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17 febbraio 2025

GIORNALISTA/INFLUENCER ovvero IL GIORNALISTA CHE SPIEGA SOLO SÉ STESSO

Il giornalismo (almeno quello italiano) sta virando verso un’impostazione di fondo che non riesco ancora ad accettare.

Personalista e personalizzato; alla sola ricerca del click in più; autoreferenziale; inchieste costruite sui propri preconcetti; video in cui si cerca la posa anziché la dialettica e il confronto; interviste/forum in esclusiva ai propri colleghi/amici in cui si parla solo di sé stessi e delle proprie interpretazioni della realtà; una costante impellenza a voler/dover dire tutto su tutto e sempre, ma senza misurarsi con il giusto, il gusto e l’opportunità; sintassi scolastica e dizione approssimativa; argomentazioni da bar dello sport; condanna a priori dell’utente critico; ritenersi al centro della notizia, anziché servitori dell’informazione; pensare che il solo viaggiare significhi essere più bravi di Oriana Fallaci; difendere i deboli, ma senza far parlare (o ascoltare) veramente questi deboli

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Quando scrissi queste poche parole in coda alla prima rassegna del 2025, senza fare un nome che fosse uno, un mio collega mi disse che in controluce intravedeva anche la figura di una giovanissima giornalista, in quel momento intoccabile perché intricata dentro una crisi geopolitica.

In effetti, la ragazza è un esempio di quel giornalismo social/ista che nulla ha a che vedere con la notizia, con gli approfondimenti, con la difesa della realtà di cui abbiamo veramente bisogno.

Con le sue pose e il suo parlare per frasi convenienti, infatti, rappresenta appieno il giornalista/influencer: parla sempre di sé; si documenta solo all’interno del suo pretendere di sapere già cosa sia la realtà; un mondo che racconterà dalla prospettiva di un ipotetico selfie, con la notizia o la storia sfocate sullo sfondo.

Non è immune da questo social/ismo anche un giovanissimo tiktoker, diventato famoso perché nei suoi video in pochi secondi bignamizza con parole chiare e superficiali i classici della Letteratura e della Storia. Il problema non è la sintesi, ma il modo acritico con cui ha edificato lentamente il suo personaggio: il ragazzo, infatti, si autointerpreta con pose anacronistiche, schermate da un’eloquenza apparentemente profonda, tanto da aver svegliato Repubblica dal suo torpore editoriale, visto che gli ha proposto una rubrichetta per quei giovani che mai leggeranno Repubblica.

È un sempre più diffuso modo plastificato di non/esistere che avevo intravisto addirittura durante un funerale di cui vi avevo parlato qui, e che adesso sto incontrando anche in un contesto “sacro” come il giornalismo scientifico (ne parlerò).

Paradossalmente, nel cercare di dargli sostanza mi aiuta la parola stessa, “influencer”: colui che influenza, come fosse un virus. Anzi, no: è peggio di un virus, perlomeno per come poi reagiamo noi. Il virus lo individui, lo studi; hai persino la dignitosa volontà di combatterlo, per arginarlo.

Questo virus, questa viralità, invece, è un modo di non/esistere accettato da tutti, anche da chi ancora ne è immune o vaccinato.

È come se il social/ismo avesse scovato e poi liberato una pulsione subdola del nostro ego, contro la quale siamo totalmente indifesi: apparire la propria apparenza; accettare quella degli altri ma solo se gli altri hanno accettato la nostra; pensare che la nostra bolla sia la realtà; escludere chiunque non vanti la sua Capalbio virtuale (follower, collab, eventi, like, meme, pose, politically correct…).

Questo non/esistere così informe ed elitario (un’élite non di classe, purtroppo), mi ricorda il bellissimo film grottesco Society (1989), di Brian Yuzna. Vi suggerisco di cercarlo: non parla dei social, ma di tutto il resto

28 gennaio 2017

intorno al saggio personale di Simon Critchley su David Bowie

Quello di Simon Critchley è un libro bello, a tratti commovente, sicuramente stimolante, ogni tanto anche istruttivo.
Appartiene a quel filone di libri densi-ma-comprensibili che solo gli anglosassoni sanno scrivere con invidiabile disinvoltura; addirittura riesce a coniugare la prospettiva personale con quella del dotto e acuto filosofo che sa leggere e interpretare ben oltre le solite canoniche visioni crociane che tanto ammorbano invece i saggi nostrani.
Oltretutto, e qui sta il vero punto, l'autore ammette platealmente di forzare la mano, di entrare nell'opera omnia di David Bowie con fare fazioso e filtrato dalle proprie passioni.
Utilizza cioè la premessa di una "personalissima opinione", assumendosene la responsabilità. Se ci pensate bene, quando noi italici diciamo "personalissima opinione", ci releghiamo in un ipotetico angolo, quasi come se l'avere un'opinione personale sia un reato da ammettere preventivamente. È un comportamento che mi sfugge e che addirittura mi irrita.
E la cosa ancora più seccante è che quando scriviamo saggi assimilabili a quello di Critchley, anziché avere l'onestà intellettuale di premettere tale attitudine - ma con fierezza, diamine - ci sproloquiamo addosso con frasone ad effetto, magari con la protervia dello "spiegare bene" perché tanto gli altri non ne hanno la capacità naturale di spiegarselo da soli.
Abbiamo, cioè, la strana visione distorta che la nostra documentazione (spesso facile e affrettata, peraltro) sia l'unica e incontrovertibile, anche quando i fatti ci darebbero torto. È capitato recentemente a Donato Zoppo quando ha scritto il suo pessimo saggio sui testi dei King Crimson, càpita nel giornalismo nostrano quando ilPost o Wired salgono in cattedra deformando la realtà in base a un preconcetto di comodo di partenza.
Il tutto è un miscuglio di faziosismi non ammessi, di ricerche di parte, di letture forzate, di pervicace uccisione della realtà reale.
Quand'ho letto Critchley, non mi sono sentito un cretino trattato da cretino: mi sono sentito a casa, in salotto, con del buon Laphroaig nel bicchiere, in compagnia di un amico che mi ha accompagnato dentro la sua vita e dentro la musica di David Bowie, e dentro la sua vita accompagnata dalla musica di David Bowie, ma anche dentro la musica di David Bowie come stimolo per viaggiare dentro il mondo e la mente di David Bowie stesso.
E mentre leggevo, scoprivo cose in comune con questo amico immaginario, ma soprattutto mi riempivo di dubbi, di incertezze sia musicali che personali, con una irrefrenabile voglia di riascoltare certi brani, di rileggere certe parti del libro, di andare oltre cioè la dottrina tipicamente propedeutica e rigida del saggismo all'italiana.
E, ciliegina sulla torta, è un testo pubblicato da Il Mulino, che non mi sembra una casa editrice così elastica e disposta verso le frontiere aperte e coraggiose di David Bowie, uno dei più grandi geni della musica di sempre.

