba interpretazione di Joaquin Phoenix. Credo sia più quell'impalpabile senso di spontanea censura contro questo modo di presentare la violenza; modo “inutile” che cresce nello stato d'animo dello spettatore senza trovare requie e soprattutto “giustificazioni”.
Insomma: qual è uno dei messaggi che potrebbe arrivare? Non importa se tu sia uno psicopatico violento e assassino: se impugni il disagio popolare per legittimare le tue azioni, allora la violenza diventa poesia.
Attenzione, non credo che il regista Todd Phillips abbia scientemente ipotizzato anche un simile sottotesto. Però l'equivoco è nell'aria: come artista e intellettuale avrebbe dovuto tenerne conto; mentre invece la sua regia è troppo aulica, suggestiva e artificiale.
Non pretendo una condanna della violenza tout court -  perché agli artisti non è dato l'obbligo di schierarsi per compiacere la critica; ma non posso neanche accettare questa visione così artistica e compassionevole.
Prevengo subito chi confuta questa mia asserzione confrontando Joker con Arancia Meccanica. Ebbene, Kubrick non espone il fianco all'elegia e soprattutto non lascia spazio all'equivoco. La violenza in Kubrick è orribile e spregevole; è figlia di persone invidiose e livorose; è psicotica, ma senza alcuna assimilazione con la denuncia sociale; la denuncia sociale di Kubrick c’è, ma si pone contro la prevaricazione, da qualunque parte arrivi.
Aggiungo anche un elemento basato sulla mera percezione: quello che vivi durante la visione di Arancia Meccanica, sta accadendo ed è reale; invece, quello che vedi in questo Joker potrebbe addirittura non essere del tutto reale (come hanno ipotizzato alcuni commenti che ho letto online). Anche qui, la regia non si spertica più di tanto nel lasciarci tracce esplicite che eventualmente consentano di distinguere reale e immaginazione. Solo in una circostanza comprendiamo esattamente che Arthur si è inventato qualcosa (quando crede di aver frequentato Sophie, la vicina di casa): ma visto che non abbiamo altre sottolineature simili, dovremmo pensare che il resto della trama sia reale. Se, invece, le "irrealtà" sono sparse e sta a noi comprenderle, la sceneggiatura e la fotografia non sono tecnicamente coerenti. 
Altro problema sono i tempi narrativi: anche se vi è piaciuto senza riserve, dovete ammettere che il film parte subito a mille, presentandoci la patologia di Arthur in tutta la sua desolante essenza; ma dopo non va né in salita né in discesa. Anzi, mentre la follia si esprime in gesti quasi prevedibili, la sceneggiatura prova ad accompagnarci verso la loro origine andando a ritroso nella vita di Joker, sbattendoci in faccia situazioni così confuse che per i primi trenta minuti fatichiamo a reggere la noia, adagiandoci solo sulla recitazione di Phoenix.
Attenzione, poi, a un altro elemento: Joker stesso ammette di essere distante dal disagio sociale di Gotham City, tanto che per buona parte del film lo vive come un sottofondo televisivo e nulla più. Sicuramente in lui non crescono né empatia né consapevolezza, né tantomeno assistiamo a un parallelo narrativo tra il disagio della gente e il suo disagio. Il disagio sociale entra nella sua realtà solo quando usa in maniera acritica la sua maschera, rendendolo celebre ma ancora ignoto.
Questa soluzione narrativa è pretestuosa e pericolosa, perché non tutti sono capaci di cogliere certe sfumature, regalando a questo film il facile compito di fare da apripista a forme di violenza romantiche perché “legittimate” dal disagio del momento. Per quanto la Storia ci insegni che esistono anche forme di violenza “giuste” (purché estemporanee e limitate nel tempo e nella forza), non possiamo giocare al distinguo perché stiamo di fronte solo a un film - e chissenefrega se la gente lo capisce come càpita.
