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19 dicembre 2013

L'autAintervista (parte seconda)

David Blue - Le musiche, parliamo delle musiche. Come mai hai segnato addirittura una colonna sonora per leggere l'ombra dietro al muro?

Alessandro Loppi - Non è proprio così... nel senso che l'ordine proposto non è relativo ai capitoli, ma semplicemente alfabetico. 
Per venire alla tua domanda: io non ho mai collegato un brano musicale a un evento preciso; le mie sorelle, sì, per esempio

DB - Cioè?

AL - Per mesi, una delle mie sorelle si accartocciava su un pezzo dei Pooh perché era la colonna sonora del suo amore... poi, quando si lasciavano, diventava il motivo della nostalgia, condito da lacrime amare... due palle (ride)

DB - E quindi?

AL - E quindi a me piace la musica. Punto. 
Ho usato certi brani perché cercavo un mood, un approccio, una sorta di ritmo che solo quello specifico brano sapeva darmi, senza però lasciarmi influenzare da quello che dice nel suo specifico o da quello che mi suscita in altre circostanze

DB - E David Sylvian che (ri)canta i Blonde Redhead?

AL - Quando vidi 28 giorni dopo (un ca-po-la-vo-ro) mi colpì l'inizio, quando il protagonista gira per una Londra abbandonata, e il commento musicale di John Murphy accompagna la sua inquietudine con un canone musicale per chitarra, basso e batteria - un canone quasi grunge, se vogliamo - molto ostinato ma anche molto semplice... ho cercato - e trovato - qualcosa di analogo: che non fosse però lo stesso brano; altrimenti, avrei subito l'approccio di Danny Boyle

DB - In effetti, la Messenger da te usata ha un non so che di ipnotico

AL - Già... la trovai per caso, girando dentro iTunes

DB - Passiamo ad altro: è vero che appena ingrani e la tua idea funziona, molli tutto e lo lasci in sospeso?


AL - Sì... considerato che quando parlo accade l'esatto contrario, quando scrivo (o quando componevo canzoni) tendo sempre a fermarmi appena mi accorgo che la cosa sta andando bene, molto bene. Altrimenti, se continuo, mi crogiolo sul successo e quindi lo ripeto, lo ribadisco, insisto a dire sempre le stesse cose... e rovino il risultato

DB - E come fai a ritrovare il bandolo quando torni sul pezzo?

AL - Riprendo il tutto dall'inizio, controllo se c'è coerenza o uniformità, e poi riparto da dove l'ho lasciato.
Non solo funziona, ma mi consente di ritrovarmi, e soprattutto di snidare eventuali sbavature e incongruenze

DB - Come fai a fermarti? Voglio dire: sei notoriamente un precisino perfezionista; quand'è che stabilisci l'esatto punto d'arrivo?

AL - Non esiste un punto d'arrivo, perlomeno dalla mia prospettiva. Spesso è l'insieme che mi suggerisce di fermarmi; più frequentemente, è la noia... se mi sto annoiando della situazione - o di me stesso - allora capisco che è arrivato il momento di dire basta, che va bene così... anche se non mi piace e non mi soddisferà mai

DB - Forse è per questo autolimite che non hai aggiunto i due capitoli che dici di avere sempre avuto in mente?

AL - Esatto... la parabola narrativa era arrivata alla sua fine precisa: incastonare i due capitoli che avevo in mente, significava far rimbalzare il tutto... avrei aggiunto un inutile di più che poi non mi sarebbe piaciuto, e che avrebbe distolto il lettore dallo scopo finale... cioè, e appunto, la fine del romanzo (come ho detto l'altra volta)

DB - Ecco perché non sopporti chi si chiede ci siano quelli là

AL - Infatti! Perché significa che non sono riuscito totalmente nel mio scopo. 
La realtà del romanzo, insomma, è un'altra: quelli là sono un pretesto, e nulla più

DB - Come mai hai depubblicato Cronache di un uomo a riposo

AL - Perché l'idea era buona, ma l'ho resa malissimo e senza pensare che se due capitoli isolati funzionano, non è detto che messi insieme raddoppino la propria forza. 
In più, ho strapeccato di presunzione, buttando dentro riferimenti inutilmente colti... un vizio molto italiano che critico negli altri e che ho invece praticato per primo

DB - Autocritica benvenuta ma curiosa, visto che poi sei un solitario, e sembri non curarti molto del giudizio altrui

AL - Sono due cose diverse... comunque, il mio solpsismo è stato in parte alimentato da un'attitudine evidentemente in nuce sin da bambino, in parte perché nessuno ha osato combattere e scoraggiare questa fame di dolore.
La colpa mia è stata di averlo foraggiato con una passione per la decadenza che è stata chiusa in un armadio solo grazie a mia moglie

DB - Non c'è pericolo che ritorni?

