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04 aprile 2014

storie di quotidiana sanità


Un bel giorno di dieci mesi fa, una mia amica endocrinologa mi fa "guarda che è serio, devi fare qualcosa: hai due noduli alla tiroide, e uno dei due non mi piace per niente". Parlo con La SuperEndocrinologa del Pianeta che mi consiglia un'operazione pressoché immediata. 
Certo, c'è da chiedersi come mai l'ospedale toscano SuperSpecializzato che mi segue da 19 anni per altre rogne, non se ne sia mai accorto... ma questa è la prima delle stravaganti peripezie che ho vissuto da luglio scorso. Primo nod(ul)o, è il caso di dirlo: il Migliore Chirurgo tiroidista di Roma ha una lista d'attesa pubblica di 245 pazienti; e privatamente mi costerebbe un occhio della testa.
Ergo, chiamo un mio StrAmico primario, cedo ai miei principi, e gli chiedo se può fare qualcosa. Passano l'estate e il Natale, e vengo chiamato per una preospedalizzazione... evviva la modernità, urlo!
Macché: entro in una stanza più trafficata del GRA, e Anestesista Incazzata Con La Vita mi fa le domande giuste MA senza aspettare le risposte utili. Un classico.
Fatto sta che - secondo nod(ul)o - se solo mi avesse ascoltato subito, avrebbe scoperto che un banalissimo problema che ho alle gambe, mai potrebbe inficiare l'anestesia. E, invece, la questione tornerà.
La tipa mi guarda e fa "tra qualche giorno la chiamiamo per la preospedalizzazione". E questa cos'era? "Una conversazione, che domande!". Ah!
Dopo una settimana, mi chiamano per la (immagino) preospedalizzazione: mi prendono l'orina, mi prelevano il sangue, mi fanno la lastra... e poi? "Ci si vede tra una settimana!". Cioè, tra una settimana mi operate? "No, tra una settimana faremo la preospedalizzazione...". 
E questa cos'era, una conversazione? "No, le abbiamo fatto i prelievi". Ah, se non me l'avesse detto, non me ne sarei accorto...
Seconda preospedalizzazione (forse l'ultima?), terzo nod(ul)o. Anestesista Che Ha Litigato Col Kajal mi fa le stesse identiche domande dell'Incazzata, e mi consiglia una visita specialista da un tipo perché non è convinta della situazione. Che i miei problemi articolari potessero far male alla tiroide malata, mi fa sganasciare dalle risate.
Ergo, dopo qualche giorno, incontro lo specialista articolare che si sganascia anche lui, dando il suo placet all'operazione in due-secondi-due. Il resto del tempo, l'abbiamo passato parlando dei King Crimson e di Bach.
Quarto nod(ul)o: cinque minuti dopo quest'incontro, consegno la cartella al reparto, ma mi dicono che un'altra anestesista deve dare l'ok all'ok dello specialista... ma tra una settimana. Allora divento una bestia e con furba disinvoltura butto là il nome "Rai": nel giro di due-secondi-due, si materializza Anestesista Biondarella che dà il via libera all'operazione. Entro 30 giorni, sarò operato.
Quinto nod(ul)o: certo, sarebbe tutto ok, ma scopro per puro caso la mia cartella è sparita.  Nel giro di altri due giorni, lo StrAmico primario la trova dimenticata dentro un'altra cartella di un tipo con problemi nonsodove. 
Qui di seguito, se ci siete arrivati vivi, perderete il conto di altri nod(ul)i.
Il giorno dell'operazione, mi dicono di presentarmi perentoriamente alle 07:00. Arrivo alle 06:50, e trovo sbarrata la porta del reparto. Arriva Caposala Lemme Lemme alle 07:10 e inizia a ridere: "haivoglia ad aspettare".
Dopo un'ora mi chiama Specializzanda Grissino che mi invita ad entrare nello sbarratissimo reparto; poi mi ributta fuori... un'orda famelica di operandi mi guarda con stupore.
Dopo un'altra ora, mi richiamano, entro nella mia stanza: sarebbe da quattro, stretti stretti, ma ci sono cinque malati. Quello nel "mio" letto viene elegantemente invitato a "togliersi dai coglioni" per dare spazio al sottoscritto.
Finalmente arriva la barella. 
Comincio l'uscita trionfante, guarderò negli occhi mia moglie e le dirò languidamente che la amo e che deve stare tranquilla...
... ma STOP!, "questo non è Loppi!". 
Ah sì, e chi sarei? Arriva la Caposala Lemme Lemme e tira fuori un altro foglio, dicendo "sì, forse questo è Loppi"... mi scusi, ma certo che sono io. "Stia buono che c'è casino".
Durante il trasbordo verso la Sala Operatoria, i due portantini si chiedono dove dovrei essere operato. E io: alla tiroide. "Ne è certo?". Non voglio sapere cosa sarebbe accaduto se avessi risposto negativamente.
Vengo parcheggiato in sala preoperatoria (quella giusta?). Ricordatevi che senza occhiali non ci vedo, neanche se mi pagate.
Arriva ippopotamamente Specializzando TiroSùColNasoMaNonMeLoSoffio e mi spara un pippone sul Consenso Informato, ma se l'è dimenticato.
Lo sostituisce placidamente Specializzanda Shabadabadà che mi spara un altro pippone sul Consenso Informato; peccato che mi faccia firmare quello sbagliato.
Infine, si accosta Specializzanda New Age, e mi sbraca la vena della mano sinistra per mettere una cannuletta piccola così.
Finalmente mi mettono in sala, e mi addormo (come si dice a Roma).
Mi sveglio e sento che ho la testa incastrata: ho il cerottone che tira sul mento; ergo, devo stare sempre chinato per evitare strappi. Solo il giorno dopo, il medico di turno metterà la testa a posto.
Vengo sbattuto sul mio letto, televisione a palla, finestra aperta... uno spasso. Meno male che caratterialmente reagisco bene: tra mia moglie e l'ascolto del Matteo di Bach, dormicchio e parlicchio... ma sto bene, dài.
Nel giro delle 30 ore successive, è accaduto di tutto: mi hanno dato da mangiare quando dovevo stare a digiuno, e mi hanno negato la colazione quando dovevo invece recuperare le forze; è entrato uno sconosciuto per defecare nel nostro bagno (lasciando ossequiosamente la porta aperta, of course); si è cambiato un altro vecchietto per essere operato di lì a poco; mi hanno dato una flebo sbagliata; hanno speronato tutti i letti per schiantarne un altro in orizzontale per far operare d'urgenza un'altra persona; mi hanno gentilmente intimato di "togliermi dai coglioni" perché il mio letto serviva a un altro malato.
Attenzione, stiamo parlando di uno dei migliori ospedali della Capitale; tra i primi in Italia. E non si tratta di soldi che mancano, eh...

