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15 novembre 2023

MA CHE COPPA ABBIAMO NOI di Giuseppe Pastore (66thand2nd)

Può sembrare una follia, un controsenso commerciale insomma, pubblicare un libro che parli solo di sconfitte.
Eppure, è un'operazione ben riuscita, in cui tutti gli ingredienti funzionano a meraviglia.
Il primo, è l'argomento: la Juventus, tanto amata quanto odiata, e le sue ennetante uscite di scena dalla Coppa dei Campioni (ora la chiamano Champions League, ma sempre lì siamo). Di fatto, anche le uniche due vinte (una col nome originario, la seconda con quello nuovo), non sono vittorie: la prima, per il disastro belga; la seconda, perché vinta solo ai rigori. Certo, si parla di tutte le partecipazioni a tutte le coppe; ma alla fine i capitoli che pulsano sono quelli.
Il secondo, è lo stile di Pastore. Ricco, tautologico al punto giusto, quasi breriano, pieno di riferimenti e di incisi che non affaticano la lettura (anzi). Una miscela sapiente e misurata anche quando non è né sapiente né tantomeno misurata. Pastore conosce lo strumento della scrittura e lo usa sia al servizio della sua (legittima) vanità che al servizio della narrazione. Complimenti, insomma.
Il terzo, è la scelta di non presentare questo dramma collettivo in ordine cronologico, ma con un ordine di crescendum drammatico: dai primi vagiti di una squadra che quasi vedeva con fastidio le competizioni internazionali, alla stolida insistenza con cui si è inseguita una coppa che di fatto è maledetta, e maledetta resterà.
Un bellissimo libro, insomma, che piacerà anche a noi juventini.

28 aprile 2021

STEFFI GRAF di Elena Marinelli (66thand2nd)

Nutro una grande stima per chi scrive sull'Ultimo uomo, un sito che sa parlare di sport in maniera accurata, competente e anche "potabile", senza mai scendere nella banalità.
Voglio un bene dell'anima alla casa editrice 66thand2nd, per lo stile, la qualità e la bontà delle sue scelte editoriali.
Ho avuto una mostruosa ammirazione per Steffi Graf: ogni volta che vinceva, era una gioia; ogni sconfitta - anche e solo un break perso, era dolore puro.
Di conseguenza, il libro scritto da una giornalista dell'Ultimo uomo, editato da 66thand2nd, che parla di Steffi Graf, doveva essere bello, bellissimo... e, invece, non mi è piaciuto; così tanto che l'ho abbandonato a metà: scelta che faccio raramente e con sofferenza.
Innanzitutto, lo stile: piatto, senza guizzi e senza cadute. 
Piatto.
I tempi verbali sono sempre al presente:
durante la narrazione, la giornalista indugia nel riportarci o indietro o nel presente o nel futuro, nello spazio di pochissime righe (!); diventa veramente complicato mantenere la giusta attenzione e/o comprendere cosa stia accadendo e quando.
Poi, la storia: quasi-radiocronache affollate di aggettivi, deduzioni personali, descrizioni ricche di luoghi comuni; manca un'intervista alla diretta interessata o al suo staff o al suo vicino di casa, a meno che non vogliamo considerare le scarne dichiarazioni riprese da altri media.
Manca un indice analitico e/o un palmares strutturato come una mappa concettuale.
Alla fine, mi sono emozionato di più a (ri)leggere la pagina inglese di Wikipedia su questa inestimabile campionessa; e non è una gran cosa.
Mi dispiace molto scrivere queste righe, ma un po' sono anche inca@@ato con l'autrice, perché doveva fare meglio; e con 66thand2nd, perché poteva lavorarci sopra.