24 febbraio 2016

purtroppo Spotlight non è quello che noi siamo

Fughiamo ogni dubbio: Il caso Spotlight è un capolavoro. Non tanto per la sua eccellente struttura (sceneggiatura, regia, fotografia, montaggio, musica), ma per il suo "sapore", per come cioè riesce a trattare un argomento così delicato - la pedofilia - senza mai scadere nel voyerismo, nell'ammiccare, nell'allusione crassa. Spotlight, insomma, è un esercizio di stile dentro quell'altro esercizio di stile più palese: il come si fa giornalismo d'inchiesta.
E già: come si fa giornalismo d'inchiesta?
Ce lo dice lo stesso Michael Keaton quando presenta il suo staff al neo direttore Liev Schreiber: certe inchieste potrebbero durare anche un anno! Capito? Un anno!
E perché mai qui da noi sarebbe impossibile?
Per un mucchio di motivi (lettori faciloni esclusi, ovviamente): 1) il gruppo dev'essere affiatato e collaborativo; 2) bisogna approfondire, e poi fermarsi per ragionare, e poi di nuovo approfondire, e poi di nuovo fermarsi per ragionare; 3) non bisogna mai dare le cose per scontate; 4) bisogna andare oltre le conventicole, le amicizie, le conoscenze; 5) non bisogna temere il pubblico, ma rispettarlo; 6) non bisogna adulare il pubblico, ma accompagnarlo; 7) bisogna riconoscere i propri limiti e sfidarli; 8) bisogna ricordarsi dei propri errori; 9) bisogna rispettare sempre le gerarchie; 10) sconfitte e successi sono colpa o merito di tutti.
Ma soprattutto c'è un elemento che non va mai dimenticato, e che va al di là delle cose pratiche, ed è un elemento etico e non scritto: il patto con il lettore. Se tu sei un professionista serio, io come lettore mi fido di te anche quando non sono assimilabile all'orientamento ideologico della tua testata. 
Il patto col lettore è più di una regola kantiana: è la chiave per comprendere la cultura del giornalismo anglosassone che è alla radice anche di Spotlight.
Ebbene, io non voglio chiedervi se i giornalisti italici siano dei buoni investigatori, perché la risposta già la sappiamo; ed è uno sconfortante "NO"! Del resto, pigri e svogliati come sono, preferiscono l'opinioncina-finta-indipendente-ma-superlecchina o il guadagnare aggregando notizie altrui spacciandole per spiegoni.
Io mi chiedo, e vi chiedo, ma tutti quei buffoni che "spiegano bene" il film o lo prendono come archetipo del proprio ideale di giornalismo - che però sono i primi a non praticare - e lo brandiscono contro i propri colleghi - dove comunque il più pulito ha la gogna... dicevo, questi buffoni, che razza di patto hanno fatto con i propri lettori?

08 gennaio 2015

l'unico amico di Charlie

Il 12 ottobre del 2010, quelli di Spinoza raggiungono il fondo con un post ributtante. Nel nome, cioè, della libertà di essere liberi, gettano fango e letame contro quattro dei nostri ragazzi saltati in aria su una mina del "nemico" (o comunque di quello che il governo da noi eletto democraticamente ha considerato come tale, perlomeno in quel momento).
Io scrivo le mie rimostranze, e mi becco risposte stupide e sciocche che hanno il significato che hanno. Da quel giorno, non li leggo più. Neanche si accorgeranno di aver perso un lettore, figuriamoci: però ho un cervello e una dignità, e non posso certo sprecarli nel sito di quattro deficienti.
Però: non sono entrato nel loro palazzo, non ho sparato all'impazzata contro nessuno di loro, non li ho nemmeno presi a calci nel culo come avrebbero decisamente meritato.
Perché?
Perché siamo occidentali, un paese democratico, uno Stato libero, ricco di contraddizioni e di storie perlomeno originiali, ma pur sempre dignitoso almeno nella sua essenza teorica. 
Certo, per quelli di Spinoza vale l'antica regola del Marchese del Grillo: problema loro (e dell'intelligenza di chi li legge, è ovvio). Per un paese serio e civile, invece, quello di Spinoza è il tipico sacrificio dell'intelligenza: dare spazio anche a loro, per confermarsi e confermare che la democrazia non può buttare via nulla di se stessa, neanche gli sfinteri.
Vero è che la satira si misura proprio dall'essere capace di spararla grossa senza avere bisogno di appellarsi a un diritto; se la tua parola è forte, il tuo diritto è la tua parola.
Veniamo alla strage di ieri: è vero che la memoria e il rispetto che si deve ai quattro morti di cui sopra non è dialetticamente comparabile con l'importanza ontologica della figura religiosa di Mamometto o di Allah (che poi, non dimentichiamo, per alcuni raffigurare questa figura è già considerato blasfemo); è vero anche che un conto è la sensibilità dei singoli verso i singoli, un conto il rispetto - anche e solo strategico - che si deve nei confronti di un simbolo venerato una un miliardo e mezzo di esseri umani.... ma se tu manchi di rispetto nei confronti di un morto o di un dio, sei solo un coglione. Punto.
Non è che io vengo lì e ti sparo a bruciapelo. Tutt'al più non ti compro.
Su questo, immagino, non ci piove.
Qualche derelitto dirà che sto scrivendo "se la sono cercata". Non è vero. Anzi, prima di aprire bocca, verifichi la sua copia di Lotta Continua di qualche lustro fa: scoprirà chi urlò "se l'è andata a cercare", e avrà qualche simpatica sorpresa.
Né tantomeno voglio mettermi lì a scrivere i "sì, ma" che hanno smosso certi intellettuali da strapazzo.
Però c'è qualcosa che va detto: non aggrappiamoci a delle vignette stupide e blasfeme per difendere la nostra libertà di pensiero. 
Già... perché quella satira è stata "solo" libertà di pensiero, ma non di pensare. Già... pensare significa anche capire che se tu disegni Maometto a pecorina con il buco del culo a forma di stella di David, non hai aggiunto o tolto nulla alla causa democratica né dell'Islam né del mio paese: hai dato visibilità solo alla tua volgarità, peraltro abbastanza facilotta. Punto.
Chi dimentica queste cose per scrivere stronzate come questa (è del 2006, ma è stata ribadita poco fa dall'autore stesso), o come questa, o come questa, sta solo dando spazio al proprio ego, non a un dibattito. Anzi: c'è addirittura chi twitta una sciocchezza come questa 
dimostrando una irritante malafede.
Dov'è che voglio arrivare?
Che adesso sarà più facile difendere i "valori" dell'Occidente, come faceva istericamente la superfascista Oriana Fallaci, non distinguendo diritti e doveri. 
Sarà più facile st(r)ingersi intorno al Vaticano che fino a pochi secondi fa vantava una storia di abomini e di stragi analoghi. 
Sarà più facile ricicciare l'antica idea di Europa superiore all'Islam (ricordate la gaffe di Christian Rocca che blaterò sull'inconsistenza di un'opposizione interna all'integralismo, beccandosi reprimenda da tutti... tanto che ci ha bloccati in massa?).
Sarà più facile uscirsene come il sucitato Costa, pretendendo reciprocità culturale, di obblighi culturali al femminismo, di tante altre cose, ma senza dare un'occhiata al contesto.
Credo si debba affrontare il tutto partendo da altre premesse.
Se è un problema di religione, ogni religione è un problema. Del resto, è anche nelle nostre chiese che mi sento imporre che il dio cristiano è anche mio (che sono ateo) o di un ebreo o di un islamico. E anche "loro" fanno così dalle "loro" parti.
Se è un problema di coerenza democratica, l'Italia ha qualche problema in merito: la nostra reciprocità si è dimostrata leggermente debole, mi sembra.
Se è un problema di difesa dell'identità, mi chiedo a quale identità facciamo riferimento: qui ci si ricorda di essere bianchi-cristiani-occidentali solo in queste occasioni.
Se è un problema di terrorismo, va combattuto come tale. Quindi: militarmente prima, culturalmente poi. Né in Afganistan né in Irak ci stiamo riuscendo, mi sembra.
Se è un problema di convivenza culturale, togliamoceli dai coglioni allora, nella stessa misura però in cui dobbiamo toglierci noi dai loro coglioni. Però, poi, addio libero mercato.
Se è un problema di progresso, il progresso sta nell'essere progrediti e non nel progredire. E allora un Mamometto che la prende nel culo da chissà chi, non mi sembra una prova di satira.
Se è un problema di modernità, vedrete che il popolo italico si sveglierà solo quando si sentiranno cantare i primi razzi israeliani e/o statunitensi.
Quello che voglio dire è che l'11/9 non ci ha insegnato un tubo. Dovevamo uscire da certi vortici, costruire un mondo nuovo e diverso, e invece abbiamo fatto di tutto per peggiorare la situazione.
Se devo ragionare come un giornalista snob rinchiuso nella mia torre d'avorio, provo pena e dolore senza fine per Ahmed Merabet, prima ferito e poi "giustiziato" da uno dei killer. Merabet stava proteggendo con la propria divisa un valore di cui immagino non sapesse neanche l'origine: un valore che per puro gusto della provocazione irrideva la sua stessa religione... un valore che si basava sul capovolgimento di un'antica (presunta) regola volteriana: gli altri devono morire per difendere le mie idee, che se poi mi danno fama e gloria e visibilità eterna, meglio. Del poliziotto di quartiere Merabet, però, non ne parleremo mai più.

