Visualizzazione post con etichetta Giappone. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Giappone. Mostra tutti i post

12 dicembre 2021

IL CREPUSCOLO DEL MONDO di Werner Herzog

Considero Werner Herzog l’ultimo dei grandi autori di ogni tempo. Ogni sua opera, filmica o letteraria che sia, porta con sé un senso della spiritualità e dell’assoluto che raramente ho incontrato così costantemente in altri artisti. 
Forse in Rilke, sicuramente in Mozart e Bach. 
Ma l’immanenza di Herzog è paradossalmente migliore di questi, perché sempre più messa alla prova da una modernità che ci sta trasformando tutti nei ritratti di Dorian Gray di noi stessi. 
L’ultimo suo romanzo/cronaca è bello, molto bello, dotato di quella consueta magia che solo possono averti i testi di questo immenso artista: è la storia di Hiroo Onoda, il proverbiale ultimo giapponese che continuò la sua battaglia personale contro gli Stati Uniti, nonostante la guerra fosse finita da tempo.
Herzog non interpreta il protagonista, né tantomeno restituisce un racconto epico o etico: semplicemente, racconta la storia di un soldato leale che svolge il suo compito perché deve essere svolto, senza la ricerca del consenso, senza la bramosia di un premio, senza volersi ergere a eroe di una morale a buon mercato.
Onoda fa quello che farebbe un buon soldato: combattere il nemico e farlo nel miglior modo possibile.
È un romanzo asciutto, che si legge d'un fiato, che si assapora all'ombra di una quercia, in un frizzante pomeriggio autunnale, sorseggiando un superacolico leggero e torbato, scrutando ogni tanto il cielo, nell'attesa che il tramonto esali la sua ultima luce.

23 febbraio 2021

SAMURAI di Michael Wert (il Saggiatore)

La parabola di un mito raccontata dalle sapienti lenti di un esperto, ma che lascia sulla punta della lingua quella dolce necessità di volerne sapere di più, limitata, ahimé, dall'approccio manualistico.
In realtà, fosse stato un argomento "occidentale", non avrei sollevato questo rammarico; ma qui siamo di fronte a un'esperienza culturale così lontana dalla nostra, che valeva la pena aggiungere qualche pagina descrittiva per darle più spessore e sapore.
L'autore, cioè, si impegna in maniera inappuntabile a negare tante cacofoniche mitologie che attribuiamo alla figura del samurai, aggiungendo controprove e verità, senza però peritarsi di aggiungere contesti, storie, quotidianità, se non per soli appunti e cenni.
Il samurai, insomma, non è il mito che crediamo, e quel mito che crediamo sia esistito, si è manifestato in realtà solo durante l'ultimo periodo della sua parabola. Il resto è una leggenda alimentata in parte da ignoranza - incoraggiata da cinema e letteratura, in parte da un'agiografia anche giapponese sin troppo dedita più alla forma che alla sostanza.
È un testo, insomma, che può andare bene agli appassionati di Mishima o forse di Kawabata, e magari a chi ha apprezzato una certa cinematografia di genere esaurita entro gli anni '80 (con qualche eccezione più recente, come questa con Tom Cruise); ma per chi volesse avere in mano un manuale semplificativo ed esauriente, rischia di andare ad affaticare la propria memoria dentro troppi nomi in pochissime pagine.