09 giugno 2020

Giuseppe Pastore LA SQUADRA CHE SOGNA

Anche oggi, a chi negli anni 90 aveva dai 14 anni in su, il solo pensare il suo nome scappa prima un sorriso, poi un brivido di emozione, e infine una nostalgia "serena", quasi un languore. 
Julio Velasco. 
Un argentino galantuomo come pochi: colto, intelligente, onesto, perbene, risoluto, determinato, mai domo, sempre pronto a ripartire, capace di mettersi subito in discussione. 
Un leader vero, dal volto umano ma anche dall'"occhio di tigre" (altro sorriso, lo so).
Spesso bastava l'impercettibile movimento di una sua mano per spostare le sorti di una partita o della rotazione terrestre.
In uno sport, poi, in cui non esiste il contatto fisico con l'avversario (né, sotto certi aspetti, con la propria squadra), e in cui buona parte dei propri movimenti è alla cieca, visto che si passa quasi un terzo della partita dando le spalle ai propri compagni di squadra - o comunque contando solo sui riflessi collaudati e la fiducia reciproca che bisogna forzatamente avere per poter vincere.
Altro che i proverbiali centimetri di Al Pacino in Ogni Maledetta Domenica! La pallavolo è una competizione che divora i nervi, che lima la pazienza fino alle ossa, che ti sbriciola se non sei capace di governare i tuoi umori e quelli della squadra.
E prima dell'arrivo di Velasco, la Nazionale aveva recitato solo una parte della propria essenza italica, quella permalosa e arrendevole, quella che dà sempre la colpa agli altri e si siede guardando sempre e solo indietro.
Velasco la trasmutò prima in una micidiale formazione e poi in un "metodo" che sopravvisse prima ai primi protagonisti e poi a se stesso.
Il leader vero si vede proprio in questo: quando, cioè, le sue idee e il suo metodo sono vincenti e validi ben oltre la sua figura.
Citando una nota canzone coeva, Jacopo Volpi la definì la generazione di fenomeni; il sottoscritto, meno ricercatamente, la mia formazione sportiva preferita in assoluto, che ho seguito con passione e dedizione fino alla disfatta di Atlanta; finalissima che durò un'eternità e che seguii sempre in piedi a due centimetri dallo schermo, scontando poi un micidiale mal di schiena e di denti per almeno una settimana.
Questo splendido resoconto/cronaca/racconto di Giuseppe Pastore vi terrà inchiodati dalla prima all'ultima pagina, anche se non siete appassionati di pallavolo o di sport, perché si parla di persone, di personalità, di idee e di tante cose che hanno reso migliori i protagonisti di quelle gesta e forse anche il lettore che saprà farsi travolgere.

04 febbraio 2020

EMIL ZÁTOPEK, verso l'infinito e oltre

Ci sono figure che nascono leggendarie e diventano mito... poi c'è Emil Zátopek, la locomotiva umana.
Nato durante un'era che a solo ricordarla sembra preistoria, questo incredibile mezzofondista e maratoneta ha incarnato l'idea vera e nobile dello sportivo, del sacrificio, del carattere, della capacità di sfidare se stessi senza mai indugiare nella supponenza o nella presunzione.
Amato dal pubblico, osannato dalla critica e rispettato dagli avversari, è stato tra i primi atleti ad intuire l'importanza della preparazione, del rispetto del proprio corpo, del curare puntigliosamente la strategia durante la gara.
Ha vinto tutto quello che era possibile vincere, raggiungendo la perfezione nelle Olimpiadi del 1952, dove vinse 5000, 10000 e maratona.
Comunista d'istinto, appoggiò con dolce fierezza il Manifesto delle Duemila Parole di Alexander Dubček, perché convinto che la socialdemocrazia fosse l'unica risposta per migliorare la sua amata Cecoslovacchia. Come tutti i firmatari, fu diffamato, spogliato dei suoi meriti e della sua divisa, e quindi isolato dentro una vita oscura.
Per fortuna il Fato gli ha restituito i meriti e le medaglie che l'ottusità di Mosca e dei suoi lacchè gli avevano strappato.
Questo meraviglioso libro racconta la sua vita, con una dovizia di particolari mai pettegola o peggio agiografica: invece, è un libro che non sfigurerebbe affatto accanto a Open, superandolo in credibilità e nel suo essere così avvincente. E già, nonostante io sapessi già come "andava a finire", mi sono spesso sorpreso a sperare che le cose andassero in maniera diversa, che ci fosse un colpo di scena insomma.
A latere: commovente e dolcissima la storia d'amore con Dana, anch'essa atleta di peso.
Se volete assaporare lo spirito sportivo, la sua essenza e la sua forza, questo è il libro che fa per voi.