17 luglio 2013

perché ilPost non accompagna Facci fuori dalla porta?

Intorno alla ignobile bordata di Calderoli contro il Ministro Kyenge si è scatenata una serie di giochi decisamente imbarazzante. 
Il più banale è stato l'uso del "noi abbiamo detto questo, ma anche voi avete detto quest'altro", tipico di chi non ha argomenti e gioca al rilancio coprolalico.
Poi ci sono stati quelli che non hanno commentato, nonostante per ruolo istituzionale avrebbero dovuto comunque dire qualcosa, perlomeno per rispetto della forma (Renzi ha preferito indignarsi per il sospetto doping giamaicano).
Infine, ci sono quelli come Filippo Facci (un'espresione labiale, una garanzia) che ha twittato:
Affermazione grave, gravissima, che non ha subito le doverose reprimenda da chi doveva, se non da Alessandro Gassmann, che ha risposto così
Le intenzioni di Facci, cinicamente fighette e provocatorie, sono note e chiare da tempo, e in questa circostanza vengono ben riassunte da una blogger
Il discorso potrebbe conludersi qui. 
Nel senso che in un paese civile, Filippo Facci avrebbe perso immediatamente tutti i suoi follower, e l'Ordine dei Giornalisti lo avrebbe espulso - o perlomeno sospeso.
E, se avessero avuto le palle, i direttori dei periodici dove collabora, lo avrebbero messo alla porta seduta stante. 
Così dovrebbe accadere nei paesi civili. 
Qualcuno obietterà che Filippo Facci ha espresso la sua balorda opinione in un ambito privato. Potrebbe anche essere vero. In realtà, il razzismo è razzismo. 
Punto. 
NON è un'opinione più o meno privata. 
Ergo: comunque un personaggio simile andrebbe punito con gli anticorpi che una democrazia seria e civile dovrebbe avere. Così come Calderoli doveva dimettersi - o essere dimesso - anche l'uscita di Facci andava - e va - punita.
E, invece, nulla.
Anzi, ne ilPost ha rincarato la dose con un intervento ben oltre la provocazione gratuita, che si basa su principi che nulla hanno a che vedere con l'orribile tweet di partenza.
Non solo il direttore Luca Sofri continua e continuerà ad ospitare Filippo Facci, ma ha tolto ai lettori la possibilità di commentare un simile testo.