16 febbraio 2014

I fiori della guerra, ovvero: saper raccontare l'abominio

Un film bellissimo. 
Parte lento, quasi di soppiatto, e poi cresce. 
Lentamente. 
Inesorabilmente. 
Fa male. 
Non riesci a capacitarti se sia mai stato possibile quello che stai vedendo. 
E poi arriva la mazzata finale, il dolore assoluto, con la piccola parola "fine" accompagnata da una nenia cinese di rara soavità che ha il sapore amaro della sconfitta totale dell'umanità.
Arrivato solo in dvd, questo eccellente film di Zhang Yimou racconta lo stupro di Nanchino, con insospettabili equilibrio ed eleganza, arrivando ai limiti dell'impensabile: come si può raccontare uno dei (tanti) momenti cupi della cultura nipponica senza strafare, senza far vedere tutto, senza condannare? 
Eppure, il regista di Lanterne Rosse e di Sorgo Rosso ci riesce, colpendo il cuore dello spettatore e generando quel circolo vizioso del voler sapere di più, del voler approfondire una delle pagine più inesorabili della guerra sinogiapponese. Invece di scappare, di cercare un rifugio mentale a tanta efferatezza, ci si sente quasi costretti a vedere e rivedere le "vere" immagini dei quel disastro.
Più che l'omonimo testo di Yan Geling (da cui è tratto il film), ci corre in aiuto il lavoro certosino della storica Iris Chang, che nel 1997 con il suo Lo stupro di Nanchino squarciò per prima il velo di 60 anni di silenzio, documentando il massacro di oltre 260.000 civili (c'è chi dice addirittura 350.000) e lo stupro di oltre 80.000 donne. 
Legate a delle sedie, o sospese nel vuoto con le gambe opportunamente ancorate, venivano violentate per ore, a volte per giorni, e poi dopo - quasi con cinica clemenza - usate come fantocci di addestramento per il corpo a corpo, infilzate da baionette implacabili quanto liberatorie.
Il film evita di andare dentro i campi giapponesi, di fare vedere, e si affida a una storia che ha dell'incredibile (realmente accaduta) e che non vi racconto - almeno per ora- perché credo che un film del genere vada visto, vada fatto vedere, vada proiettato nelle scuole... certo, si corre il rischio di additare solo ai giapponesi una responsabilità simile, specie in un paesino ipocrita e scordarello come il nostro. Ma è un rischio che va corso, augurandosi che l'educatore di turno sappia indicare la vera mostruosità di una guerra: l'essere umano, altroché.
Ah dimenticavo, Iris Chang fu trovata suicida qualche anno dopo l'uscita del suo saggio.

20 novembre 2013

quando #Murakami racconta il #jazz

Come facciano gli artisti giapponesi ad essere sempre così naturalmente seducenti, resta un mistero.
Non ricordo un testo/brano giapponese che non porti con sé questa rara attitudine alla seduzione.
Ma non parlo di sesso né di senso: è che si respira sempre l'aria del piacere, dell'elegante piacere, del piacere senza enfasi e senza misteri, del piacere fine a se stesso, del piacere senza ansie o finzioni.
E se pensiamo che buona parte di noi miseri occidentali non conosce una virgola di giapponese, evidentemente - e nonostante - il lavoro dei traduttori riesce nella difficile impresa di mantenere almeno questa rara qualità, che in noi non giapponesi è pressoché inesistente.
Non sono un grande fan di Murakami: gli voglio bene perché rappresenta un collegamento profondissimo e intimo con mia moglie; ma per quel poco che ho letto, non mi sono sentito così in sintonia come invece mi càpita - quasi istericamente - con Mishima.
Eppure, e proprio per questo, trovo questi suoi Ritratti in jazz un piccolo gioiello che potrebbe piacere sia agli appassionati sia a chi non frequenta le innumerevoli stanze del jazz di ogni tempo.
Descrizioni brevi, precise e molto personali, ma anche semplici, ma anche ricche di riferimenti e di indicazioni. Disegni lineari, evocativi e ben fatti (di Makoto Wada) che confezionano al meglio questa piccola prova di seduzione musicale (appunto).
A conclusione di ogni ritratto, brevissime ma azzeccate biografie/discografie, utili a chi si è dimenticato qualcosa del personaggio trattato o a chi non ne sa nulla.
Per invogliarvi all'acquisto (o al regalarlo), ecco un brevissimo passaggio dalla voce dedicata alla sublime voce dell'eterna Billie Holiday: 
Può darsi che si tratti din una sorta di "perdono" - questa è la sensazione che provo di recente. Quando ascolto le canzoni di Billie Holiday degli anni '50, sento che lei prende su di sé in blocco tutti gli sbagli che ho commesso fino ad oggi, tutte le ferite che ho inferto finora a tante persone attraverso quello che creo, cioè attraverso la scrittura: e mi perdona. "Dimentica, ormai non importa più", sembra dirmi Billie. La sua non è una cura. Non voglio curarmi. Di qualsiasi cosa si tratti, non è qualcosa che possa essere curato. Perdonato però sì, semplicemente perdonato.
E che dire di quella su Bill Evans (il pianista; non l'omonimo sassofonista):
Quando l'ego umano (e quello di Evans doveva comportare parecchi problemi) passa attraverso quel sistema di filtraggio che è il talento, possiamo vedere con i nostri occhi gioielli di bellezza impareggiabile rotolare al suolo.
O su quella di Bix Beiderbecke (eccellentemente raccontato dal migliore Pupi Avati, ricordate?)
La gioia e la tristezza che la sua musica esprime sono prodigiosamente vivide, il fascino scaturisce come acqua da una fontana e penetra in noi che l'ascoltiamo senza ostentazione ma anche senza esitazioni.
Insomma, una gran bella esperienza.