18 luglio 2019

LA PARTITA. Il romanzo di Italia-Brasile

Di quel 1982 ricordo tutte le partite, tutte le azioni. Scrivevo le mie critiche e i miei voti e poi li faxavo immediatamente a un quotidiano sportivo nazionale, che ovviamente non mi si cacava di striscio. E però un paio di volte qualche pesante copiatura l'ho ritrovata.
Vidi anche le partite trasmesse in differita, compresa la vergogna di Gijón e il Kuwait che voleva abbandonare lo stadio. Non riuscivo a staccarmi dal televisore. E spendevo la mia paghetta solo in periodici sportivi. Era come se dentro di me sapessi già che quello sarebbe stato il mio Mondiale. E del resto è stato l'ultimo che ho seguito integralmente e con passione.
La vera e unica partita resterà per sempre Italia - Brasile. E non solo per motivi storici. Noi non avevamo niente da perdere, mentre a loro bastava un pareggio.
Che poi, avevamo iniziato malissimo: tre pareggi mediocri - uno contestatissimo da Oliviero Beha... risorti contro l'Argentina di Maradona; contro quel Brasile non ce l'avremmo mai fatta.
Confesso che quando Rossi segnò il primo gol, mi sembrava un inclemente spostare in avanti la lancetta dell'inesorabile sconfitta. Tanto che quando pareggiò l'immenso Socrates, io spensi il televisore e mi rintanai dentro la mia stanza. Poi, però, qualcosa si svegliò in me e mi fiondai di nuovo davanti alla tivù. E fu una battaglia nel salotto di casa. Mancava qualche giorno ai miei 16 anni, e ancora non sapevo cosa avrei avuto in regalo: addirittura un Mondiale... :-)
Di tutta la partita a me resta impressa sempre e solo un'azione: il gol di Falcão. Con una elegantissima finta spostò l'intera difesa italiana, aprendosi un varco utile per un terrificante golelegante-dei-suoi da poco fuori area. 
Era il 2 a 2, era finita.
Poi Rossi tirò fuori dal cilindro un gol impappinato "alla Paolo Rossi". Se provate a rivedere quello che farà poi alla Germania durante la finalissima, la posizione e il guizzo sono pressoché sovrapponibili. Rossi era stato partorito lì, e ancora oggi il suo letto è a foggia di area piccola del portiere.
Gracile, mezzo rotto, striminzito, con un nome/cognome di rara banalità, quel piccolo folletto ci regalò una vittoria miracolosa.
Poteva andare meglio se non fosse stato annullato il gol di Antognoni... 
Ma sono tutte storie che conoscete: ognuno di voi potrebbe raccontarle a modo suo.
Quello che vi consiglio di fare è di acquistare questo libro di Trellini: è evocativo, liquido, ricco di storie e riferimenti e di magia.
E lo dico nonostante l'autore racconti anche il contorno: storie di dittature e di crisi politica italiana, storie di brigatisti e di calcio scommesse, storie di tradimenti e di corruzione, storie di un calcio che sta perdendo la sua leggerezza e di lì a poco diventerà sponsorizzato e plastificoso, storie di uomini e di personaggi che erano già leggendari ancor prima di diventarlo.
È un libro intenso e serio, ben scritto e ben strutturato, che sa dire e dare emozioni genuine.
Io ci sto lasciando il cuore dentro.
Buona lettura