20 gennaio 2012

Sofri libero, l'Italia in galera

L’altro giorno un collega mi ha fermato chiedendomi: “Come l’hai presa la liberazione di Sofri?”. E io, serafico quanto spontaneo: “Ah, perché è stato in galera?”.
Se la battuta fa storcere il naso a qualcuno, è perché forse non ci si rende conto della dimensione storica che si cela dietro un personaggio così irritante - per forma e sostanza - e tutt’altro che esemplare per le nuove generazioni.
In Italia, insomma, non manca la Memoria: la "mancanza di Memoria", infatti, significa che comunque c'è qualcosa da ricordare, e che però non si ha - o non si vuole avere - la coscienza per farlo. In Italia, invece e infatti, non esiste neanche la Storia - la madre della Memoria: è un'attitudine più grave e dolorosa. La storia con la "s" minuscola è solo merce di scambio e di opportunismi, non scientifica e costante verifica dell'esistito. E il panorama multiforme che attornia il "fenomeno Sofri" ne è un esempio piùcchelampante.
Che Sofri, cioè, sia oggettivamente (al di là, quindi, della sentenza) il mandante dell’omicidio di un poliziotto, di un servitore dello Stato, che quindi sia (stato) anche un delinquente che ha reso vedova una donna e orfani dei bambini... l’Italia neanche lo immagina o sa.
Che i compagni di salotto di Sofri abbiamo preventivamente condannato pubblicamente questo poliziotto (quando ancora era in vita), con una raccolta di 757 firme di quegli stessi intellettuali che - mai pentiti, però - oggi se la tirano contro altre gogne mediatiche (ben più innocue) e che di fatto hanno bloccato la nostra crescita culturale... l'Italia neanche lo immagina o sa.
Figuriamoci se l'Italia immagina tutto il resto, i danni maggiori perché impalpabili che il pensiero (e il pensare) di Sofri ha causato alla causa della sinistra, alla cultura italiana, persino al futuro del web (per interposto figlio, s'intende).
Il messaggio che arriva da una così deprimente figura, è che comunque se in passato hai azzeccato la stanza giusta e ti sei mosso bene, puoi essere stato quello che vuoi, aver fatto il peggio del peggio, ma poi avrai il futuro assicurato: potrai scrivere su numerosi mass media (Panorama, Il Foglio e Repubblica), vivere la detenzione come fosse un torto subito di cui farsi scudo (anziché una sacrosanta e scomoda sentenza che altri sconosciuti scontano in bel altro modo), dimenticare di aver annientato culturalmente perlomeno una generazione, godere della protezione dei tuoi simili (in maniera a volte arrogante: cfr le note dichiarazione di Erri De Luca), sopravvivere alla tua devastante devastazione culturale, perché oltre alla tua persona ci sono comunque solo le oggettive convenienze delle timorose conventicole che ti garantiscono un’innocenza a priori.
Quello che insomma non sa la gente, soprattutto quella che acriticamente lo esalta, è che Sofri e il suo codazzo sono il sintomo di una malattia italiana, incapace di vivere nella meritocrazia, nella giusta parsimonia culturale, nelle belle cose che dovrebbero sussistere nel paese. L'arte e l'intelletto sono ormai marchetta massmediatica di pura convenienza: nuove facce e nuovi volti mai avranno spazio e/o considerazione, a meno che non rientrino in parametri ben delineati (come anche ben dissimulati).
Sopravvivere col ricatto dell’“io so” (non certo di pasoliniana memoria, perché Pasolini a Sofri lo disprezzava, si sa) e goderne dei benefici, com'è accaduto a Sofri, non è glorioso, ma solo un modo sotterfugioso di allontanarsi dalle proprie responsabilità.
Sofri, insomma, rappresenta l’italiano medio, quello da tinello, quello che prima sentenzia e poi fa finta di argomentare, che pretende che il mondo sia a sua immagine e somiglianza (come del resto scrisse il figlietto: prima che il mondo diventasse a mia immagine ed accoglienza), che rifugge ogni tentativo di verifica e di ammissione - non dico delle proprie colpe ma di una certa possibilità di errore; un margine che fa parte invece degli uomini onorevoli.
Sofri è il tipico personaggio che una volta trovata/inventata la giusta e preventivamente ineluttabile possibilità, ci si tuffa dentro, ma sempre con le dovute accortezze, sempre con una possibilità di fuga, di poter alzare le mani e dichiararsi innocente.
Sofri, quindi, rappresenta l’Italia che ho sempre combattuto e combatterò: l’Italia che non ha regole se non le proprie convenienze, che non combatte per gli ideali ma approfitta delle altrui debolezze, che non vive di gioie ma di algidi opportunismi.
In realtà, ed è questa l’unica verità, non solo Sofri non è stato mai in galera, non solo non è stato condannato: ma quando stava dietro le sbarre, eravamo noi a essere imprigionati; adesso che è libero, però, basta!

12 settembre 2011

#Contagion - Del saper parlare di quello che si sa

Solitamente, i film cosiddetti "di denuncia" si possono dividere in due grandi attitudini: quelli che parlano di qualcosa che nessuno sa e/o che nessuno vuol far sapere; quelli che parlano di cose che si sanno - ma in ordine sparso - riassumendole in una trama precisa, capace di elencare danni possibili/avvenuti e responsabilità precise.
Ambedue questi filoni tendono comunque a dirci tranquillamente che i colpevoli siamo anche noi, comuni mortali e borghesucci viziati, con il nostro consapevole silenzio, che spesso non è nient'altro che vile condiscendenza.
Poi ci sono i film supereffettati, che usano le basi di queste denunce per far divertire la gente, e che spesso banalizzano problemi serissimi (ad esempio quelli disastroecologici, che, mirando troppo in alto, deresponsabilizzano ancor più la già pecorona popolazione bianca, cristiana e occidentale).
Contagion riesce a tenersi a distanza sia dal serioso e palloso film di denuncia, che da quelli ipereffettati con le onde alte 8 chilometri e assurdità simili. Ci riesce così bene, che personalmente ho sperimentato ieri in una sala del centro di Roma come il film non abbia accontentato né i seriosoni né i ragazzoti che amano i disastri. Intendiamoci: silenzio e attenzione assicurati, curiosità a mille, ma anche una leggerissima delusione finale. Ed è un peccato, perché il film c'è, e ha una sua forza.
Fatto sta che Soderbergh racconta l'esistente, senza giocare sul "cosa accadrebbe se...", perché in fondo il rischio di cui si parla è reale, potenzialmente concreto, in parte già accaduto e già temuto.
Tempo fa per RaiScienze misi online un servizio sui moduli di evacuazione elaborati per eventuali disastri sismici nel napoletano: protocolli di sicurezza che esistono sulla carta, ma che mai sono stati concretamente sperimentati, e il cui modello si basa comunque su un "cosa accadrebbe se..." di bassissimo profilo. Gli intervistati denunciano, infatti, che di fronte a un qualsivoglia evento sismico o vulcanico, paradossalmente ci sarebbero molte più vittime per l'impreparazione conclamata delle istituzioni che per il disastro in sé.
Ecco, questo esempio calza a pennello, perché mentre in questo video i protagonisti raccontano e spiegano, nel suo film Soderbergh fa solo vedere: riesce, cioè a fare il cronista asettico, senza mai dire la propria, aggiungendo rade e sofisticate punte di trama (tanto per tenerci attenti), accennando qua e là a momenti polemici credibili proprio perché non enfatizzati.
Lo scienziato folle non c'è, ma quello pragmatico che sa muoversi perfettamente tra scienza, burocrazia e fama, fa molta più paura e impressione, perché reso molto bene e con connotazioni mai stucchevoli.
Ancor più precisa è la figura del blogger: maleducato, arrogante, presuntuoso, incompetente, egolalico e capace di mentire pur di soddisfare la cecità ottusa dei suoi 12 milioni di follower.
Notevole la musica, quasi Tangerine Dream del periodo '70/'80; ottima la fotografia (dello stesso regista); attori noti a raffica, quasi come in certe cose dell'ultimo Altman, capaci di lavorare sempre per sottrazione e con spontanea eleganza; prodotto anche dalla mitica Participant, di cui ho tessuto elogi più di una volta.

