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19 gennaio 2024

DAL BASSO VERSO L'ALTRO di Alessandro Loppi con Enzo Pietropaoli (ARCANA)

“dal Basso verso l’altro - un giorno e la vita di un musicista” è nato durante l’assalto a una carbonara, in quel di una tipica trattoria di Testaccio, nell’ottobre del 2020, a lockdown appena concluso.

Il protagonista, Enzo Pietropaoli, è uno dei contrabbassisti non-solo-jazz più bravi in circolazione da quasi 50 anni: vanta una prestigiosa carriera musicale tra le più eterogenee dell’intero panorama musicale italiano e straniero.
Sin dall’inizio
non volevamo proporre una canonica autobiografia fatta di eventi, di drammi, di cronologie e di ovvietà. Nel contempo, non abbiamo cercato l’originalità ad ogni costo. Sicuramente, è un libro per chi ama la musica, ma punta anche ad andare oltre: abbiamo voluto rappresentare un uomo, i suoi dubbi, i suoi entusiasmi, le sue passioni e anche il mondo che cambiava sotto i suoi occhi.
La sinossi:

È dal dicembre del 2011 che si conoscono. Ed è da quei giorni che Alessandro ha chiesto ad Enzo di raccontare la sua storia, tempestandolo di domande, di proposte, di progetti. Ma Enzo ha sempre declinato l’invito; lui, così riservato e poco attratto dall’autocelebrazione.
Da quell’assedio è nata comunque un’amicizia, fatta di lunghe passeggiate, di confidenze, di passioni comuni e di carbonare fumanti.
Finché, la notte prima di compiere 65 anni, Enzo vive un’esperienza nuova. È solo, nel suo lettone, sta riguardando The Last Waltz di Martin Scorsese che lo sta portando da qualche parte: da sotto la porta di casa scintillano sensazioni, immagini del passato, sapori e sguardi di mille concerti che hanno costellato la sua lunga carriera. Anziché nascondersi sotto le coperte, Enzo decide di lasciarli entrare uno ad uno, riempiendo la casa di ricordi, di gioie e di dolori, di note e di passioni.
Ne parla con Alessandro e decidono di creare qualcosa: un testo che magari esca dalle liturgie della biografia classica e possa coinvolgere chiunque, non solo il musicista o l’appassionato. 
Questo libro coglie gli attimi e li raccoglie dentro capitoli brevi. Un flusso di memorie in cui si rincorrono racconti della vita del musicista, il percorso di un artista, le emozioni, le dinamiche dei gruppi, le diverse epoche storiche e i diversi generi musicali.
E ad ogni istante si accosta una carriera che matura, che mastica la vita, accanto a nomi che hanno segnato la Storia della Musica e non solo: Chet Baker, Enrico Rava, Massimo Urbani, Enrico Pieranunzi, Bob Berg, Danilo Rea, Ginger Baker e tantissimi altri. E poi il cinema, la radio, la televisione, che diventano pretesto per riflessioni sul mestiere del musicista, ma, soprattutto, sui sentimenti universali.
Ad ogni capitolo, segue una recensione non convenzionale e non cronologica, per prendersi una pausa, prima di riprendere la lettura.

07 gennaio 2019

Cinema (e jazz) secondo Rosario Giuliani, Enzo Pietropaoli, Luciano Biondini e Michele Rabbia

Le colonne sonore del cinema sono "nostre", di noi spettatori. Sì, compositori e registi fanno di tutto per dire la loro, ma alla fine siamo noi dentro la sala buia i veri sacri giudici, sia del loro successo immediato che del loro destino nei tortuosi meandri del Tempo.
Scrivere musica è un'impresa, scrivere musica da film è eroico, scrivere musica da film che abbia dignità propria è addirittura da folli.
Esistono momenti musicali così avvinghiati nelle storie, che spesso li usiamo per titolare i film stessi, tanto da far perdere la loro vera origine: la Cavalcata delle Walkirie è "Apocalypse now", punto; Wagner e il suo Ring possono anche andare a quel paese.
Oppure ci sono brani musicali icastici: io non ho mai visto 9 settimane e 1/2, ma è come se lo conoscessi a memoria, proprio grazie alle lamette vocali di Joe Cocker.
E che dire delle composizioni che salvano film veramente brutti? "Nuovo Cinema Paradiso" è dei Morricone, padre e figlio; non esiste regista, non esiste una pellicola.
E poi ci sono quei brani musicali che non devi toccare in alcun modo, maledizione! In alcun modo! Certi momenti musicali sono evocativi proprio perché sono composti ed eseguiti - e ricordati! - in quel solo unico modo. 
Nessuno li deve toccare! Nessuno!
A meno che non sei bravo come Rosario Giuliani, Enzo Pietropaoli, Luciano Biondini e Michele Rabbia.