03 ottobre 2012

Open, quando Agassi si chiude

Adoro il tennis. Lo preferisco di gran lunga al calcio. È secondo solo alla mia passione per la pallavolo. Questi sport così solitari, così lontani dall'agone dei tifosi, così strategici; dove non puoi mai permetterti distrazione alcuna, e mai puoi rilassarti.
Il mio tennista preferito è sempre stato Jimmy Connors. Arrogante con i colleghi, ma straordinariamente elegante e spettacolare in campo. Di Lendl non ho mai sopportato quel suo essere così algido. Eppoi, inaugurò un modo di fare tennis decisamente noioso. Però adoravo le sue maglie: quando la Rai era ancora la Rai, mi segnavo immediatamente il modello della polo che sfoggiava, per farmelo regalare alla prima occasione.
In tutto questo, no, non ho mai giocato una sola partita di tennis. Mai... oddio, no: una volta giocai per divertimento contro un tipo, vincendo 6-0. Giuro: non avevo mai impugnato una racchetta. Eppure, a furia di vedere gli altri giocare, era come se avessi assimilato trucchi e stile. O magari il tipo mi aveva semplicemente sottovalutato.
Al di là di questo, ricordo ancora oggi come conobbi Agassi (di origine iraniana, anche se "Bisteccone" Galeazzi si ostinava a chiamarlo alla francese, Agassì): capelli in stile A Flock of Seagulls, short a foggia di jeans, e un viso adolescenziale sempre sorridente e un po' guascone... di quel guascone, però, cui vuoi bene.
Mi piaceva la sua energia, la sua forza, il suo entusiasmo, e le sue debolezze. Ma non quelle debolezze latine, puzzolenti di tinello, di fritto, di mammismo, di rassegnazione... erano - e sono - debolezze umane, che in tempi e modi diversi potremmo vivere tutti. È l'attitudine che mi colpiva: Agassi sembrava accettare le cose, e pensare a come risolverle o accettarle. Immediatamente. Tutto nell'arco di frazioni di secondo. Purtroppo non ho potuto seguire tutta la sua carriera, perché poi ho seguito sempre meno il tennis. Però averlo ritrovato con questo libro, mi fa piacere: è un po' come riconoscere tra la folla un vecchio amico, scambiare un'occhiata complice, e poi lasciarlo al suo destino.
Incredibile ma vero: il suo Open è un ottimo libro. Scritto bene, curato bene, con i tempi giusti e soprattutto un ritmo e una sorta di suspance che non ti lasciano mai. Già, suspance: ogni descrizione delle sue partite è così reale, che ti auguri sempre che le sue sconfitte diventino vittorie, che i suoi momenti di sconforto si tramutino in sorrisi... 
Purtroppo i critici e la sovraccoperta puntano troppo sul suo affermare con risolutezza un odio quasi totale per il tennis. Io preferisco proporvi questo momento narrativo, che coincide con il giorno in cui scelse di indossare i leggendari short in jeans e la capigliatura decisamente originale.

Dicono che cerco di cambiare il tennis. In realtà sto tentando di evitare che il tennis cambi me. Mi definiscono un ribelle, ma non ci tengo ad essere un ribelle, sto solo cercando di portare avanti una normale, quotidiana ribellione adolescenziale. Distinzioni sottili, ma importanti. In sostanza, non faccio altro che essere me stesso e poiché non so chi sono, i miei tentativi di scoprirlo sono maldestri e fatti a casaccio - e, ovviamente, contraddittori.
[...]
Resistere all'autorità, fare esperimenti con la mia identità, mandare un messaggio a mio padre, agitarmi contro la mancanza di scelta della mia vita. Ma lo faccio su un palcoscenico più vasto.
Qualunque cosa io faccia, quali che siano le mie motivazioni, ha un'eco.
[...]
Non riesco a immaginare che tutta questa gente voglia assomigliare ad Andre Agassi, dal momento che io non voglio essere Andre Agassi.
Ogni tanto provo a spiegarlo in un'intervista, ma non mi viene mai bene. Se io per primo non sono in grado di capire le mie motivazioni e i miei demoni, come posso sperare di spiegarli ai giornalisti?
[...]
Se avessi tempo, e una maggiore autocoscienza, direi ai giornalisti che sto cercando di capire chi sono, ma intanto ho un'idea abbastanza precisa di chi non sono. Non sono ciò che indosso. Di certo non sono il mio gioco.
[...]
E, per l'amoro di dio, non sono un punk. Amo il pop soft, dozzinale, tipo Barry Manilow e Richard Marx.

