Saul Bass è uno di quei geni del cinema e della grafica che conoscete tutti quanti, senza sapere di conoscerlo. Tra manifesti, storyboard e idee varie, ha deliziato la storia del cinema (e della grafica) per parecchi lustri.Per farvi capire cosa ha curato, basta ricordare i titoli di testa di Anatomia di un omicidio, le scene di massa di Spartacus, la sequenza della doccia in Psyco... così, presi nel mazzo (chi lo conosce, sa che ho trascurato palate di collaborazioni illustri).
Ebbene, il nostro si è cimentato una sola volta nella regia con un film di rara bellezza che purtroppo non riscosse il successo dovuto, vuoi perché ai limiti della fantascienza, vuoi perché ai limiti del film allegorico; alla fine, non ha soddisfatto il pubblico dell'una e dell'altra sponda.
Eppure Fase IV è un capolavoro, leggermente condizionato dai tempi lenti del periodo in cui fu girato (1974), ma con espedienti narrativi e di fotografia di rara bellezza (per dire: una formica viene ripresa mentre cammina tra un braccio e un tessuto... da brividi).
In sintesi, per un casino astronomico che piacerebbe tanto ai grillini, le formiche di una zona semiarida dell'America più recondita subiscono una brusca evoluzione del proprio comportamento: restano piccole piccole come sono già (quindi niente film b.e.m. all'orizzonte, insomma), ma cominciano a sfruttare al massimo le proprie potenzialità di superorganismo (ho citato volutamente l'ottimo e omonimo saggio di mirmicologia edito da Adelphi).
Due scienziati che studiano il fenomeno (più una fanciulla scampata a una strage - l'interprete fu l'ultima e bellissima moglie di Peter Sellers), sono costretti a numerose peripezie per tenere testa a una siffatta e precisa organizzazione.
La spiegazione della trama procede per fasi (da qui il titolo del film, splendidamente romanzato poi da Barry Malzberg), e ha una conclusione allegoricamente efficace, anche se forse troppo allusiva.
Fatto sta che la scena di cui vorrei parlarvi, e che motiva il titolo del post, ha a che vedere con l'inizio dell'assedio. I nostri due eroi hanno installato un laboratorio supertecnologico ai piedi delle torri che le formiche usano come nido. Laboratorio che ha delle difese ben congegnate per resistere a un assedio così microscopico (in fondo, stiamo parlando di formiche).
Ad un certo punto, il capo della spedizione preme il suo bel pulsantino e irrora il circondario di giallo, un insetticida potente che fa strage di insetti per un'area molto vasta.
Cosa fanno le formiche superstiti?Accompagnata da una musica tipicamente anni '70 che ricorda un po' i Soft Machine e un po' i Pink Floyd di Saucerful of secrets, una formica stacca un pezzettino di insetticida e lo trascina con sé verso il nido. Ma poi, inevitabilmente muore. Ne arriva un'altra che prende con sé quel pezzettino, e dopo pochi metri muore. Ne arriva un'altra che prende quel pezzettino di insetticida, e poi muore. Insomma, alla fine, sacrificio dopo sacrificio, il frammento di giallo viene consegnato alla formica regina che inizia ad analizzarlo, lo seziona accuratamente e lo ingerisce. Dopo pochi secondi, dal suo addome escono delle uova gialle, future formiche che sapranno resistere alla terribile arma "nemica".
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31 luglio 2014
14 novembre 2006
un genio sconosciuto
Solo l'altro ieri ho scoperto che il 28 agosto scorso è morto Philip "Pip" Pyle, uno dei più grandi batteristi del panorama musicale britannico anni '70.
Il bello è che nessuno ne ha parlato. Forse perché tali e tante sono le mistificazioni nel/del mondo dell'Informazione, che non ci si rende conto di quanto sia fondamentale celebrare questi (apparentemente) perfetti sconosciuti.
Pensateci bene, se ciò accadesse, maggiore sarebbero la vastità e la scelta della cultura a disposizione, e maggiore sarebbe la qualità percepibile, con un corollario convincente di spontanea selezione naturale. Se i giovani d'oggi ascoltassero più musicisti e più generi musicali, crescerebbero culturalmente e intuirebbero con maggior facilità i bluff e i buffoni. E non per forza dedicandosi alla cosiddetta musica "colta", ci mancherebbe.
Fino a un ventennio fa, per le radio inglesi era fatto d'obbligo proporre almeno un 30 % dal vivo della musica trasmessa. Il che costringeva gli artisti a cercare l'eccellenza, a migliorarsi e a studiare. Altrimenti perché abbiamo cicli su cicli di invasione musicale britannica? E perché l'industria musicale del Regno Unito è così (in)credibile? Aggiungeteci il fatto che da sempre in quelle scuole viene insegnato l'abc di almeno uno strumento base, e che per i protestanti la musica e il canto favoriscono l'avvicinarsi al mistero divino...
Pip militò in numerosi gruppi musicali della cosiddetta Scuola di Canterbury che determinò un filone essenziale della musica britannica degli anni '70, stanco dei bigliettini da viaggio dei Beatles, pronto invece a lasciarsi andare alle ricerche minimaliste, agli esperimenti di Miles Davis e alla dodecafonia. Un misto di jazz, rock e musica contemporanea segnato comunque da un languoroso rispetto per la melodia, accompagnato e a volte preponderato da un'assoluta ricercatezza nel tessuto compositivo.
I migliori di quegli anni furono: Gong, Caravan, Hatfield and the North, Soft Machine, Keith Tippet Centipede, i secondi King Crimson... Pip (in)segnò un batterismo fatto di pulsioni e di contrappunti, assolutamente all'avanguardia. In più era uomo gioviale e entusiasta, pronto a discutere e a mettersi sempre in discussione.
Ritrovare quei capolavori (tradotti poi in cd) potrebbe sembrare difficile, ma se avete pazienza e voglia il negozietto di appassionati sotto casa vostra potrà darvi una mano. Altrimenti andate a Bergen, Norvegia, dove ne ho trovati a mucchi, sperperando quasi un mese di stipendio. Certo: il volo costa, l'albergo pure, ma Pip merita questo ed altro.
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