Conoscevo questo progetto Cinema Italia solo tramite qualche filmetto rubato su YouTube, che certo non rendono merito all'impresa musicale.
Poi, però, ho avuto la fortuna di assaporarlo dentro lo scomodo (ma acusticamente perfetto) Teatro Greco di Orvieto. Confesso che ero scettico, nonostante l'affetto e la stima profondi che nutro per Enzo; anzi, proprio per questo motivo avevo timore di non riuscire a scindere gusto da amicizia.
E però, appena il concerto è iniziato, sono stato rapito da una tale consistenza di note esatte, coraggiose, intelligenti, rispettose ma anche audaci, evocative ma anche spregiudicate, che in alcuni momenti sono stato letteralmente sopraffatto dalle emozioni da dover chinare la mia testa verso il pavimento, per nascondere qualcosa di incontrollabile.
È come se i quattro avessero colto l'anima delle idee di Morricone e Rota, anima che spesso può sfuggire a noi "sacri giudici", così intenti a cercare nell'arte solo un po' di conforto anziché dubbi e vortici.
Conoscevo già il muscoloso e innervato Rosario Giuliani: il suo sax è sempre una conferma. Proprio per questo, temevo qualche sbrodolamento; e, invece, è stato sempre misurato, anche nei momenti in cui virtuosismo e presunzione dovevano giustamente vincere su tutto il resto.
Nutro un grande rispetto per Enzo Pietropaoli perché lavora sempre più per sottrazione: un pregio raro e in via di estinzione. La sua "intro 2.0" al dittico di "Nuovo Cinema Paradiso" è stata una deliziosa sorpresa, per tacer poi dello scambio rotiano con Giuliani stesso.
Non conoscevo Biondini: un viso pasoliniano al servizio di uno strumento per me troppo nazionalpopolare... eppure, gigantesco e sempre coinvolgente.
Rabbia suona la batteria con il gusto del non-detto, dell'accennato. Uomo dolce e umile, sa guidare la ritmica senza mai sovrastarla o comunque arricchendola con cenni sofisticati.
Insomma, un signor concerto, da segnare nella Memoria.