04 gennaio 2012

Magic Johnson e Larry Bird: il basket erano loro

Onestamente non so dire come mai abbia acquistato questo libro, e perché lo abbia divorato in pochi giorni: non capisco nulla di basket, né tantomeno amo le biografie degli sportivi (tranne certi ritratti sui quotidiani, che ormai non si leggono più). Oltretutto è scritto male, tradotto malissimo e con degli errori di tipografia che neanche mio nipote... però mi è piaciuto, e molto pure.
La storia del limpido ed agonistico confronto a distanza tra Larry Bird e Earvin "Magic" Johnson ti cattura dalla prima all'ultima pagina, lasciandoti esultare o soffrire insieme a personaggi veramente lontani dalla nostra cultura italica, che di agonistico ha nulla, e di competitivo ben poco.
Insomma, ne consiglio caldamente la lettura... e ancora non so il perché.

15 luglio 2009

and you run, and you run
to catch up with the sun

La corsa infinita della maratoneta senza memoria
Repubblica
13 luglio 2009 pagina 34

LA MARATONETA corre, ma non chiedetele dove. Diane Van Deren non lo sa. La geografia e il tempo non se li ricorda più. Ha 49 anni, un marito, tre figli, e un pezzo di cervello in meno. Glielo hanno tolto nel 1997 perché soffriva di epilessia, diagnosticata mentre aspettava l' ultimo bimbo. Dai tre ai cinque attacchi a settimana, una vista sfasciata. Fino a quando si fa recidere parte del lobo temporale destro, lì si annidava il male. Adesso è una campionessa di gare estreme, ma non ricorda e non riconosce quasi nessuno: per tenerla a sé, il marito le fa vedere le foto del college, i figli la abbracciano. Lei per un po' rimane, poi escee corre. Ma prima tornava da sola, adesso se non rincasa a un' ora ragionevole vanno a riprendersela. La donna che corre ha 16 mesi quando una macchia le annerisce il cervello. Non si accorge di niente per molto tempo, se non di un' aura che viene e allora si allaccia le scarpe e va. È una sportiva, tennista professionista, si sposa, diventa madre, si ammala. Decide: «Bucate». Continua a correre. A quaranta gradi sotto zero, di notte, trai boschi, per ore, per sempre. Corre per stare viva, fino allo stremo, i limiti non sa dove stanno. L' anno scorso ha vinto una maratona straziante, la Yukon Arctic Ultra, 480 chilometri a -44 gradi nello Yukon Territory, Canada nord occidentale. Un posto per orsi, gelo, solitudine. E Diane. Il 9 febbraio, giorno della partenza, le motoslitte si congelano. 24 dei 31 partecipanti si ritirano presto, alcuni perdono dita di piedi e mani per ipotermia. Quello è un freddo che taglia la carne. Dopo otto giorni di violenza polare, lei invece arriva al traguardo bevendo acqua bollente e spingendo il corpo nella neve e nel vento ghiacciato, fa tutto il percorso, la prima donna al mondo a riuscirci e a sopportare tanto. Alla fine dice: «La considero senza ombra di dubbio la gara più dura del mondo, in realtà non mi rendo ancora ben conto di quello che ho fatto. È un' esperienza che va oltre quello che la natura umana è in grado di tollerare». Diane è invece ultra, con un pezzo in meno. Abita a Sedalia, Colorado, attorno le Montagne Rocciose. Corre per i canyon, pure di notte con una lampada sulla fronte, del tempo e delle distanze non sa. Quando parte dice: «Se non mi vedete entro cinque ore, chiedete aiuto». Si allena trascinando slitte cariche di sabbia. Il problema per lei non è la preparazione dei muscoli, ma quella dello zaino. Tutto va scritto sopra: cibo, acqua, vestiti. E quando usarli, perché lei si confonde. A destra, sinistra, avanti e indietro sono algoritmi complicati, le gambe invece sanno cosa fare. Segue solo la traccia del suono del passo sul sentiero. Se i piedi fanno musica, allora sta andando tutto bene. «Quando corre, si aiuta» ha detto al New York Times Don Gerber, il neuropsicologo che la segue. «Invece per il resto della vita, no». Bisogna segnarle con le pietre le strade e mettere le chiavi di casa sempre nello stesso posto. Dimentica dove parcheggia e perde gli aerei perché chiacchiera. I figli le hanno insegnato a usare un cellulare, lei manda sms così: «!!!!!!!!!!!!!!!!!!!». Alla maratoneta hanno tolto un po' di testa, ma il cuore c' è.
ALESSANDRA RETICO