28 marzo 2011

Mister S.a.L.S.a.: il mondo sono io, e non disturbate

Avrei voluto scrivervi una lunghissima e complessa analisi di questa ennesima prova di malafede e ineducazione del Berlusconi del web (Mister S.a.L.S.a., ovvero Sua Assolutezza Luca Sofri e Associati): alla fine, però, tante sarebbero le cose da sottolineare nel contesto specifico, che vieni sopraffatto dalla stanchezza. Mister S.a.L.S.a., insomma, la passa sempre liscia, complici inconsapevoli anche troppi suoi lettori, evidentemente o pigri o privi di uno spirito critico di base, il più semplice (suvvia: Mister S.a.L.S.a. non è così complesso, dài).
Ma c'è di più: non riesce più a contenere sulle spalle il diritto di critica altrui, da ammettere platealmente che d'ora in poi censurerà qualsivoglia forma di constatazione, seppur garbata.
Leggete fino in fondo tutta la quaestio (tanto è breve), perché è un esempio straordinario e abbastanza semplice di quello che vado scrivendo da tempo:
  • lui denuncia un fatto (senza aver fatto verifiche, come dovrebbe un giornalista, anche il più banale)
  • allude qualcosa "contro" qualcuno che gli sta sulle palle sempre e comunque (Vendola, in questo caso, spesso deriso anche dai suoi amici)
  • difende a spada tratta il suo compare di turno (il mite Civati, in questo caso), vittima di torti assoluti
  • aggiunge una cattiveria gratuita
  • e poi sbatte tutto in faccia ai suoi lettori, come fosse la verità assoluta
Credetemi o no: nel caso specifico (potete verificare), io ho fatto solo notare che il suo compare non è stato vittima di nessun "furto", semmai lo è stato uno scrittore più vecchietto e noto di lui, in tempi ben che andati. Altri fanno notare altre effettive e lineari incongruenze. Insomma, è un pasticcio: Mister S.a.L.S.a.ha effettivamente scritto una sciocchezza; lui che le addita agli altri (usando spesso il termine "fesserie"), ci è caduto dentro con tutto il gilet.
Anziché recedere, come buona parte dei maschi italiani (sempre un po' mammoni e infantili) Mister S.a.L.S.a. ha ben altro da proporre: il suo è un verbo assoluto, e siamo fessi noi che osiamo contraddirlo.
Vi riassumo la sua tripla risposta (indovinate quella riassunta male):
  • ao' ma stavo a scherzà; fessi voi che non lo capite 
  • e mica bisogna farne un caso di stato! 
  • ma non c'avete niente di meglio da fare?
Togliete il nome di Mister S.a.L.S.a., e aggiungetene uno qualsiasi, di un qualsiasi italiano medio, e avrete sempre la stessa formula.
Del resto, uno che scrive che il mondo è fatto "a mia immagine e accoglienza"; uno che gioca col fuoco scrivendo che se il suo collegamento adsl continuerà a funzionare male, abbatterà il primo traliccio che trova; uno che fa politica su ilPost, e non certo informazione (gli spiegoni di Francesco Costa, per esempio, non sono inchieste giornalistiche, ma collazioni di testi altrui, e da prospettive perlomeno di parte); con uno così, insomma, come puoi fare un confronto politico, un dibattito sociale, una proposta di cammino verso qualcosa?
Ma, soprattutto,come puoi pretendere di accettare le sue proposte politiche (al di là della sua terrificante sintassi, s'intende)?
Per lavoro sono appiccicato al web quasi tutto il giorno, e non c'è verso di distaccarsi dal suo metodo e dal suo approccio: Mister S.a.L.S.a. sta ovunque, anche se non richiesto, anche se non citato. Paradossalmente sta anche in questo blog, che da anni ne denuncia contraddizzioni e povertà.
Il parallelo apparentemente forzato che faccio tra Mister S.a.L.S.a. e Berlusconi ha un suo perché: entrambi hanno bloccato il paese (il primo, quello virtuale; il secondo, quello quotidiano); con entrambi la gente si adegua, si adagia, li segue come un'ombra, come un esempio, come faro tecnico e metodologico. Signore e signori, se avete un minimo di coscienza e spirito d'iniziativa, potrete e dovrete fare meglio di lui, meglio di loro.
Da domani torno alla cultura: non ne posso più di fare le pulci a un simile individuo; parafrasando Moretti, evidentemente ve lo meritate... io no, però.
Detto ciò, e considerato come sono stato trattato nella su citata quaestio, non mi aspettavo un commento privato da parte di un anonimo che non vuole essere pubblicato; commento molto bello... grazie.

22 febbraio 2011

tornare e non morire

Ogni volta che entro in sala operatoria, spero sempre di risvegliarmi in un mondo migliore; e, invece, basta affacciarsi alla finestra del reparto per rendersi conto che il mondo è sempre lì, sornione e furbacchietto, a dirmi che dovrò ancora una volta rimboccarmi le maniche, giusto per mantenere salda la mia dignità, visto che il resto ormai conta ben poco.
Mi chiedo sempre quanto valga la pena provare a migliorare le cose, se poi le cose dicono di odiare il letame in cui sopravvivono, ma poi ci sguazzano amorevolmente.
Ritorno un po' su tutti i miei standard, perché la casella di posta era piena, e di spunti in sospeso-ma-attuali ne ho trovati.
In primis l'omofobia di Severgnini. Un suo lettore mi inoltra questa mail (che Severgnini ha visto bene di non pubblicare):
Caro Severgnini
Le confesso di essere rimasto un po' deluso nel leggere la sua risentita risposta al lettore A. Loppi, che qualche giorno fa la accusava, senza troppi giri di parole, di essere omofobo. Lei ha reagito dicendo chi la ritiene omofobo “vorrebbe tappare la bocca a chi esprime un parere diverso”. Eh no, mi scusi ma qui ha ragione Loppi. È un po’ come se un razzista si lamentasse di coloro che lo chiamano tale dopo che lui è andato in giro dicendo che ai neri non devono essere concessi gli stessi diritti di tutti gli altri cittadini. Lei ritiene che alle coppie omosessuali non dovrebbe essere consentito di potersi sposare né tantomeno dovrebbe essere concesso loro di poter adottare figli. È un modo come un altro per sostenere, implicitamente, che le persone omosessuali sono esseri umani inferiori e dunque non devono poter fare cose che invece agli eterosessuali, come lei, sono concesse. E poi si inalbera se qualcuno le dice, chiaramente, che lei è omofobo? I suoi toni saranno forse più educati di quelli un po' bruschi del signor Loppi ma il suo messaggio antiuguaglianza, che le piaccia o no, è un messaggio degradante che lei rivolge a tutti i suoi concittadini omosessuali. Non si offenda se qualcuno glielo fa notare.
Un suo lettore (deluso).
Da fargli un micromonumento; tenendo conto poi che ha riassunto perfettamente il mio pensiero; tenendo conto poi che qualche giorno dopo il Severgnini rincarava la sua posizione dicendo "La mia opinione la conoscete, e credo corrisponda a quella della grande maggioranza degli italiani", come se fosse un certificato di automatica qualità; tenendo conto poi che insisteva nell'alludere al mio presunto volergli "tappare la bocca" (guardi che preferirei tapparne altre di bocche... eppoi sono così temibile?; tutto qui il suo coraggio, caro Severgnini? Facile difendersi dietro un sistema che non la costringerà a rimangiarsi le sue gravissime affermazioni). A conclusione di ciò, né l'Ordine dei Giornalisti né il direttore del magazine del CorSera lo hanno punito professionalmente, com'era giusto che fosse... ah, ovviamente i fighetti sono stati zitti. Dico: solo a me il leggere che il matrimonio tra omosessuali "è contro il buon senso" fa automaticamente sentir provenire dalla strada un rumore di stivali chiodati?
Il lettore dice anche che sono brusco, e in altri contesti c'è chi ha usato questo mio difetto per giustificare la poca affluenza di lettori al mio blog.
Può essere.
E allora, però, vi porto come esempio di sgarberia costante un'altra mia vittima, Luca Sofri: come esempio tra tanti, guardate come ha insultato i suoi commentatori; il giorno dopo, stessi lettori, stesso successo. Eppure, tratta sempre tutti con spocchia e alterigia, oltretutto con argomenti e sintassi da incubo.
Ma piace...
... mi ricorda qualcuno...
Più in generale, è ormai evidente che in Italia la visibilità egeliana e la credibilità sostanziale non si raggiungono con il duro e serio lavoro: la si hanno in dote. Haivoglia a sforzarti. Haivoglia a restare coerente (dico: scrittori di Mondadori, Berlusconi avrebbe pagato Ruby anche con soldi derivati dai vostri successi!). Haivoglia a indicare vie pulite, restando però pulito. Non serve a un beneamato nulla! Solo al tuo amor proprio e alla tua dignità!
Beninteso, caratterialmente non sono il tipo da volere qualcosa in cambio. Ma pretendo, esigo, che certe nobili parole e qualità non vengano attribuite a chi non le merita! Basta, insomma!
Eppoi, si sa, se il comportamento dei Severgnini o dei Sofri, o di tutta questa massa di fighetti che sconquassa la cultura italica, venisse attuato da uno qualsiasi di noi, haivoglia a condanne moralisticheggianti. Altro che Berlusconi!
Del resto, scusate, nel parapiglia delle case trivulziane, quanti dei "nostri" e dei "loro" sono stati beccati col sorcio in bocca? E la lista di tutti questi furbacchioni dove sta? Io voglio leggere i nomi di chi pagava in pieno centro di Milano un affito mensile inferiore a quanto paga uno studente fuori sede per una singola stanza puzzolente nella periferia romana! Possibile che nessuna delle conventicole sia così pulita da poter additare alle altre questa ennesima clamorosa sporcizia?
È che in fondo la miseria dell'egoismo diffuso - accentuata anche dal pessimo uso che si fa delle attuali straordinarie tecnologie - consente a tutti di pensare ancor di più al proprio misero cortiletto, infischiandosene del vicino. Ci si mette lì a blaterare tanto dei propri diritti, senza immaginare però che vanno anche praticati, giorno dopo giorno.
Meglio aspettare la prossima anestesia: almeno mi illuderò per un misero istante di potermi poi risvegliare in un mondo migliore.