16 marzo 2018

Enzo Pietropaoli racconta Woodstock


La gioia di essere musica di nessuno sotto tanti ascolti, verrebbe da dire (rubando il concetto a Rilke).
Pietropaoli, insomma, ne azzecca un’altra, ma con una tacca in più a suo favore: se con i tre Yatra poteva fare quello che voleva (in fondo era lui a decidere l’arredamento), in questo boschivo omaggio a Woodstock, ha dovuto affrontare ombre grandi come montagne, sentieri impervi come la Patagonia, deserti ventosi senza fine. Il confronto, insomma, è in agguato: sia il rischio di essere troppo simile che quello di voler fare il troppo distante.
Altra difficoltà: il linguaggio musicale di allora, il suono di certi strumenti, la cultura anche extra musicale che esplose e si concluse dentro Woodstock, sono lontanissime dall’oggi; soprattutto da un oggi in cui si mastica tutto troppo in fretta - e senza assaporarlo, si confondono livelli alti e livelli bassi, si discute di nulla senza saper parlare del niente... ai gggiovani frega nulla del jazz.
E, invece, siamo di fronte a un lavoro eccellente.
Resto basito ogni volta che ascolto Pietropaoli: vado alla ricerca dell’errore, del virtuosismo azzimato, della mancanza di coraggio… e, invece, soccombo di fronte alla freschezza delle sue note, alla misura del virtuosismo mai fine a se stesso, al rispetto per il Tempio della Musica.
La formazione: oltre a Enzo Pietropaoli (basso elettrico!), troviamo Enrico Zanisi al piano/tastiere e Alessandro Paternesi alla batteria.
I brani.
Apriamo questo viaggio con Soul Sacrifice: inizio sospeso, intrigante, che poi si sviluppa in un riff asciuttissimo ed evocativo, saliamo insieme sul palco e ci troviamo accanto ai dentoni di Santana e al batterismo capelluto di Michael Shrieve. È una lettura prodigiosa, ricca di riferimenti musicali e di intuizioni narrative… sfioriamo anche il prog; che male non fa, diciamolo.
Continuiamo con una With A Little Help From My Friends che mantiene le raspose lamette vocali di Joe Cocker, ma senza scimmiottarlo, e con la grazia di chi sa fare del jazz muscolare senza essere fastidioso.
Entriamo poi dentro la mente di Tommy con un’ottima versione di See Me Feel Me - Listening To You. Qui il nostro Pietropaoli gli dà di vocoder: follia nella follia che poteva fare la fine del Neil Young peggiore, ma che invece si dimostra un ottimo escamotage per sfuggire dal baratro del confronto. Veramente un bel pezzo.
C’è poi Summertime, nella lettura disperatamente underground di Janis Joplin. La sofferenza, il dolore, il pathos, ma anche la dolcezza di un brano sempiterno che andrebbe insegnato nella scuola dell’obbligo… anche in questa versione, perché no. Pietropaoli fa un lavoro pieno di grazia, e Zanisi eccelle in momenti di invidiabile lucidità.
La versione di Hey Joe ingrana lentamente, forse troppo: la seconda parte è la più interessante, soprattutto perché il vocoder sa di nuovo sorprendere ma senza strafare.
Con Proud Mary ritorniamo subito alla carica: con senso dell’ironia, i tre ci portano nelle paludi giallicce e ubriache dei Creedence.
Su Swing Low Sweet Chariot non mi posso pronunciare: non mi è mai piaciuto come brano; e questa versione non mi ha fatto cambiare idea.
I Want To Take You Higher è bellissima: Paternesi e Pietropaoli, poi, sono in un invidiabile stato di empatia.
Back Home è di Pietropaoli: un omaggio nell’omaggio a Woodstock, in questo millennio strano, in cui la parola giovane sembra un reato, la vita è diventata sopravvivenza, il futuro è dentro un algoritmo. Per chi conosce bene quei tre giorni di musica, la coda di questo brano ha una vellutata citazione che vi strapperà più di un sorriso.
Però non c’è nostalgia in questo brano, non c’è rimpianto in questo CD: è narrazione, è un saper dire “andò così”. È un voler dire “la musica c’è”, la “musica va avanti”, la “musica (r)esiste”.
E che musica!

09 gennaio 2018

Umbria Jazz Winter #UJW25, poche luci, molte ombre (con affetto)