AL - E infatti fa un sacco di casino da quell'armadio... non la senti?

05 dicembre 2013

L'autAintervista (parte prima)

David Blue - Perché hai deciso di pubblicare il tuo romanzo anche su e-book?

Alessandro Loppi - Perché me l'ha consigliato mia moglie. Anzi, era tempo che insisteva, sbattendo però contro la mia riluttanza.

DB - E perché eri riluttante?

AL - Ho uno strano rapporto con la tecnologia: nonostante ne faccia parte, e nel mio piccolo stia contribuendo fattivamente alla sua esistenza, sono convinto che sia usata male e che ci stia portando in bruttissimi posti

DB - Pessimista o cosa?

AL - No, realista. Fare parte di questo sistema consente di capire molte cose; molte più di quanto non ne vengano dette/lette...

DB - Cosa ti aspetti da questa pubblicazione più immediata?

AL - Onestamente, poco o quasi nulla... nel senso che se il lettore si ferma alle prime pagine, rischia di trovarsi spaesato e di non voler andare oltre; e non credo che l'e-book modificherà quest'attitudine. 
Io credo nel lettore curioso, ma in tutta sincerità non conosco per nulla il mondo del selfpublishing; quindi, non saprei neanche immaginare cosa diamine potrebbe accadere

DB - E se tu dovessi riassumere la trama?

AL - Ecco, qui - proprio qui - mi dimostro incapace di essere seducente. Di primo acchitto, potrei fare il piacione, dicendo che è una dedica a mia moglie... 
... c'è chi l'ha definito un romanzo fantapoetico; mio scuocero si è sperticato in mille complimenti; un mio amico libraio l'ha etichettato come una vittoria contro la depressione...

DB - Quanto cinema c'è nel romanzo?

AL - Ah, tantissimo, anche non esistente... voglio dire che io immagino gli eventi come fossero riprese, inquadrature. Non riesco a farne a meno... anche quando parlo

DB - Eppure non sembra una sceneggiatura, né tantomeno credo sia fattibile in maniera così lineare com'è accaduto a cose tipo La strada di McCarthy

AL - Forse perché non so scrivere sceneggiature, e forse perché non c'ho pensato

DB - Eppure, la tua privacy sembra un pretesto

AL - Effettivamente, per me è facilissimo usare le mie esperienze per scrivere d'altro. 
Infatti, le persone che non mi conoscono e l'hanno letto, hanno dato definizioni ancor più disparate, addirittura non credendo che certi riferimenti fossero personali

DB - Roma sembra una protagonista quasi nascosta

AL - È uno scenario straordinario, specie d'ottobre o a maggio: ha luci e sapori unici. Certo, i romani per primi sembrano volerla umiliare: è un'antica polemica su cui non voglio soffermarmi, perché poi nel romanzo riesco a risolverla in qualche modo

DB - Effettivamente, prima dell'arrivo dei pericolosi quelli là, Roma è sporca e trasandata; quando arrivano loro, diventa linda e vivibile... come mai?

AL - È un gioco al paradosso che mi diverto spesso a fare anche quando parlo di cose stupide

DB - Se tu dovessi indicare un punto di svolta nel romanzo, quale pensi che sia?

AL - Il finale... se il lettore lo legge bene, si rende conto che ho detto qualcosa di molto forte, proprio all'ultima riga. 
Anzi, mi viene da pensare che io abbia scritto una sorta di premessa a un qualcosa che poi maturerà nell'immaginazione del lettore... o almeno lo spero

DB - Cosa rispondi a chi ti dice "è solo fantascienza"?