17 luglio 2013

perché ilPost non accompagna Facci fuori dalla porta?

Intorno alla ignobile bordata di Calderoli contro il Ministro Kyenge si è scatenata una serie di giochi decisamente imbarazzante. 
Il più banale è stato l'uso del "noi abbiamo detto questo, ma anche voi avete detto quest'altro", tipico di chi non ha argomenti e gioca al rilancio coprolalico.
Poi ci sono stati quelli che non hanno commentato, nonostante per ruolo istituzionale avrebbero dovuto comunque dire qualcosa, perlomeno per rispetto della forma (Renzi ha preferito indignarsi per il sospetto doping giamaicano).
Infine, ci sono quelli come Filippo Facci (un'espresione labiale, una garanzia) che ha twittato:
Affermazione grave, gravissima, che non ha subito le doverose reprimenda da chi doveva, se non da Alessandro Gassmann, che ha risposto così
Le intenzioni di Facci, cinicamente fighette e provocatorie, sono note e chiare da tempo, e in questa circostanza vengono ben riassunte da una blogger
Il discorso potrebbe conludersi qui. 
Nel senso che in un paese civile, Filippo Facci avrebbe perso immediatamente tutti i suoi follower, e l'Ordine dei Giornalisti lo avrebbe espulso - o perlomeno sospeso.
E, se avessero avuto le palle, i direttori dei periodici dove collabora, lo avrebbero messo alla porta seduta stante. 
Così dovrebbe accadere nei paesi civili. 
Qualcuno obietterà che Filippo Facci ha espresso la sua balorda opinione in un ambito privato. Potrebbe anche essere vero. In realtà, il razzismo è razzismo. 
Punto. 
NON è un'opinione più o meno privata. 
Ergo: comunque un personaggio simile andrebbe punito con gli anticorpi che una democrazia seria e civile dovrebbe avere. Così come Calderoli doveva dimettersi - o essere dimesso - anche l'uscita di Facci andava - e va - punita.
E, invece, nulla.
Anzi, ne ilPost ha rincarato la dose con un intervento ben oltre la provocazione gratuita, che si basa su principi che nulla hanno a che vedere con l'orribile tweet di partenza.
Non solo il direttore Luca Sofri continua e continuerà ad ospitare Filippo Facci, ma ha tolto ai lettori la possibilità di commentare un simile testo.