È ormai la sesta edizione che mi vede tra i fedeli spettatori della versione invernale di Umbria Jazz Winter
Rispetto a quella estiva - più famosa e più antica - soffre di almeno due limiti oggettivi: il periodo, notoriamente breve e forzatamente dedicato ai propri affetti; la collocazione, tutt'altro che agevole, penalizzata peraltro da un'accoglienza limitata e limitante.
In più, non passa anno in cui non si parli di difficoltà economiche, nonostante poi successivamente vengano sempre vantati dei sold-out pressoché totali (anche se io ho l'impressione che siano mischiati turisti occasionali con gli spettatori veri e propri).
Certo, il cartellone sembra soffrire sempre più di qualità, ma all'apparenza: al di là dei gusti, e delle performance, infatti, i nomi di grido e quelli di nicchia non sono mancati.
Però quest'anno troppe performance hanno lasciato a desiderare. 
Quelle al Teatro Mancinelli, poi, hanno tutte sofferto anche di un mixer tutt'altro che professionale: musica impastata, strumenti primari quasi inascoltabili, equalizzazione delle percussioni non all'altezza del blasone.
Ma procediamo con ordine.
Il duo Danilo Rea e Gino Paoli non ha mai avuto nulla a che vedere con il jazz. Attenzione, non sto parlando di una mia personale idea di jazz: da sempre, Rea e Paoli fanno i gigioni, alla ricerca dell'applauso facile e di un pubblico più poppeggiante che jazzistico
Per carità, non ci sta niente di male, anzi. Però - qui a Orvieto - da Danilo Rea mi aspettavo più rispetto per la sua figura. Poche note, ma giuste, diamine! 
E, invece, ha vorticosamente girato le fettuccine sui tasti bianconeri, sciorinando quei quattro soliti e prevedibili trick che vent'anni fa erano innovativi, ma che oggi sanno solo di stanca ripetizione di se stessi. Lo accetto da Allevi, ma non da Danilo Rea. 
Si è salvato giusto Flavio Boltro, guest in un paio di pezzi, sempre capace di prendere affettuosamente per i fondelli la sua tromba, limitata ma audace e sorniona.
Jason Moran ha proposto un Monk inutile, cerebrale e borioso, quale invece non era il grandissimo pianista. Troppi intellettualismi stucchevoli e appiccicati, accompagnati peraltro da una sorta di installazione risicata e ripetuta più volte, che se soffrivi di epilessia rischiavi veramente brutto.
Marc Ribot ha fatto un casino con un suo modo molto arrogante di raccontare l'armolodia di Coleman, penalizzando i già timidi Young Philadelphians con un uso strafottente e ostinato del wha wha, per oltre un'ora di bordello sonoro; tanto che tre quarti di Teatro è scappato via a gambe levate dopo soli dieci minuti di fracasso. 

Da chi ha nobilitato David Sylvian, Tom Waits e Vinicio Capossela, mi aspettavo più rispetto per se stesso, per il pubblico e anche per i giovani musicisti coinvolti.
Il Merry Christmas Quartet di Fabrizio Bosso ha fatto la sua striminzita performance con l'aiuto di una voce senza mantice ed estensione (quella di Walter Ricci). Scaletta già dimenticata per un live veramente deludente. Certo, Bosso è dio, Mazzariello è il suo profeta, ma la scelta dei brani è stata micidiale.
Sul trio Guidi, Bearzatti, Rabbia non riesco a pronunciarmi più di tanto. Il pianismo di Guidi è acquoso di suo, contrapposto al batterismo di Rabbia decisamente più professionale. Quando entravano nel jazz mainstream riuscivano bene (troppo ECM, va detto); ma quando hanno abbozzato un free jazz di maniera, mi è venuta voglia di scappare.
Si sono salvati: la bella lettura di Joni Mitchell da parte di di De Vito, Pietropaoli e Mazzariello e la brava e promettente Jazzmeia Horn (teniamola d'occhio!). 
Però è stato troppo poco.
Oltretutto gli organizzatori insistono nel dire che quello invernale è sempre stato un Umbria Jazz per "addetti ai lavori". Cosa diamine voglia dire, è un mistero. Resta il fatto che anche e solo l'elenco dei nomi presentati dimostra una volontà di essere invece eterogenei e curiosi.
La vera domanda da porsi, invece, è un'altra: come mai il livello è stato complessivamente così basso?
A parte le due benvenute eccezioni, perché la qualità di Umbria Jazz 25 è stato così bassa e precaria?
Non ho la risposta, ovviamente; anche se temo che la visione dei due estremi (Rea da una parte e Moran dall'altra) lasci intravedere un'italica volontà di mantenere separati due mondi (jazz banana e jazz colto) che nel significato stesso del jazz non dovrebbero nemmeno essere ipotizzati.