24 settembre 2010

le mille mozzarelle blu

Pensavo che i giorni forzatamente allettati non mi avrebbero consentito di perseguire la mia marcia purificatrice, quando però dal nulla tra i miei compagni di stanza si è materializzato un mangimista, o meglio un tipo che si preoccupa di fornire alimenti ed infrastrutture di prima necessità alle fattorie e alle aziende di quasi tutto il Meridione. Un'occasione ghiottissima per imparare tante cose.
Ebbene, che cosa sarebbe realmente accaduto con le mozzarelle di bufala blu?
Il latte di bufala è bianco, quello di mucca giallo. Per poter spacciare quello di mucca per quello di bufala - e quindi guadagnare almeno il triplo, si usa un prodotto a base di clorofilla (quindi innocuo) che colora - appunto - quel giallo trasformandolo in un bel bianco perlato. Ne basta una goccia per cinque quintali di prodotto. Evidentemente l'addetto dev'essere scivolato sversando più clorofilla del dovuto, rischiando quindi/anche di svelare le basi di uno scandalo ben più grosso.
Perché, però, tutti i giornalisti hanno smesso di parlarne quasi subito? Ah, saperlo. Certo, se teniamo conto che dietro incidenti simili si nascondono interessi di società potentissime, la somma dei sospetti verrebbe spontanea... in malafede, per carità.

06 settembre 2010

pupù e pipì

Tra le tanto cose che riteniamo di sapere, e che invece sono sbagliate, c'è quella che riguarda la guida a destra: non sono gli inglesi a guidare "al contrario", ma noi. E già, prima della Rivoluzione Francese tutti i carri, i cavalieri e le persone tenevano la sinistra. E perché? Provate ad improvvisarvi spadaccini e capirete quanto sia difficile difendersi da un eventuale attacco sfoderando la spada con la spalla impacciata...
Ebbene, nel mondo ci sono molte situazioni analoghe, cui neanche facciamo caso e che per noi sono normali seppur contrarie.
Un altro esempio: Stephen Hawking. Un genio. Assoluto. Tanto geniale che spesso mi vien da pensare che tutti noi siamo handicappati e che solo lui è il vero normale. Un paradosso, vero, ma dettato dal profondo rispetto sia per la persona che per i livelli del suo sapere, inimmaginabili per chiunque altro. In un'ipotetica piramide della perfezione, lui è la punta estrema; noi tutti sotto. Ma proprio tutti.
Quindi è ovvio immaginare, quasi doveroso, che i suoi discorsi non possano essere riassumibili in un articolo di giornale, perché un quotidiano è notoriamente il regno dell'accennare, del da verificare, dell'indicare qualcosa che comunque sta molto molto lontano. Specie nel campo della scienza: per entrarci dentro e fare ragionamenti adeguati bisogna essere competenti, attenti, documentati e tutte queste cose qua. Cioè: un giornalista sa sin dall'inizio di essere limitato, e il lettore (anche il più distratto) dovrebbe ormai aver capito - specie un lettore giovane e avvezzo al mondo del giornalismo e del web - che qualsiasi articolo riguardante Stephen Hawking è per forza di cosa limitatissimo e limitantissimo.
Eppoi Hawking è troppo avanti, e noi caccolette dell'Universo non possiamo banalizzarlo tanto per farci notare, né tantomeno metterci lì a discettare su di lui con una singola battutina scemetta che la butta in caciara (comprese infantili stronzate su noi atei), battutina scemetta senza fonte e riferimento, battutina scemetta che diventa importante perché vive sul vizio del "sentito dire" tipico dei blogger che non hanno un cazzo da fare se non commentare sempre e su tutto, e che di conseguenza enfatizzano quelli che dicono sempre "pipì, pupù" per farsi notare e compatire dai grandi.
A nessuno verebbe in mente di comportarsi così con Stephen Hawking, a meno che non sia un cretino.

25 giugno 2010

aiutiamo quest'uomo: ha dei problemi seri


Non leggo libri da mesi e mesi, forse anni: cioè, li apro, ne leggo dei pezzi, o li sfoglio, ma non li riprendo quasi mai. Ne apro degli altri, eccetera. So di cosa parlano, insomma, e anche come sono scritti. Conoscenza superficiale, eccetera: ma io avevo un’attitudine alla conoscenza superficiale già prima che il mondo diventasse a mia immagine ed accoglienza.