10 luglio 2013

oltre il discorso di Marchionne

Non essendo un competente in materia, ho letto il discorso di Marchionne con spirito curioso e documentativo (in questo link trovate il pdf integrale, in calce al commento del giornalista).
Purtroppo al pubblico è arrivato un segmento decontestualizzato invece di un riassunto delle nutrite e corpose 18 pagine (lette con attenzione e poca retorica nell'arco di quasi 30 minuti). Il che è una colpa tipicamente giornalistica, considerato che ai mass media documenti così importanti vengono consegnati prima (o a ridosso) di un evento, garantendo quindi il tempo di approfondire al meglio ogni singolo punto.
È vero che Marchionne non è il massimo dell'affabilità; è altrettanto vero che è un uomo di potere, e che questo potere lo sa esercitare con forza e originalità. 
Ma è anche vero che i successi elencati sono impressionanti, e un buon giornalista avrebbe dovuto/potuto verificarli con dovizia di particolari, restituendoli al pubblico per quello che sono veramente, dando quindi al pubblico uno sfondo documentativo di fatti e notizie concrete.
Invece, noi comuni mortali abbiamo ricevuto solo commenti e indignazioni - prendendo quindi subito le parti a favore o contro - ma senza sapere in realtà qual era il nodo della questione, e quali erano i punti veri o falsi della prolusione di Marchionne. 
Ho isolato questo passaggio a beneficio di chi vuole andare oltre le polemiche:
L’ingegnere Materazzo ricordava, poco fa, che a inaugurare questo stabilimento, nel 1981, c’era l’Avvocato Agnelli con l’allora presidente Pertini.
In quell’occasione, l’Avvocato parlò dell’impegno della Fiat nel Mezzogiorno, ma parlò anche di economia, di democrazia e di libertà.
Disse che “l’economia di mercato è condizione necessaria, anche se non sufficiente, per il rafforzamento della democrazia.
Ma perché il libero mercato viva, è necessario che ci si concentri sulla produzione di ricchezza prima che sulla sua distribuzione.
Se la priorità della produzione non viene rispettata, un paese non va inevitabilmente allo sfascio: però, col tempo, degrada.
La convivenza tra i cittadini finisce per degenerare, perché il loro benessere dipende sempre più dalla distribuzione politica delle risorse e sempre meno dalla qualità e dagli sforzi necessari per produrle
”.
Oggi quelle parole suonano quasi profetiche e non potrebbero essere più vere.
Per anni l’Italia ha vissuto al di sopra delle sue possibilità, concentrata a distribuire ricchezze che diventavano sempre più scarse.
E gli italiani si sono ritrovati con le tasche vuote.
L’unico modo che abbiamo oggi per risalire la china, per invertire un ciclo economico avvitato su se stesso, è tornare a produrre.
Dobbiamo concentrarci sulle iniziative industriali, favorirne se possibile di nuove, perché è l’unica strada per tornare a generare quella ricchezza che dà ossigeno al Paese.
Quando l’Avvocato, sempre 32 anni fa, disse che la libertà ha anche una dimensione economica, intendeva esattamente questo.
Se le forze politiche e sociali non fanno tutto il possibile per rispettare il primato della produzione, la libertà conquistata dai nostri padri e dai nostri nonni si asciuga. Si trasforma in rissa tra fazioni e gruppi sociali per spartire le briciole.
Se la leggiamo senza pregiudizi, a me sembra un'interpretazione moderna e realistica del Primo Articolo della Costituzione Italiana. Certo, è dalla prospettiva di un capitalista, ma i punti nodali della sua disamina sono forti, strutturati e di difficile confutazione.
A qualcuno verrà in mente la Fiom e la recente sentenza a suo favore. Leggiamo cosa dice Marchionne:
Ma in tutto questo stiamo incontrando molte più difficoltà di quanto non avremmo immaginato, che mettono a serio rischio ogni passo successivo.
Anche la pronuncia della Corte Costituzionale, arrivata la scorsa settimana, aggiunge elementi di incertezza.
Non conosciamo ancora le motivazioni della sentenza e le leggeremo con attenzione.
Mi limito, però, ad osservare che con questa decisione la Consulta ha ribaltato l’indirizzo che aveva espresso in numerose altre occasioni, sullo stesso tema, durante gli ultimi 17 anni nei quali è in vigore la presente forma dell’articolo 19 dello Statuto dei Lavoratori.
La Fiat non fa e non ha fatto altro che applicare la legge, in modo rigoroso.
La Fiom è stata esclusa dalla possibilità di nominare rappresentanti sindacali in base a quella legge.
Una legge che dice chiaramente che i rappresentanti sindacali possono essere nominati solo dalle organizzazioni firmatarie del contratto e da quelle organizzazioni che ne accettano le condizioni.
Peraltro, si tratta di un principio giuridico che viene riconosciuto in tutti i Paesi civili del mondo: puoi beneficiare di un contratto se ti assumi le responsabilità presenti in quel contratto.
Per ironia della sorte, la modifica dell’articolo 19 introdotta nel 1996 è stata voluta proprio dalla Fiom, che ha appoggiato un referendum popolare promosso da Rifondazione Comunista e dai Cobas.
Pare che oggi non se lo ricordi più nessuno.
Tra tutti quelli che hanno commentato la sentenza della Consulta, non ho mai sentito dire che la Fiat ha applicato, con coerenza, una legge che adesso alla Fiom non piace più.
Anzi, hanno messo noi sotto accusa, dicendo che abbiamo violato la Costituzione, mentre abbiamo solo rispettato una norma in vigore da 17 anni e voluta da chi ora la contesta.
Ora, io che non sono giornalista, mi aspetterei che un giornalista mi dica veramente come stanno le cose, e se sono vere le "accuse" di Marchionne: non ho trovato un mass media che abbia confutato o confermato il passaggio sopra citato.
E veniamo alla frase che ha generato polemiche a non finire (alcune, forse troppe, strumentali e opportuniste). Ho segnato in grassetto un passaggio che commenterò brevemente in calce.
Abbiamo sottoscritto un nuovo contratto di lavoro, concordato con la maggior parte dei sindacati e approvato dai nostri lavoratori.
Mi rendo conto che quando si introduce un cambiamento non ci si può aspettare un consenso unanime.
Ma non si fanno gli interessi dei lavoratori difendendo un sistema di relazioni industriali che non è in grado di garantire che gli accordi stipulati vengano effettivamente applicati.
Condivido che i diritti di tutti, a prescindere dalla categoria sociale di appartenenza, costituiscono la base di una comunità civile.
Ma oggi viviamo in un’epoca in cui parla sempre e solo di diritti.
Il diritto al posto fisso, al salario garantito, al lavoro sotto casa; il diritto a urlare e a sfilare; il diritto a pretendere.
Lasciatemi dire che i diritti sono sacrosanti e vanno tutelati.