29 dicembre 2017

a #UJW25 la Joni Mitchell di De Vito, Mazzariello e Pietropaoli (una recensione)

Difficile entrare nel mondo di Joni Mitchell senza commettere imperfezioni, perché la cantante canadese ha il rarissimo pregio di aver composto canzoni bellissime che comunque funzionano, ma che funzionano soprattutto grazie allo spessore di cristallo della sua voce. E se provi a uscirne troppo, rischi di comprometterne il tessuto melodico; se provi, invece, a starci dentro ma senza scimmiottarla, rischi di cadere nel baratro della presunzione.
Eppure c’è chi ha avuto l’ardire di provarci, questo quasi-gelido venerdì di fine anno a Orvieto, in un’edizione di Umbria Jazz altrimenti arida di emozioni: Maria Pia De Vito, con la sua voce sempre pastosa, in costante conflitto con la passione e la professionalità (e che in questo caso ha sortito ottimi risultati); Juan Olivier Mazzariello, il cui pianismo ha la rara dote di dire poche cose ma sempre giuste, che sa rispettare la musica, il pubblico e i suoi compagni d’arme; Enzo Pietropaoli, non solo bassista e non solo musicista, che nonostante abbia compiuto secoli di età, mantiene vivo l’entusiasmo del bambino insieme al rigore del grande sapiente.
Apre le danze la dolce cantilena di Amelia, con quel giro di accordi che Pat Metheny poi ridisegnò nel live Shadows & Lights, da cui ormai riesce difficile uscire. E quando la tua memoria-in-automatico si aspetta quei pizzichi di chitarra fluida, Mazzariello sfodera un prezioso piano-solo soffuso.
Siamo quindi nella percussiva Harlem in Havana, con il nostro Enzo che insegna come si sta a tavola: prima del suo solo, si è fermato quel poco di più per consentire alla De Vito di raccogliere il giusto tributo al suo scat così naturale.
Entriamo dentro la bellissima Morning Morgantown: la De Vito parte fuori tono, ma si riprende subito anche grazie allo stato di grazia di basso e pianoforte che sorreggono l’intera canzone con vigorosi muscoli, dolcissimi quanto discreti. Nella seconda parte della canzone, la De Vito si rifugia dentro un canto alla Joan Baez, più affine alle sue corde. La parte del leone la fa Mazzariello, sempre capace di rispettare le canzoni con solismi umili e privi di autocelebrazioni.
Arriviamo al cuore mingusiano della Mitchell con God must be a boogie man. Eccellente versione, con il trio che si amalgama e si insegue continuamente, in compagnia di un pubblico timido che ha risposto alla call-to-action senza tanta convinzione.
Dopodiché, la luce di A case of you ha illuminato i nostri cuori: grande Mazzariello, ben oltre i suoi limiti; Pietropaoli che dona la sua anima al pubblico; la De Vito che si commuove sempre di più. Così si suona, così si canta!
Con Be cool i nostri si riposano, rendendo la canzone quasi “normale”: troppa eleganza si paga, ed è giusto prendersi pochi minuti di riflessione.
Con Chinese café/Unchain Melody ritorniamo negli astri. Di sé per stessa è notoriamente un esercizio di stile complesso e probante: i tre arrivano a renderla un’esperienza irripetibile e nostalgica, dove alla fine vien da dire “io a questo concerto c’ero; voi no”.
E a proposito di nostalgia, arriviamo a Woodstock. Ragazzi, che arrangiamento! Che esecuzione. Riuscire a unire lo sguardo verso il passato con il cammino rivolto al futuro… veramente una bellissima versione.
Bis dedicato alla mia signora con una Answer me my love da lacrimoni.
Una bellissima esperienza, insomma.

No so come sia il disco (dove al piano figura Rea). Ho paura di acquistarlo. Quando si hanno esperienze come queste, diventa difficile rincorrere la nostalgia. Vi terrò informati.