Del resto, la rilettura dei topos noti anche al pubblico meno avvezzo ai supereroi, arriva a giocare persino sulle origini di Batman, rileggendo con una malevola punta di condanna etica la famosa scena della morte dei genitori: Wayne padre viene ucciso perché appartiene alla politica fanfarona e lontana dalle vere esigenze della gente.
Certo, l'intera narrazione potrebbe essere la storia di un Joker, visto che non contiene l'articolo determinativo "the", quindi non per forza il villain temuto da Batman. Però è un'ipotesi che ci riporta sempre allo stesso punto: la violenza scellerata non può essere raccontata con questa acritica elegia!
C’è anche un altro dettaglio che mi porta a pensare che il regista non abbia le idee chiare: i tre finali consecutivi.
1) carrello indietro sul multischermo in sala di regia che racconta l'omicidio appena accaduto in diretta
2) Joker si alza sulla macchina della Polizia, compiacendo la folla violenta
3) Joker ha presumibilmente ucciso la psichiatra e poi si dilegua in controluce
Fermandosi solo al primo, avremmo ottenuto un film dolente; con il secondo, un film pericoloso; con il terzo, un film visionario. E, invece, Phillips li cuce tutti e tre di seguito: buonanotte al senso dell'operazione.
A scavare nei dettagli, ho trovato perlomeno curiosa la scelta del brano musicale più importante: quel Rock And Roll part 2 di Gary Glitter che accompagna la "danza sulle scale". Notoriamente viene usato negli stadi statunitensi per intrattenere e coinvolgere il pubblico prima delle partite. È un brano scelto tra i papabili, oppure ammicca a una convenzione nazionalpopolare così collaudata?
A proposito di musica, Hildur Guðnadóttir sembra essersi fermata a Chernobyl, la serie-tv di cui ha scritto musiche legittimamente dolorose. Qui, però, ha costruito una partitura inopportuna: prendetemi per matto, ma sono convinto che buona parte delle scene avrebbe funzionato senza commento musicale. Purtroppo si tende sempre più a enfatizzare con l'eccesso sonoro quanto invece potrebbe funzionare anche senza musica. Valga come esempio Il Nastro Bianco di Michael Haneke, totalmente senza musica, la cui trama è forte da sola, con i suoi dolori e orrori nascosti e celati ma nel contempo presenti e disarmanti.
E per restare nella "danza sulle scale", mi sfugge perché il regista abbia usato almeno quattro punti macchina, favorendo un montaggio che toglie moltissimo alla sublime performance di Phoenix; non dico di usare un piano-sequenza, ma nemmeno di perdersi in inutili tagli che spezzano la veemente bellezza di quelle movenze così disperate.
Ho trovato la fotografia eccellente: in alcuni momenti sembrava di assistere ai quadri di Edward Hopper. E però l'uso del controluce alternato a quello di colori netti e "fumettistici" non è coerente con la scelta di seminare il sospetto che alcune sequenze siano oniriche mentre altre siano reali.
Finiamo in bellezza con Joaquin Phoenix. Poteva rimetterci tutto, accettando un personaggio estremo sin dal vestiario. E, invece, nonostante tutto, è riuscito a lavorare per sottrazione. Suggerisco di vedere/rivedere il suo stato d'animo dopo aver ri-sparato al terzo broker. Oppure la fisicità con cui accudisce la madre in ospedale; fisicità che riappare quando poi la uccide (se la uccide). Oppure quando cresce la sua rabbia contro Robert De Niro: ammiratela attentamente, visto che l'inquadratura di quinta ci fa vedere solo il lato sinistro di Joker.
Io spero che questo film vinca l'Oscar solo per l'interpretazione maschile; il film, no, troppo pericoloso e sbagliato.      