Se però continuiamo a vivere di soli diritti, di diritti moriremo.
Perché questa “evoluzione della specie” crea una generazione molto più debole di quella precedente, senza il coraggio di lottare, ma con la speranza che qualcun altro faccia qualcosa.
Una specie di attendismo che è perverso ed è involutivo.
Per questo credo che dobbiamo tornare ad un sano senso del dovere, consapevoli che per avere bisogna anche dare.
Bisogna riscoprire il senso e la dignità dell’impegno, il valore del contributo che ognuno può dare al processo di costruzione, dell'oggi e soprattutto del domani
.
Malgrado stiamo operando in un contesto economico negativo, non vogliamo mettere in discussione gli investimenti annunciati.
Ma non possiamo accettare che comportamenti violenti, di boicottaggio del nostro impegno, vengano considerati “esercizio di diritti” anche da autorevoli Istituzioni.
Non è giusto nei confronti dell’azienda, ma soprattutto non è giusto nei confronti di tutti quei lavoratori che stanno lottando per togliersi dalle secche della recessione.
Un Paese dove ogni certezza viene messa in dubbio, dove gli accordi si firmano ma poi si possono anche non rispettare, dove una norma può essere letta in un modo ma anche nel suo contrario, dove la volontà di una maggioranza è negata da un’esigua minoranza… Tutto questo è un caso tristemente unico al mondo ed è un deterrente per chiunque voglia venire ad investire in Italia.
Qui in Rai la situazione è decisamente diversa, né migliore né peggiore; comunque drammatica. Il comportamento di alcuni sindacati, però, è analogo a quello denuciato da Marchionne, con l'aggravante che la Fiat gli operai se li sceglie; in Rai, una parte dei colleghi è imposta da meccanismi contorti che nulla hanno a che vedere con titoli e meriti. E una parte del nostro sindacato vede questi meccanismi, li conosce, ogni tanto si indigna, ma alla fine li lascia sussistere.
Addirittura, anche se il lavoratore sbaglia, se manca di riguardo ai colleghi o ai superiori, se non fa il suo dovere, se usa i propri diritti come clava per non adempiere ai propri doveri... una parte del sindacato lascia fare, confondendo quindi i diritti delle brave persone con gli errori di quelle nocive.
Eppure tutto questo non si può denunciare, non si può neanche pensare. Anzi, io ho il lusso di poterlo fare perché ho pochi lettori e non ho una posizione sociale roboante o seducente.
Il problema, tipicamente italiano, è che tutto questo porta a un mancanza di credibilità che coinvolge tutti. E quindi quest'assenza di etica e questa incoerenza prestano inevitabilmente il fianco al Marchionne di passaggio; un uomo, cioè, che con la sua cultura e determinazione sa essere più convincente di chi avrebbe il ruolo di rappresentare i diritti (e i doveri!) dei lavoratori.
Ma il punto è un altro: questo ragionare con realismo, miscelando sapientemente la realtà con la dignità del lavoratore (come fa Marchionne nell'ultimo paragrafo citato), può di fatto aprire le porte anche ai profittatori, a chi abuserebbe di momenti difficili e delicati per imporre una strategia che annienta chiunque, anche i diritti delle brave persone. 
È uno scotto da pagare?
Credo proprio di no. Però, e allora, bisogna anche cambiare mentalità, difendendo non il diritto al lavoro ma il diritto del lavoratore, da entrambe le parti della medaglia. Chissà se i sindacati saranno disposti a capirlo.

03 maggio 2013

quando i Paolo Becchi venivano da sinistra (e nessuno lo ricorda)

Il processo si è arrestato davanti alla bara dell'ucciso senza colpa. Chi porta la responsabilità della sua fine ha trovato nella legge la possibilità di ricusare il suo giudice. Chi doveva celebrare il giudizio lo ha inquinato con i meschini calcoli di un carrierismo senile. Chi aveva indossato la toga del patrocinio legale vi ha nascosto le trame di una odiosa coercizione.
Oggi come ieri - quando denunciammo apertamente l'arbitrio calunnioso di un questore, e l'indegna copertura concessagli dalla Procura della Repubblica - il nostro sdegno è di chi sente spegnersi la fiducia in una giustizia che non è più tale, quando non può riconoscersi in essa la coscienza dei cittadini. Per questo, per non rinunciare a tale fiducia senza la quale morrebbe ogni possibilità di convivenza civile, noi formuliamo a nostra volta un atto di ricusazione.
Una ricusazione di coscienza - che non ha minor legittimità di quella di diritto - rivolta ai commissari torturatori, ai magistrati persecutori, ai giudici indegni. Noi chiediamo l'allontanamento dai loro uffici di coloro che abbiamo nominato, in quanto ricusiamo di riconoscere in loro qualsiasi rappresentanza della legge, dello Stato, dei cittadini.
Lettera aperta apparsa su L'espresso il 13 giugno 1971 (e poi anche il 20 e il 27 giugno dello stesso anno), firmata da 757 intellettuali e politici italiani contro il Commissario Calabresi
A noi di rovinare i padroni non ci fa tristezza. La loro morte è la nostra vita
«Lotta Continua», 2 febbraio 1972
L'appello contro il terrorismo della Regione Piemonte (...) si inserisce in una vasta e ben orchestrata campagna di stampa (...) il cui vero obiettivo non è il terrorismo rosso, ma la normalizzazione della lotta di classe entro confini legalitari e pacifisti
"Alcuni compagni di Mirafiori" su «Lotta Continua», 11 marzo 1978
Rapito Moro: è il gioco più pesante e sporco che sia mai stato provato sulla testa dei proletari italiani
«Lotta Continua», 17 marzo 1978, titolo di prima pagina a caratteri cubitali
Non manca chi commenta la figura di Calabresi come: «Il mio migliore funzionario. Intelligentissimo e buono». Chi esprime queste discutibili valutazioni è il questore di Milano [...]
Ieri il razzista Wallace, oggi l'omicida Calabresi. La violenza si rivolge contro i nemici del proletariato, contro gli uomini che della violenza hanno fatto la loro pratica quotidiana di vita al servizio del potere
[...]
La massa dei proletari che in anni di lotta è sempre più «classe» ha reso sempre più omogeneo il proprio modo di lottare e di pensare e soprattutto ha imparato a riconoscere i suoi nemici e le loro armi ben oltre il conflitto immediato fra il singolo sfruttato e il singolo padrone, o il singolo poliziotto, vede nell'omicidio Calabresi la conseguenza giusta di una legge ferrea, violenta, di cui il dominio capitalista è responsabile
«Lotta Continua», speciale sull'attentato a Calabresi, 18 maggio 1972