Chi l'ha detto? Berlusconi?!
No.

23 aprile 2010

Luca Perina e Flavia Sofri

L'altra mattina leggo Luca Sofri che esalta le non differenze tra "noi dde' sinistra" e Flavia Perina.
Oltretutto la Perina collabora anche su questa nuova invenzione internettara di Sofri e Costa chiamata ilPost: dal che se ne deduce che almeno in tavola assieme ci vogliono stare.
Poi però incorro in questo post dove vengono elencate asetticamente le votazioni che la deputata Perina ha fatto e che nulla dovrebbero avere a che fare con "noi dde' sinistra". Ma proprio nulla. E se io fossi stato un blogger noto e influente, e adesso anche direttore di una testata, sarei stato molto più accorto.
Insomma, sommati i due post, c'è solo una domanda da farsi: qual è la differenza tra Sofri, la Perina e il sottoscritto?
Tra il salotto di Sofri e il divano della Perina sembra nulla. Leggete qua:

Mi trovo quasi sempre d’accordo con lei, non solo sul piano delle posizioni politiche ma soprattutto su quello di analisi e valutazioni più estese e generali. E dopo aver parlato un po’ con lei in un bar romano [sic!], le ho chiesto, a partire da questo suo articolo, «ma scusa, sono mesi che ti sentiamo dire cose assolutamente condivisibili e auspicabili, e ci diciamo ogni volta “guarda come siamo d’accordo” e ce ne meravigliamo, e anzi ormai non ce ne meravigliamo più.

Per proprietà transitiva, quindi, e non dovendo più distinguere tra i due (per loro stessa ammissione), mi viene da dire che tra me e Sofri invece le differenze ci sono - eccome!, perché io queste cose non le avrei votate. MAI.

Flavia Perina vota a favore del legittimo impedimento (seduta 277 del 3 febbraio 2010).
Flavia Perina vota a favore del reato di immigrazione clandestina (seduta 177 del 14 maggio 2009).
Flavia Perina vota a favore delle ronde (seduta 177 del 14 maggio 2009).
Flavia Perina vota a favore del prolungamento a 6 mesi della permanenza negli ex CPT (seduta 177 del 14 maggio 2009).
Flavia Perina vota a favore delle realizzazioni di nuove centrali nucleari (seduta 48 del 5 agosto 2008).
Flavia Perina vota a favore dell'abolizione dei limiti per i pagamenti in contante ai professionisti (seduta 48 del 5 agosto 2008).
Flavia Perina vota a favore dello scudo fiscale (seduta 225 del 2 ottobre 2009).
Flavia Perina vota a favore del Lodo Alfano (seduta 32 del 10 luglio 2008).
Flavia Perina vota a favore dell'abolizione dell'ICI (seduta 26 dell'1 luglio 2008).
Flavia Perina è cofirmataria della mozione Cota e altri per l'istituzione delle classi ponte per gli stranieri (seduta 66 del 14 ottobre 2009).
Flavia Perina è cofirmataria dell'interrogazione che sostiene il carattere disciminatorio di una risoluzione dell'Agenzia delle Entrate per la quale l'iscrizione dei figli a scuole private sarebbe indice di alto reddito delle famiglie.
Flavia Perina vota a favore della Social Card (seduta 48 del 5 agosto 2008).
[...]
Quando si dibatteva se Obama fosse troppo moderato o troppo liberal, qualcuno andò a vedere come votava da senatore e se si discostava (e quanto) dall'ortodossia del suo partito. Ebbene, su 129 volte in cui Flavia Perina e Ignazio La Russa sono stati presenti assieme in seduta, hanno dato lo stesso voto per 128 volte. Delle 11 volte che Berlusconi è stato presente con lei, hanno espresso lo stesso voto tutte e 11 le volte. Con Umberto Bossi sono andati d'accordo 166 volte su 167. Con Michela Vittoria Brambilla 69 su 71. Con Paolo Bonaiuti si sono trovati d'accordo 360 volte su 361. Più in generale, su 3979 votazioni nominali a cui ha partecipato (votazioni, cioè, in cui l'eventuale dissenso dal gruppo è scoperto), l'on. Perina ha votato diversamente dal Gruppo PdL 17 volte, lo 0,43% delle volte. Antonio Martino, per dire, ha espresso 146 voti ribelli su 3067 votazioni nominali (4.76%); Gaetano Pecorella (dico: Gaetano Pecorella) ha votato difformemente dal gruppo 50 volte in 3863 votazioni nominali (1.29%). Piero Fassino, per fare un esempio, ha votato in dissenso dal gruppo PD per 17 volte sulle 862 votazioni nominali a cui ha partecipato: quasi il 2% delle volte. Dati alla mano, Piero Fassino è un democratico ribelle quasi 5 volte tanto quanto Flavia Perina sia una pidiellina ribelle.

14 gennaio 2010

l'ombra e il decoro (una risposta ad Arianna Cavallo)