19 marzo 2011

ogni uomo è giapponese, non manco di nulla

Sto provando quasi un dolore fisico nell'assistere al dramma giapponese.
Nella testa rivivo tutto quelle volte che ho incontrato questa straordinaria cultura, restandone sempre e solo ammaliato, affascinato, invidioso quasi.
Ricordo 15 abbondanti anni fa, quando, ricoverato per quasi 5 mesi, ancora non erano certi se fosse un cancro o la sarcoidosi, e io leggevo quasi un libro al giorno. Non so per quale motivo caddi dentro La pioggia nera di Masuji Ibuse, tipico romanzo dopobomba (quella vera, e non quella ipotizzata dal vate Philip K. Dick), ricco di suggestioni e di umanità.
E che dire della Donna di sabbia di Kobo Abe? O dei capolavori "minori" di Mishima, che proprio in quegli anni venivano ricicciati da tutti, alla disperata ricerca di qualcosa all'altezza del Padiglione o della Maschera.
Il Giappone, che volevo visitare a Natale prossimo.
Il Giappone, che guardandolo nei film di guerra, non riuscivo mai a parteggiare contro: tifavo - questo sì - per gli eroi americani; ma mai riuscivo a "odiare" il nemico, come invece facevo con i "perfidi" nazisti.
Il Giappone, che ricordo quella mostra ad Arezzo sul periodo Edo, che gustai per due giorni consecutivi, imparando tante di quelle cose, che però la mia - la nostra - cultura così egoista ed individualista, impedisce poi di saper perlomeno ripetere, se non seguire, imitare.
Il Giappone, sono i tocchi di pianoforte di Sakamoto, che rende apprezzabili le altrimenti dolenti e monotone ballate di David Sylvian.
Il Giappone, che guida a sinistra, che si inchina sempre e ovunque, che è Takeshi Kitano, con quei film mirabili e delicati, anche quando parlano di mafia.
Il Giappone, che è Takashi Miike e il suo dirompente cinematografare così proiettato verso il futuro.
Il Giappone, che è Kurosawa, quando andai al Mignon a vedere i Sette samurai, e conobbi il compagno di mia madre. O quando seguivo le lezioni di Marotti alla Sapienza gustando inediti di questo straordinario maestro del persempre.
Il Giappone, che è Toshiro Mifune che chiede il permesso a Charles Bronson di uccidere Alain Delon, e per questo titubare si becca una pallottola nella pancia, e muore. E allora Bronson consegnerà al suo posto la preziosa katana.
Il Giappone, che legge più libri di chiunque altro al mondo, ma che poi li butta per mancanza di spazio.
Il Giappone, che adesso fanno la fila ordinata anche durante le evacuazioni, rispettando le distanze di sicurezza.
Il Giappone, che la gente ha fame ma non ha soldi; e allora i negozianti concedono comunque credito, perché sanno che la gente tornerà per pagare il dovuto.
Il Giappone, che sa sopravvivere e soffrire con immensa dignità.
Il Giappone, che vorrei abbracciare con tutto il mio spirito.

Message from Ryuichi Sakamoto

25 novembre 2010

forbidden colours

Quarant'anni fa si suicidava Yukio Mishima (Tokyo, 14 gennaio 1925 - 25 novembre 1970), uno dei più grandi scrittori di tutti tempi.
Nella mia vita esistono pochi momenti "prima/dopo"; sicuramente prima di leggere Mishima il mio rapporto con la vita era misero, rispetto al dopo aver letto i suoi capolavori.
Se non lo conoscete, vi consiglio di iniziare questo viaggio senza ritorno.