19 dicembre 2012

le donne di destra

A rischio di scrivere un post ricco di luoghi comuni, vorrei raccontarvi brevemente quello che mi sta frullando nel capoccione da una settimana almeno. 
Questa voglia irrefrenabile di scrivere questo post mi è scappata ieri sera mentre guardavo Ballarò. Tra gli ospiti, dal centrosinistra figurava anche Umberto Ambrosoli, figlio di tanto padre, e felice di non aver mai fatto politica (e dire che in Francia c'è addirittura una scuola a riguardo, tra le più prestigiose). 
A destra figurava Lara Comi, 29enne bilaureata (con lode, ovviamente) europarlamentare (con record di presenze), con esperienze di spessore, e soprattutto unica italiana a partecipare a un imminente stage di un mese presso l'amministrazione Obama.
Ambrosoli, smunto, preso dal suo ruolo, con barba incolta d'ordinanza, l'aria pensante e piena di risposte alle sue stesse domande.
Comi, vestita da pin-up, sorridente, diretta, pronta a difendere l'indifendibile con l'afflato di chi sa sempre dove rifugiare le proprie contraddizioni.
Floris chiede ad ambedue cosa potrebbero fare per la Regione Lombardia: Ambrosoli spara retorica a palla e poi attribuisce a Formigoni una cosa che non ha detto; Comi butta giù cose nette, con proprietà di linguaggio e una concretezza apparente che mettono in evidente imbarazzo il barbuto. 
Anzi, quando la riproposizione del video dimostra la retorica andata a vuoto, Ambrosoli non chiede scusa per l'errore, ma si ripara dietro "la gente saprà come giudicare".
Potrei andare per le lunghe, ma la mia intenzione è ben altra.
La sinistra ha una visione cattoprovinciale della bellezza, diciamolo chiaramente.
Sei bella? Sei un'oca. Curi il tuo corpo? Non rispetti l'anima. Ti vesti bene? Hai soldi, e guadagnati chissà come. Ti piace vivere il tuo corpo? Sei una troia. Fai sport? Perdi tempo. Ti profumi? Aaaah, questo è il massimo dei reati: la donna di sinistra non può profumarsi.
Lo so, sono luoghi comuni, attribuibili peraltro - e paradossalmente - al berlusconismo peggiore. Ma, in fondo, ammettiamolo: in troppi hanno mascherato il legittimo pericolo politico del presunto sesso con minorenni, con un preventivo e automatico moralismo provinciale di fondo, che ha di fatto reso piccina e voyeristica la seria lotta politica e morale contro Berlusconi.
Ecco perché i suoi giornalisti hanno avuto il gioco facile a difenderlo: perché la sinistra mal sopporta l'estetica del corpo femminile, sempre e comunque. E quindi ha sempre l'aria tipicamente cattolica del "si pensa ma non si dice", "si immagina ma non lo si confessa", "si vive il piacere in privato per poi condannarlo in pubblico".
Direte: ma non siamo tutti cessi; noi abbiamo Alessandra Moretti! Eccolo l'errore: confondere bellezza con la cura vuol dire giocare nel campo dell'oggettivazione femminile tanto cara a Berlusconi. E ragionare per estetiche di facciata (magari aggiungendo un malizioso "bella e brava") dimostra solo che si persegue lo stesso ragionamento berlusconide senza avere l'onestà intellettuale di ammetterlo.
E dire che da sinistra facciamo sempre di tutto per ricordare agli altri che la morale e la rettitudine sono cosa nostra!
Una persona che si cura non commette un reato, e non dev'essere per forza bella. Una persona bella non dev'essere per forza trattata con sufficienza. Del resto, avere l'attitudine paternale e di malcelata sopportazione che ieri ha dimostrato lo scialbo Ambrosoli contro la Comi, è solo un maschilismo altro. Ma sempre maschilismo è.
Infine, scusate: quando vedo la Moretti parlare, sento aria di presa per i fondelli; quando vedo la Meloni parlare, perlomeno sento una preparazione di fondo.