11 agosto 2013

Loira, 1 tappa: Orléans>St-Dyé-sur-Loire

Conviene visitare Orléans la sera in cui arrivate, sia per la bellissima luce che regalerà degli arancioni notevoli sia perché la vedreste comunque poco.
Di lì, arrivare poi a Meung-sur-Loire è uno scherzo. Il mercatino è così così, ma molto ordinato e pulito. La cittadina è deliziosa, ma il castello costa troppo, e sembra che alla fine il meglio sia quello che avrete già visto da fuori.
Non mangiate sul localino che si vede sulla sinistra appena entrati in paese; non è nulla di eccezionale, e vi spella vivi.
Nel mercatino, invece, c'è dell'ottima frutta. Sara ha acquistato albicocche e ciliegie da un signore truffautiano con le mani piene di dita.
La ciclabile si sviluppa poi dolcemente sino a Beaugency, nota per il lungo ponte che la unisce all'altra riva. Leggenda vuole che fu costruito da un forestiero che però in cambio voleva l'anima del primo che l'avrebbe attraversato. Gli abitanti fecero passare per primo un gatto, e il tipo la prese in saccoccia.
Il posto è notevole, ma le auto sono stranamente ovunque, mentre di gatti non v'è traccia.
Qui Alberto ha perso i suoi superguanti da bici. Sono... erano belli. Qualche abitante se li sarà fregati per vendicare Zidane.
Per arrivare a destinazione abbiamo percorso un bellissimo tratto costeggiando la Loira e una centrale nucleare. Spettrale e affascinante al tempo stesso, è circondata da natura rigogliosa e silente. Un cartello avverte che chi passa lì vicino lo fa a proprio rischio. Eppure, proprio lì abbiamo divorato la frutta di Sara; buona, decisamente buona.
Ora siamo in un albergo di altri tempi. Una signora ci ha accolti con un fare a metà tra un personaggio di Haneke e uno di Tavernier. Confido conosca solo il secondo.

26 marzo 2010

il profeta, noiosamente eroe del (t)errore

Appena ho visto Il profeta mi sono detto "carino"; poi però ho iniziato ad approfondirmelo nella capocciona, e mi sono reso conto che troppe cose non andavano.
Gli ingredienti prevedibili ci sono tutti: la galera è cosa cattiva, in galera ci sono carcerati cattivi, in galera fai cose che fuori non faresti mai, in galera i poliziotti se ne fregano della giustizia, in galera ci son più corrotti che in Italia (il che è tutto dire), in galera o soccombi o ti trasformi in cattivo. Qui addirittura il protagonista da coglione si trasforma in superspacciatore, sconfiggendo con scespiriana strategia (resa benissimo, questo va detto) il tipo che prima lo costringeva allo schiavismo umiliante.
Attenzione: come filmetto d'avventura è divertente, con poche sottotrame e un piglio decisamente "francese" (seppure impostato in un giustificare il crimine, che francamente è poco educativo); eppoi ha una fotografia veramente notevole... però non diamogli questo senso di capolavoro intellettualistico, perché proprio non ci sta.
Devo confessare che mi aspettavo dalla critica "giovane" non qualcosa di simile alla mia visione, ma almeno un ridimensionamento del bombardamento mediatico che ce lo aveva imposto come un capolavoro. E invece leggo cose tipo questa: Il profeta - senza dubbio il film migliore uscito in questi primi mesi del 2010, senza dubbio uno dei migliori film della stagione - fa compiere uno scarto al genere noir e rivisita il romanzo di formazione con acume sorprendente, ma non possiede quella chiarezza di stile necessaria a renderlo un capolavoro assoluto. A ben vedere, però, quello de Il profeta è il destino dei grandi film che fanno compiere slittamenti positivi al cinema ma non sono “rotondi” come frutti maturi. Il nastro bianco di Haneke, che ha scippato [!!!] nel 2009 la Palma d’Oro al film di Audiard (arrivato “secondo”, vincendo il Gran Premio della Giuria) è un lavoro meno coraggioso e più tornito.
Tipico esempio di critica all'italiana, insomma (con tanto di insulto mascherato da buone intenzioni propedeutiche), che peraltro prova a mettere sullo stesso piano un ritrattista eccezionale (Haneke) con un buon mestierante (Audiard). Non tenendo conto poi che la potenza di Haneke è sempre stata socratica, perché costringe appunto il lettore a "esistere" dentro la proiezione.
Nel Profeta, invece, lo spettatore "assiste", ogni tanto storce la bocca per qualche violenza buttata là, e poi torna a casa per mangiarsi un bel filetto innaffiato con dell'ottimo vino: tutto è già scomparso, svanito. Di "profetico" resta solo l'alba del giorno dopo, quando dobbiamo svegliarci presto per andare a lavorare e non sappiamo cosa dire a chi ci chiede "ti è piaciuto?".