06 ottobre 2017

Pietropaoli, "The Princess", una recensione per immagin(azion)i

La Principessa di Pietropaoli sa di passeggiata sorniona in giro per la città, dove spunti e idee sembrano capitare per caso, senza alcun scopo intenzionale.
Godere delle cose belle, senza dare loro chissà quale significato pedante, dove l’essenza della musica vive di cenni, quasi soffusi, con poche ma giuste note: un panorama ricco di suggestioni, mai pesanti, mai indolenti.
Il cd si apre con una Jealous Guy suonata di pomeriggio primaverile, alla luce di birre chiare fresche e leggere. Mazzariello pennella poche dolci note, mentre SuperEnzo e Paternesi lo coccolano quel giusto, in attesa di brindare alla sera che si avvicina.
Segue poi un “mediterraneo” A Hard Rain's A Gonna Fall, dove per fortuna svanisce il biasichio della (a volte, diciamolo) voce insopportabile di Bob Dylan, per dare giusto spazio a un Mazzariello che suona ottimamente senza sparare virtuosismi prevedibili.
Dopodiché, giriamo in notturna, con una Night and Day che sembra suonare le note mancanti del capolavoro di Porter. Confesso che è un’attitudine che trovo sempre rischiosa: smontare un classico e proporlo sotto altre vesti, appartiene a un jazzismo che potrebbe risultare addirittura stucchevole. Il trio di Pietropaoli, invece, evita le curve più pericolose e raggiunge momenti di ghiotta rarefazione.
Arriviamo a quei giri tipici di Pietropaoli, Scaleno Beat, dove io mi perdo un po’ troppo, forse anche a causa del batterismo pieno di piatti di Paternesi. È l’unico brano in cui smetto di passeggiare perché qualcuno al cellulare mi sta distraendo. Preferisco di gran lunga le altre due perle di SuperEnzo, The Princess (6) e Supereroa (7), decisamente intriganti e piene di idee (specie la prima).
Secondo me, il perno su cui l’intero cd posa le sue solide basi narrative è il quinto brano, una dolcissima cover di Father Son, altrimenti stucchevole componimento di Peter Gabriel. Pietropaoli e Mazzariello la smontano e ricompongono, aiutati da una batteria che a tratti ricorda un tamburino militare (una scelta coraggiosa che sa di futuro). Di se per stesso, è un brano pericoloso, che poteva diventare una buccia di banana: qui, invece, è un capolavoro. Se il pianoforte avesse un dio, qui Mazzariello diventa il suo sacerdote più credibile. Da ascoltare e riascoltare più volte.
L’ottavo brano è la Philadelphia di Neil Young: anche se non conoscete la trama del film, riuscite a sentire i passi convulsi di Tom Hanks alle prese con una malattia che allora non dava scampo. C’è anche molta speranza, molta ariosità; ma lo struggimento la fa da padrone. E sta bene.
E sta altrettanto bene affrontare senza remore le note rugginose dell’Eddie Vedder di The End. Qui il trio di Pietropaoli riesce a far sorridere una canzone che altrimenti ci butterebbe dentro a grotte buie e umide. Onestamente, non so come siano riusciti nell’impresa, ma almeno - e una volta tanto - i Pearl Jam non sono tristi.
Il cd si conclude con una God Only Knows inizialmente struggente, poi pensierosa e quindi solare. Brian Wilson ringrazia, e chi ha passeggiato con il trio di Pietropaoli, pure.
Da anni penso che SuperEnzo sia arrivato a un punto della sua carriera in cui potrebbe smettere di osare, di raccontarsi e di raccontare; e, invece, lui continua a camminare, sorridente e umile, pronto a lanciare sfide senza strafare, pronto anche a fermarsi per fare due chiacchiere, anche e solo per ascoltarti, per poi riprendere a (in)seguire neanche lui sa cosa.

26 giugno 2016

il basso baffo di Enzo Pietropaoli colpisce ancora

Repubblica continua a sfornare ottimi cd jazz senza dare loro il peso che meritano; e quindi anche agli appassionati possono sfuggire titoli e idee che proposti in maniera più accorta troverebbero lo spazio che meritano. Come questo Lazy Songs a firma di Maria Pia De Vito e di Enzo Pietropaoli, accompagnati dalla chitarra di Adriano Viterbini.
Nella voce della De Vito c'è da fare i conti con la prima Joni Mitchell e con certi adagi liquidi di Joan Baez. A volte si perde per strada, soprattutto quando sfida i Talking Heads e Sting, ma spesso riesce a stabilire un'esatta connessione tra il profluvio di note della chitarra di Viterbini e l'elegante basso (elettrico!) del sempre sornione Pietropaoli.
E mentre Viterbini riesce a trattenere i miliardi di note che sarebbe capace di produrre senza requie, Pietropaoli continua a confermarsi un musicista di rara eleganza e umiltà. 
In alcuni momenti si sente che siamo di fronte a un esperimento rischioso, quasi sfrontato, dove la lettura in chiave di blues insegue memorie sparse in cui galleggiano Jefferson Airplane, Fleetwood Mac, Grateful Dead e Creedence Clearwater Revival, ma è un cd che merita spazio nella vostra collezione.
Una nota di merito va alle splendide letture di All this useless beauty di Elvis Costello, di I can't stand the rain di Ann Peebles e di Eleanor Rigby dei Bitols: ad alto volume ovviamente, da sentire almeno cinque volte consecutive.