17 ottobre 2012

i fumatori della Diaz

Ho frequentato Daniele Vicari solo durante l'occupazione universitaria della cosiddetta "Pantera" (inizi del 1990): siamo stati fianco a fianco per due mesi, discutendo di politica e di cose concrete come mai avevo fatto in vita mia. Posizioni opposte, spesso dure, con il risultato che io sembravo il moderato e lui l'estremista.
Poi ci siamo persi di vista, come spesso càpita. Sicuramente non è un fighetto: conosco le sue umilissime origini e il suo impegno a riuscire in qualche cosa, cercando sempre di essere coerente (anche se, ad essere pignoli, ha accettato i compromessi di Domenico Procacci con i distributori berlusconiani).
Non gli ho mai perdonato, però, il contributo che ha dato alla stesura del Partigiani, pessimo progetto che restituiva un'idea direi veltroniana dei partigiani, e che quindi non rendeva il giusto onore storico ad una formazione di giovanissimi che ha dato un minimo di onorabilità ad un'Italia altrimenti cenciosa e furbetta, quale solo ha saputo essere quella fascista (e oggi verrebbe da dire berlusconiana).
Fatto sta che ho trovato il suo Diaz un film eccellente, sia sotto il punto di vista meramente tecnico, che sotto quello - ben più arduo - estetico (e quindi di denuncia).
I film di denuncia, sia sa, sono molto rischiosi (perlomeno qui in Italia): soffrono dell'autoreferenzialità dell'autore, della sua prospettiva (o fintamente oggettiva o presuntuosamente moralisticheggiante), della recitazione, della musica (sempre 'sti violini tinellosi tra le palle!).
Diaz, sorprendentemente direi, supera tutti questi rischi, in maniera veramente adulta, quasi esemplare. La denuncia c'è, ma non è dottrinale; l'aneddotica c'è, ma mai buonista; le frecciatine ci sono, e parecchie, ben mirate e ben raccontate (al movimento, alle istituzioni, ai giornalisti - mitica un'allusione a Repubblica che toglie il fiato).
Insomma, Vicari ha messo dentro la Storia del Cinema, e dentro la Storia dell'Europa, un film che dovrebbe diventare punto di riferimento sia per raccontare cosa è veramente accaduto, sia sul come raccontare certi accadimenti. 
Esteticamente, poi, trovo addirittura audace il ritornare indietro certi momenti già narrati - gli espertoni direbbero "in maniera ellittica" - per stabiliri la loro esatta collocazione dentro la storia della Storia. 
Infine, si vede che la sceneggiatura si basa su testimonianze e documenti. Sia perché conosco bene il Libro Bianco su Genova, sia perché Vicari non indugia mai sulla finzione fine a se stessa, o sulla morbosità: fa vedere quello che accade, e restituisce le prove allo spettatore. Sarà solo lui a restituire il significato giusto alle sequenze che ha visto. E forse è per questo che non c'è nessuna allusione alla pessima figura che fece Ciampi, allora Presidente della Repubblica (ma non sono nella testa del Vicari, e quindi resta qualche dubbio su questa dimenticanza).
L'appunto bonario che mi sento di fargli, memore anche di un suo amore/odio dichiarato per un certo cinema americano, è su certe caratterizzazioni necessarie: quelli del movimento non fumano mai; i black block, i poliziotti e quelli delle istituzioni, sì. Chissà perché. 
 

update le affettuose puntualizzazioni di Daniele Vicari

28 agosto 2012

fate silenzio!

Una delle piazze di Friburgo ospita i giovanissimi che frequentano l'Università.
Belle facce, bei volti, colori, suoni... ecco, suoni.
Fateci caso: non spicca un urlo, un vociare, un suono sgarbato. Nulla. Solo un costante e allegro brusìo.

Appena tornato a lavoro, un caro collega mi ha raccontato che quando guidò per tutto il Belgio in compagnia di un locale, questi gli fece poi notare che quel giorno aveva suonato il clacson più lui di quanto non lo faccia un belga medio in tutta la sua vita.

Gli ha fatto eco un montatore: quando stava a Parigi chiese ad un francese che conosceva se per caso i cellulari non fossero arrivati lì, visto che nessuno sembrava possederli: "ce li abbiamo, ce li abbiamo; li usiamo per telefonare".

Sono esempi buttati là, è ovvio, indicativi però di un'insofferenza esistenziale di chi non ne può più di subire l'italianità peggiore.
Direte voi: ma una bella dittatura? Di quelle che se sbagli ti taglio le dita? Eh... il problema è che le dittature si affermano avallando la mentalità popolare preesistente. E la nostra non mi sembra così incline al civismo. Anzi.
Quindi, lasciamo perdere: godiamoci l'estero; e quando siamo in Italia, tappiamoci le orecchie e il naso.

13 giugno 2012

#Cassano e Grey's Anatomy

Le fanciulle appassionate ricorderanno sicuramente il bel tenebroso Isaiah Washington, giovane promessa della serie Grey's Anatomy. Interpretava il fascinoso Dottor Preston Burke.
Un bel giorno - nel 2007, litigando con uno dei superprotagonisti, definì "faggot" ("frocio", insomma) un altro collega. Che lo fosse o no, poco importa. Fatto sta che un tecnico che passava lì per caso, sentì l'impulso di segnalare immediatamente a chi di dovere l'uso di quell'epiteto.
L'emittente cambiò addirittura le sorti dell'intera serie pur di cacciare via Washington, perdendo - va detto - un ottimo personaggio, forte sul piano narrativo e anche morale.
Certo, il tipo ha chiesto poi scusa, e la punizione è stata così pesante forse e anche per una sorta di velato razzismo dei dirigenti della ABC - visto che Washington è nero ("abbronzato", direbbe qualcuno).
Però il parallelo con Cassano ci sta tutto: oltretutto il nostro calciatore ha sparato la sua omofobia (perché tale è) in televisione, con indosso la divisa del nostro paese, in pubblico, senza filtri; peraltro tristemente contornato da crasse risate dei presenti e dal successivo gioco al distinguo di "Stadio Europa".