25 novembre 2009

Haneke, ovvero:
quando il pubblico recita

Alla fine ce l'ho fatta: il colore era sempre bianco, ma non quello dello Spazio con la Buy.
Insomma, ho visto Il Nastro Bianco di Haneke, un capolavoro indescrivibile.
Non tanto perché mozza il fiato all'istante, ma perché ti arriva dopo; e - appunto - non riesci più a descrivere e decifrare le numerose mazzate psicologiche che ti arrivano addosso da ogni dove quando meno te lo aspetti.
La leggerezza della regia, delle recitazioni, della (straordinaria) fotografia, del metodico montaggio, tutti insomma partecipano alla cerimonia soffusa e minimalista che racconta fatti e situazioni a ridosso di un qualsiasi villaggio tedesco poco prima del gesto modernista di Gavrilo Princip.
La microquotidianità, le caratterizzazioni, gli eventi così duri ma presentati con semplicità disarmante. Un finale che finisce ma non termina. Dove, cioè, ci interessano poco i colpevoli o gli innocenti: perché la vita non ha bisogno di codardi o di eroi, ma di persone che la sappiano vivere con dignità. E che forse alla fine l'unico che ne ha da vendere è il fattore che deve governare un figlio ormai grande e "rivoluzionario".
Fa impressione constatare ancora una volta come Haneke obblighi il pubblico a "recitare". Cioè: le sue inquadrature alludono, ma senza furbizia o voyerismo. È l'immaginazione dello spettatore che si incanala forzatamente dentro contesti e situazioni che non vede ma che sa che ci sono. E poi lo stesso spettatore si vergogna di aver immaginato "per forza" certe cose, perché si rende conto di essere marcio dentro tanto quanto quei personaggi di/mostrati con tanta semplicità.

04 luglio 2008

Funny Games

Adoro le cose non dette, quasi accennate.
Aiutano l'immaginazione e sono sintomo di una naturale eleganza naturale.
E certi generi cinematografici ben si prestano a questa mia folle esigenza.
Tra quelli che considero i migliori film "horror" (termine riduttivo, perlomeno in quest'Italia dei pregiudizi per ogni cosa), oltre a Suspense (1961) di Jack Clayton, ce ne sono ben due di Michael Haneke: Il tempo dei lupi (2003) e la versione originale di Funny Games (1997), in cui peraltro recitava il compianto Ulrich Muehe.
Comprai il dvd di FG in edicola, insieme ad altri due veramente sciocchi, solo perché il regista era Haneke, o forse perché mi piace pensare che la monnezza venduta in edicola sia l'unica vera arte da conservare all'indomani di un'esplosione nucleare.
Fatto sta che appena lo inserii nel lettore, restai folgorato. È un film veramente potente, unico nel suo genere, che sa dire e dare molto più di molti altri più espliciti o comunque meno allusivi.
Io mi son posto la semplice domanda non tanto del perché farne un remake, ma perché lo ha girato sempre Haneke.
Secondo il produttore Chris Coen: “All’inizio, cercai Michael per chiedergli quale regista fosse adatto per dirigere il remake della pellicola, e lui mi rispose che l’avrebbe diretto lui stesso, a patto che prendessimo Naomi Watts per il ruolo principale. Non avrei mai pensato che avrebbe voluto rifarlo, sinceramente. Ma Michael ha detto che questo è, fra i suoi film, quello che non lascerebbe a nessun altro".
Certo, già ce li vedo i soliti detrattori straparlare di americanata (quando, invece, buona parte delle sequenze è identica alla versione originale), o - peggio ancora - di rischio di emulazione (senza fare tanti sforzi, basta guardare i politici in tivvù).
Non me la sento, e non è mia abitudine, di mettermi là a giudicare negativamente un'operazione simile.
La domanda che mi pongo è un'altra: avrò il coraggio di andare in sala?



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26 luglio 2007

è morto Ulrich Muehe

Ci sono grandi attori e attori grandi.
Ci sono grandi interpreti e interpreti grandi.
Poi ci sono gli attori che sanno interpretare: Ulrich Muehe era tra questi.
In Italia è diventato famoso solo grazie alla perfezione con cui cesellò la spia de Le vite degli altri, ma chi frequenta il cinema da sempre lo ricorderà almeno per la perfetta sincronia con cui recitò accanto alla moglie in Funny games, terrificante apologo di Michael Haneke.
E chi invece ama il teatro non può che ricordarne le precise performance con la regia di Heiner Müller.
Che dire? Nulla.




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