Dall'alto dei miei 80 lettori abituali, appare quasi come una speranza subire un commento come questo:
Certo che non se ne può più con 'sta storia dei figli di papà. Pensi che siano degli inetti andati avanti solo per raccomandazione? Se sì, datti un'occhiata in giro e guarda il livello dei giornalisti italiani, forse cambierai idea. Limitati ad argomentare e spiegare perché non sei d'accordo con loro e lascia perdere definizioni rosicone e bambinesche.
Arianna Cavallo
La lettrice, insomma, criticava il mio breve post contro quei terzisti che stanno già provando a suggerire come leggere la figura di Craxi; e lo fanno usando la canonica e furba "verità sta in mezzo" tipica dell'italianismo medio. Sono io semmai che trovo veramente "bambinesco" - questo sì - postulare le proprie tesi dando del fesso a chi dignitosamente e coerentemente non vuole andare oltre ai torti dimostrabili del craxismo. Tanto che alla fine le argomentazioni dei tre si riducono a zero, a un parlare per voler parlare, usando uno strumento - quello del web - dentro cui l'approfondire qualcosa è difficile, e comunque la maggioranza di chi lo frequenta non va oltre le tre righe. Basta leggere alcuni post plaudenti piegati al disitaliano di Sofri (che commenti non ne accetta, si sa) per vedere confermata la mia tesi: "Non sono un esperto di Craxi, ero piuttosto giovane e vivevo in provincia" e quindi sono d'accordo con il terzismo di Sofri. Punto e basta. Facile e anche superficiale, mi sembra.
Voglio dire: stiamo ripetendo gli stessi errori culturali che avevamo già commesso col Fascismo! Anziché sviscerarlo e trovare tutti i bandoli della matassa di quel fenomeno, l'abbiamo rimosso. E a distanza di 60 anni c'è ancora gente - troppa e addirittura colta - che intravede qualità nel Fascismo che lo stesso Fascismo invece disdegnava.
Ma è anche vero che del craxismo non si può e non si deve ancora parlare storicamente, perché è troppo attuale e troppo presente. Fare qualche post e dedicargli una via che butta tutto in caciara è da irresponsabili, e il voler dire che si deve andare oltre certi sdegni, suona molto furbetto. Del resto, se Bocca disperatamente scrive "Al di là di tutti questi bei discorsi l'unica cosa che posso dire è che per me, ora come allora, chi ruba è un ladro", è perché le argomentazioni portate avanti dai tre fighetti costringono solo a questo, e non a un eventuale dibattito vasto e corposo.
È come se avessero letto al contrario i bellissimi versi di De Gregori:
E poi ti dicono "Tutti sono uguali,
tutti rubano alla stessa maniera"
Ma è solo un modo
per convincerti a restare chiuso dentro casa
quando viene la sera
Ma perché, aggiungo io, un dibattito storico vasto e corposo su Craxi ancora non ha senso? Per almeno tre motivi: uno scientifico, uno contestuale e un altro culturale.
Veniamo a quello scientifico. La Storia non la possono scrivere i giornalisti, così come gli storici non possono fare giornalismo: sono due attitudini mentali totalmente diverse. I primi raccontano l'accadere, i secondi l'accaduto. I primi raccolgono freneticamente prospettive di lettura non per forza obiettive, perché l'attualità costringe a questo; i secondi hanno davanti presupposti, cause ed effetti (di media e lunga gittata) che consentono loro di approfondire l'accaduto con una cautela e una lungimiranza fondamentali.
La Storia non è una scienza esatta, ma dalla scienza eredita il suo mettersi sempre in discussione. Ma non si può fare Storia sul craxismo. Né giocare al distinguo. Si deve fare cronaca: e la cronaca ci dice che Craxi è stato politicamente, culturalmente ed eticamente dannoso per l'Italia.
Il motivo contestuale riguarda il vecchio detto sulla Storia scritta sempre dai vincitori. Ecco, il caso di Craxi ne è una valida conferma. Perché Craxi ha vinto. Il sistema craxiano ha vinto. Non è solo una questione se abbia rubato o no, ma di metodo e di mentalità.
I plastificosi anni '80 non sono nati per caso, e la loro affermazione negli anni '90 ne è una rafforzata e granitica conferma. C'era un sistema che li ha favoriti e foraggiati. Non si può dare la colpa solo al berlusconismo nascente - come si usa fare oggi, ma a un sistema quotidiano politico e culturale che ha imposto quel meccanismo. E Craxi ne è stato alfiere e simbolo al tempo stesso. La "Milano da bere" se la son bevuta in troppi, e i protagonisti di quella che oggi chiamiamo affettuosamente Opposizione non hanno mosso un dito che fosse uno (e forse qualcuno qualche bicchiere se l'è bevuto anche lui).
Andiamo a domande più dirette. Cos'ha fatto Craxi per gli operai? Cos'ha fatto Craxi per l'economia? Cos'ha fatto Craxi per l'occupazione? Cos'ha fatto Craxi contro la burocrazia? Cos'ha fatto Craxi contro la malavita organizzata? Cos'ha fatto Craxi per le riforme?
Vogliamo essere chiechi e sordi come Minzolini? È questa la nostra Memoria?
Il Romano scrive che Craxi è stato l'unico che credeva nella modernizzazione del paese. Davvero!? E da quando?! Semmai Craxi si è arreso alla modernità, costringendo l'intero paese a un provincialismo sociale e sostanziale da cui riesce sempre più difficile uscire.
Possibile che le nostre menti si sia appallottolate sull'adesso?
Ecco perché non sopporto i figli di papà, cara la mia Arianna: perché non subiscono una doverosa selezione darwiniana intellettuale come accade - dovrebbe accadere - per noi che figli di papà non siamo; perché la loro gavetta è a colpi di sedie e non di scarpe consumate, perché non hanno il minimo senso del reale e del passato. Se faticassero un pochino, se muovessero il culo oltre i loro bovindo radical chic, si renderebbero conto che non si possono usare argomenti alla carlona, non ci si può fare scudo di una propria presunta intelligenza per argomentare qualsiasi cazzata passi loro per la testolina vuota da preoccupazioni.
L'ultimo motivo, quello culturale, è figlio dei primi due. Dopo Mani Pulite questo paese ha dimostrato che la stagione delle piazze era piena più di "rosiconi" - come direbbe la mia commentatrice - che di reale stizza risoluta e dignitosa. Altrimenti come mai siamo arrivati pressoché immediatamente a Berlusconi, padre e figlio del craxismo? Evidentemente non siamo stati capaci di produrre grandi stravolgimenti culturali come quelli cecoslovacco, spagnolo, portoghese e se vogliamo anche cileno.
In tempi e modi diversi questi popoli hanno preso delle enormi forbici per tagliare con il passato - condannandolo!, con tutto ciò che rappresentava e contro tutti i semi che aveva lasciato durante le aride stagioni delle dittature più o meno esplicite o dichiarate. Noi non solo non abbiamo saputo rispondere al craxismo nascente (e di questo i sessantottini dovranno prima o poi rendere conto), non solo la resa al craxismo è stata immediata (il che conferma la pochezza del tessuto morale italico), ma neanche l'abbiamo sconfitto eticamente o politicamente. Ci ha pensato un'isolata magistratura, contro cui oggi si scatena anche qualcuno dei fighetti sopra criticati.
Ragioniamo a grandi immagini: possibile che Mussolini sia stato destituito per un suo errore militare e Craxi da quello di un suo collaboratore? Tutta qua la nostra dignità? E allora, senza di essa e senza tanti altri strumenti necessari per questo tipo di approccio, come si può scribacchiare che la "verità sta in mezzo"? Come si può assolvere implicitamente il craxismo se ancora non è stato perlomeno stigmatizzato sul piano politico e sociale?
Siamo intrisi di craxismo, siamo vittime e carnefici del craxismo, e abbiamo la pretesa di fare il dibattito tra fighetti!?! Ma siamo impazziti!
Mi dispiace per la commentatrice Arianna, e mi dispiace per il mio ego, ma io non sono capace di scrivere cose diverse da queste. Non sono capace di essere convincente con dialettiche furbette e argomentazioni irresponsabili pur di essere sempre al centro dell'attenzione. Non ce la faccio.
De Andrè non mi è mai piaciuto, ma una volta scrisse "io non appartengo a questa schiera, io morirò pecora nera". Un inno alla staticità, un po' rassegnosa e da libro Cuore, lo so. Però, se mi ostino a scrivere questo blog piccolo e latitante, è perché spero di poter indicare altre strade. Potranno non essere le mie, per carità (e la mia curiosità ci si avventurerebbe per un po'), ma almeno saranno indicazioni limpide, questo sì. Limpide. 


per la cronaca: Arianna Cavallo lavora per Luca Sofri, un "figlio di papà". Ma ovviamente non l'ha specificato