11 giugno 2012

Saviano e la perdita dell'innocenza; la sua

La figura costruita intorno a Saviano mi ricorda un po' quella forzata delle mamme romane masticose-a-bocca-aperta-di-chewing-gum che attraversano la strada fuori dalle strisce pedonali, ponendo però prima la carrozzina col figlio innocente dentro. Il mesaggio è chiaro: faccio leva su un principio sacrosanto, per fare quello che voglio io.
Ho sempre pensato che Saviano fosse così innocente ed immaturo (molto immaturo) da non aver capito quanta gente se ne sia approfittata e se ne stia approfittando di lui, Fazio in testa. E se ne approfitta ponendo come ricatto antidibattito il fatto doloroso che Saviano vive sotto costante minaccia. Non gli puoi dire nulla contro, perché lui è un eroe di default. E contro siffatti eroi non c'è storia o polemica che tenga.
Devo ammettere, però, che non sopportando io gli ipocriti, ovviamente non ho mai sopportato la sua di ipocrisia (tipicamente sterotiponapoletana, va aggiunto), che lo vedeva con quella vocina studiato-tremante giustificare artificiosamente il fatto oggettivo ed inequivocabile che è un dipendente di Berlusconi (tramite Mondadori ed Endemol); il che cozza col suo petulante fare la morale al mondo tutto per ogni microscopica perdità di verginità altrui. Un'ipocrisia irritante che però in Italia non è mai esplosa come doveva, anche perché buona parte degli antiberlusconiani arrivati ragiona come lui.
Certo è che non si può parlare di Saviano se non come fanno tutti. È vietato uscire dal coro. Vietatissimo. Attenzione: io non sono Sciascia (che poi...), che condannò e isolò moralmente Borsellino e Falcone prima che la Mafia li facesse a pezzi (e prim'ancora che Sinistra e Destra li isolassero entrambi). Né tantomeno ho ascendenze mafiose o "dimenticanze" mafiose
Però ho trovato arrogante la sua causa contro Marta Herling (4 milioni e rotti di danni, si dice). Come forse ricorderete, Saviano gettò una fanghettina niente male contro Benedetto Croce (in maniera subdolicchia), senza dimostrare e mostrare le esatte e credibili fonti che certificavano un simile gesto (ribadito dalla recente edizione Feltrinelli). Giustamente la di lui nipote s'è risentita e gliene ha dette quattro, in maniera civile e risoluta, come farebbe chiunque. E allora, Saviano, per colpire quel Corriere del Mezzogiorno che lo bastona da anni - e che ha ospitato la prolusione della Herling, ha fatto un tutt'uno e li ha querelati entrambi.
Del resto non è la prima volta che Saviano sbaglia contesto (guardate qui cos'ha scritto su di lui Giornalettismo militante): solo che questa volta ha colpito la libertà di critica; niente male, eh?
Se Saviano fosse quello che abbiamo ammirato agli inizi, magari avrebbe prima verificato le sue fonti, poi forse avrebbe raccontato la cosa in maniera meno subdola, poi forse avrebbe accettato le rimostranze documentate della Herling, poi forse avrebbe ritirato le sue battute su Croce, poi forse non avrebbe mai fatto causa a chicchessia. 
Se Saviano, cioè, fosse quell'ideale di scrittore che si autocelebra continuamente (imbarazzante quest'intervista su l'espresso, che ovviamente non cita il fattaccio), nulla di quant'è accaduto sarebbe accaduto.
E, invece, Saviano, da bimbo della carrozzina è diventato la mamma che spinge la culla del suo mito intoccabile. 
E allora, scusate, la sua innocenza è ben che andata a farsi benedire. Magari, alla fine, farà causa anche a me... ma se nessuno dei fighetti si è levato in difesa della Herling (o meglio della libertà di critica), figuriamoci se lo farebbe per me. Preparate le arance, insomma.

20 marzo 2012

lettera su Repubblica in difesa dei #gay: la versione originale

Caro Augias,
non credo sia necessaria una sentenza, per quanto autorevole, per stabilire un diritto inalienabile dei nostri concittadini gay: non si capisce perché, insomma, non debbano godere dei nostri stessi diritti e piaceri della vita, e sposarsi tranquillamente come facciamo “noi”.
Non mi meravigliano tanto le stolide ritrosie da destra, quanto invece i mille distinguo e ipocrisie di casa nostra, dove ci si appiglia a motivazioni ridicole e “rispetto per chi è contrario”, che nulla hanno a che vedere con il sacrosanto diritto all’uguaglianza.
Ho letto a suo tempo persino uno come Severgnini appellarsi al “così la pensa la maggior parte degli italiani”, “i liberal americani la pensano come me” (che poi non è più vero), “è contronatura”, e amenità simili.
Al che viene da chiedere a persone simili: ma se la maggioranza degli italiani si butta dalla finestra, uno che fa? Li segue?!
Insomma, a me quello che addolora dal più profondo del cuore (ormai vicino ai 50), è vedere tutto questo astio, questo accanimento, questa mancanza di sensibilità nei confronti di due persone che si vogliono bene, che si amano, che hanno deciso di condividere il tubo di dentifricio spremuto a metà, la tazzina lasciata sul comodino d’epoca, i cassetti disordinati, come anche lo stare seduti accanto la sera e mettersi il cervello all’ammasso a godere di un film stupido o di un varietà scemo.
Insomma, il gusto e la fortuna di condividere la vita fino a perdere i capelli, indossare la dentiera, camminare mano nella mano…
Perché io e mia moglie possiamo, con tutte le fortune che la legge ci dispone, e “loro” no?
Mi stia bene,
Alessandro