02 gennaio 2016

le eccellenze di The Golden Circle a #UJW23

Compratevi The Golden Circle e infilatelo nel lettore della vostra auto - spenta mi raccomando - e non prima di aver allacciato le cinture!
Visto? Siete partiti a razzo... e chi vi ferma più!
A parte le battute, già conoscevo questo corposo e muscolare omaggio al primo Ornette Coleman, e me n'ero innamorato con rara dedizione, tanto da averlo poi ascoltato più e più volte per oltre un mese.
Mi sono quindi avvicinato a questo concerto cercando temerariamente di liberarmi da ogni possibile aspettativa; oltretutto, adoro Bosso, stimo Giuliani, e credo di potermi definire "amico" di Pietropaoli. Insomma, dentro di me temevo la delusione, la meccanica ripetizione delle partiture del cd
Macchè... questo live è andato oltre ogni possibile possibilità: mi ha preso cuore, cervello e stomaco e li ha scagliati in ogni dove, camminandoci sopra, spolpandoli, mangiucchiandoli con sorridente ironia. Uno di quei concerti che mi porterò addosso per molto tempo. E dire che "nonno" Enzo mi ha poi confessato di aver iniziato il set con un terribile mal di testa. E pensa tu se stavi bene!
Insomma, se dovessi portarmi un supergruppo nella proverbiale isola deserta, oltre ai King Crimson seconda maniera porterei con me Rosario Giuliani al sax alto, Fabrizio Bosso alla tromba, Enzo Pietropaoli al contrabbasso e Marcello Di Leonardo alla batteria.

30 novembre 2015

Enzo Pietropaoli Quartet: Yatra 3

Ti svegli una mattina e decidi che è arrivata l'ora di dedicarti un po' del tuo tempo, senza grossi impegni ma anche senza strascinarti dentro l'ozio obbligato, quello che ti abbassa al grado di "reduce dal lavoro". 
Decidi, insomma, di sorseggiare un buon alcolico, di massaggiare gli occhi con qualche paesaggio, di obbligare il tuo lettore cd ad ascoltare la musica che sta per proporti.
Prendi il cd e ti blocchi a mezz'aria, lì, in piedi davanti alle casse acustiche. Ma cosa sta accadendo? Cosa diamine ha messo in piedi questo inestimabile altone con i baffi e l'aria sorniona? 
Senza che te ne accorgi, ascolterai tutto il cd con la mano ancora sulla copertina del disco, la tua faccia che punta nel vuoto, distratta solo dai numeri del timing che scorrono inesorabili; con la bocca aperta a metà e il wisky che ti aspetta ormai impermalito al limitare della poltrona.
È fatta, ti ha preso e non ti molla più. Già la sola Dopo le nuvole è un concentrato di così rara bellezza che vale il prezzo del cd. Dopo, potresti anche spegnere il lettore e andare via da casa. 
Le note hanno preso possesso di ogni singola cellula dei tuoi ambienti, trasformando il resto dei dischi e dei libri in inutile robaccia da borghesuccio viziato.
Certo, puoi rischiare oltre e avventurati in momenti quasi modali tipo Pescatrici di perle (Enzo, ma come hai fatto?), o in avventure stratosferiche come Coffe and Tv (dei Blur, il cui approccio di Pietropaoli ricorda molto il mood del video ufficiale), o saltando fraternamente nella gola raschiata di Janis Joplin (Mercedes Benz)... insomma, Yatra 3 è un capolavoro, un autentico capolavoro.
In più, "Nonno" Pietropaoli si conferma ottimo compositore, raro leader, sicuro compagno di momenti imperdibili.
Eccellenti tutti gli altri, anche se Mazzariello merita un mezzo punto in più per il suo essere totalmente al servizio di tutti e contemporaneamente anche del pianoforte.