AL - Innanzitutto non lo è... altrimenti mia moglie non l'avrebbe neanche aperto (ride)
Generalmente, chi lo dice non ha mai letto la fantascienza e/o comunque la relega in uno scantinato che puzza di disprezzo. 
Insomma, tra Heinlein e Saramago o tra Matheson e Camus c'è solo il buon scrivere, il concettualizzare a fondo: ma le idee, lo sfondo, i pretesti, sono identici
Anzi. Mentre Saramago e Camus dovevano rendere conto anche alla propria immagine, alla propria aura, Heinlein e Matheson puntavano dritti allo sviluppo dell'idea, fregandosene dei salotti americani.
Senza Matheson, metà della fiction degli ultimi 50 anni non sarebbe mai esistita. C'è Matheson anche in Mad Men o in 24 o nei Soprano...

DB - Quindi la tua è fantascienza?

AL - No, assolutamente no (ride)... è che non ho i tempi per saper prolungare alcuni stilemi fantascientifici (vedi che parlo difficile anche io?), ma soprattutto a me interessava arrivare al finale, in un modo ben preciso

DB - Vuoi dirmi che hai scritto prima il finale?

AL - Sì, ci ho pensato per due anni, ogni giorno e ogni ora: poi ho scritto quelle dodici righe in 30 secondi... come il pittore giapponese nelle lezioni di Calvino (ride)

DB - Poi hai costruito tutto il resto

AL - Sì. In quelle dodici righe c'era un ritmo ben preciso che mi ha convinto - quasi obbligato - a strutturare il romanzo in sette capitoli di sette pagine ognuna

DB - Però è leggermente più lungo, di poco

AL - Colpa del sistema de ilmiolibro che ha rimesso mani alla configurazione... meglio così: almeno ci faccio una bella figura, no?

DB - Tra qualche giorno mi racconti come mai hai indicato una sorta di colonna sonora e anche tutte quelle comparse che però... non compaiono mai?

AL - Alla prossima, dài

 

07 giugno 2012

#Bradbury sbagliò solo arma: tablet invece del fuoco

Parte della mia biblioteca è ammucchiata a casa di mia madre. Giorni fa, mia moglie mi ha detto che voleva dare un'occhiata a Quer pasticciaccio brutto de via Merulana.
Ci ho messo dieci minuti per ritrovare la mia copia, accastonata com'era tra decine di volumi stropicciati, da leggere, da rileggere, da odiare, che non leggerò mai ma che posso dire di avere e fortissimamente volli... una libreria è sempre un viaggio emotivo, bello o brutto che sia.
Ho trovato la mia copia e l'ho data religiosamente a mia moglie. Curioso che non è quella che lessi da giovane, un Garzanti verde-vomito-di-cinghiale, con quello sfondo arancione-da-aula-scolastica-di-periferia, e quella scritta con carattere nazionalpopolare ma autorevole. La mia copia, invece, è figlia della biblioteca di Repubblica che a volte ha banalizzato autori eccellenti ed altre volte ha enfatizzato emeriti cretini. Però, e appunto, la comprai perché anche se avevo già letto il lavoro di Gadda, dovevo possedere le sue righe.
Mia moglie i libri li mangiucchia, ci fa gli angolini come segnalibro, strappicchia le sovracoperte, li ammucchia senz'ordine alfabetico, ci lascia tracce di crema solare e di olio; trasmette a loro quella deliziosa impudenza e impertienza che me la fa comunque adorare. Glielo faccio fare anche ai miei libri. Gli unici intoccabili, però (e lo sa), sono quelli di foto o di fumetti, che io tratto veramente coi guanti (di cotone: stanno nel cassetto dei calzini).
Bradbury queste cose le sapeva. 
Tutte. 
E forse noi lettori del suo libro (o spettatori del bellissimo film di Truffaut... fateci caso: i titoli di testa sono detti e non scritti) ci sentiamo colpiti dalla trama più per quello che rappresentano i libri che per i libri stessi. Vedere bruciato un libro, significa perdere una parte densa e consistente della nostra anima.
Io i miei 600 libri persi o distrutti durante un trasloco li ricordo tutti, uno per uno, titolo su titolo. Ancora oggi li rivedo con la mente, li accarezzo con l'immaginazione.
Ebbene, nel mondo dei tablet tutto quello che ho scritto non avrebbe senso. Anzi: non avrei mai scritto questo post, neanche una riga.
Nel mondo dei tablet, l'unico lampo di memoria e suggestione che mi avvolgerebbe per pochissimi secondi sarebbe una strana nostalgia del non vissuto, scrutando magari macchie di crema solare e di olio sullo schermo capacitivo.
Ma ancora non ho comprato un tablet; per un bel po' non lo farò: altrimenti, come farà mia moglie a fargli gli angolini come segnalibro?