27 gennaio 2012

i nemici della #giornatadellamemoria

I primi sono quelli che "Israele, ma...", i peggiori perché subdoli e intrinsecamente legati a quella stessa sinistra che abusa della Shoah per darsi l'opportuna aria.
I secondi sono i fascisti nudi e puri: notoriamente dei codardi (se presi da soli, s'intende), fanno stragi, poi scappano, e ti denunciano se li definisci - appunto - fascisti. La cosa più curiosa è che spesso godono di protezioni da parte di quelli che ufficialmente poi condannano.
I terzi sono quelli del Vaticano, che poi hanno ottimi rapporti con le prime due categorie. Due millenni di colpe ai "giudei" non si curano con tentativi di dialogo raffazzonati e in... malafede (è il caso di dirlo).
C'è poi la categoria dei ragionieri bizantini, peggiori della categoria dei fighetti; quelli, cioè, che speculano scientemente e provocatoriamente sui diritti ad ogni costo, dimenticando la Storia e la Ragione per strada, quasi fossero due elementi fastidiosi e insopportabili.
Poi c'è questa foto

20 gennaio 2012

Sofri libero, l'Italia in galera

L’altro giorno un collega mi ha fermato chiedendomi: “Come l’hai presa la liberazione di Sofri?”. E io, serafico quanto spontaneo: “Ah, perché è stato in galera?”.
Se la battuta fa storcere il naso a qualcuno, è perché forse non ci si rende conto della dimensione storica che si cela dietro un personaggio così irritante - per forma e sostanza - e tutt’altro che esemplare per le nuove generazioni.
In Italia, insomma, non manca la Memoria: la "mancanza di Memoria", infatti, significa che comunque c'è qualcosa da ricordare, e che però non si ha - o non si vuole avere - la coscienza per farlo. In Italia, invece e infatti, non esiste neanche la Storia - la madre della Memoria: è un'attitudine più grave e dolorosa. La storia con la "s" minuscola è solo merce di scambio e di opportunismi, non scientifica e costante verifica dell'esistito. E il panorama multiforme che attornia il "fenomeno Sofri" ne è un esempio piùcchelampante.
Che Sofri, cioè, sia oggettivamente (al di là, quindi, della sentenza) il mandante dell’omicidio di un poliziotto, di un servitore dello Stato, che quindi sia (stato) anche un delinquente che ha reso vedova una donna e orfani dei bambini... l’Italia neanche lo immagina o sa.
Che i compagni di salotto di Sofri abbiamo preventivamente condannato pubblicamente questo poliziotto (quando ancora era in vita), con una raccolta di 757 firme di quegli stessi intellettuali che - mai pentiti, però - oggi se la tirano contro altre gogne mediatiche (ben più innocue) e che di fatto hanno bloccato la nostra crescita culturale... l'Italia neanche lo immagina o sa.
Figuriamoci se l'Italia immagina tutto il resto, i danni maggiori perché impalpabili che il pensiero (e il pensare) di Sofri ha causato alla causa della sinistra, alla cultura italiana, persino al futuro del web (per interposto figlio, s'intende).
Il messaggio che arriva da una così deprimente figura, è che comunque se in passato hai azzeccato la stanza giusta e ti sei mosso bene, puoi essere stato quello che vuoi, aver fatto il peggio del peggio, ma poi avrai il futuro assicurato: potrai scrivere su numerosi mass media (Panorama, Il Foglio e Repubblica), vivere la detenzione come fosse un torto subito di cui farsi scudo (anziché una sacrosanta e scomoda sentenza che altri sconosciuti scontano in bel altro modo), dimenticare di aver annientato culturalmente perlomeno una generazione, godere della protezione dei tuoi simili (in maniera a volte arrogante: cfr le note dichiarazione di Erri De Luca), sopravvivere alla tua devastante devastazione culturale, perché oltre alla tua persona ci sono comunque solo le oggettive convenienze delle timorose conventicole che ti garantiscono un’innocenza a priori.
Quello che insomma non sa la gente, soprattutto quella che acriticamente lo esalta, è che Sofri e il suo codazzo sono il sintomo di una malattia italiana, incapace di vivere nella meritocrazia, nella giusta parsimonia culturale, nelle belle cose che dovrebbero sussistere nel paese. L'arte e l'intelletto sono ormai marchetta massmediatica di pura convenienza: nuove facce e nuovi volti mai avranno spazio e/o considerazione, a meno che non rientrino in parametri ben delineati (come anche ben dissimulati).
Sopravvivere col ricatto dell’“io so” (non certo di pasoliniana memoria, perché Pasolini a Sofri lo disprezzava, si sa) e goderne dei benefici, com'è accaduto a Sofri, non è glorioso, ma solo un modo sotterfugioso di allontanarsi dalle proprie responsabilità.
Sofri, insomma, rappresenta l’italiano medio, quello da tinello, quello che prima sentenzia e poi fa finta di argomentare, che pretende che il mondo sia a sua immagine e somiglianza (come del resto scrisse il figlietto: prima che il mondo diventasse a mia immagine ed accoglienza), che rifugge ogni tentativo di verifica e di ammissione - non dico delle proprie colpe ma di una certa possibilità di errore; un margine che fa parte invece degli uomini onorevoli.
Sofri è il tipico personaggio che una volta trovata/inventata la giusta e preventivamente ineluttabile possibilità, ci si tuffa dentro, ma sempre con le dovute accortezze, sempre con una possibilità di fuga, di poter alzare le mani e dichiararsi innocente.
Sofri, quindi, rappresenta l’Italia che ho sempre combattuto e combatterò: l’Italia che non ha regole se non le proprie convenienze, che non combatte per gli ideali ma approfitta delle altrui debolezze, che non vive di gioie ma di algidi opportunismi.
In realtà, ed è questa l’unica verità, non solo Sofri non è stato mai in galera, non solo non è stato condannato: ma quando stava dietro le sbarre, eravamo noi a essere imprigionati; adesso che è libero, però, basta!