giovedì 11 febbraio 2010

Pronto Soccorso Santo Spirito denonsocché

Arrivati a una certa età i genitori cominciano a rompicchiarsi, a perdere qualche pezzo per strada, ad accumulare una serie infinita di pillole giuste che farebbero impallidire quelle sbagliate che prendeva Glenn Gould dal suo noto armadietto.
E mia madre non fugge da questa regola; anzi, la conferma.
Sabato scorso mi chiama perché sta male, molto male: vorrebbe andare al Pronto Soccorso. È già la terza volta che càpita nel giro di due anni. Addirittura la seconda volta io stavo sulla sedia a rotelle, strapreoccupato perché anche mia moglie (che vecchia non è e non sarà mai) si era sentita così male da finire al Pronto Soccorso... di Milano. E io, fermo, ad aspettare le buone notizie dal cellulare.
Insomma: finisco di radermi, e volo a casa di mia madre per sbatterla dentro il Pronto Soccorso dell'Ospedale di Santo Spirito. Per chi non è di Roma, è così vicino al Vaticano che ne condivide parte delle mura esterne. Quindi - e insomma - non sta nel bel mezzo del nulla delle stranote periferie pasoliniane dde' Roma.
Per entrare bisogna fare una manovra pericolosa anticipando il flusso di chi percorre quel tratto di lungotevere, perché la discesa del Pronto Soccorso non si vede se non all'ultimo momento.
All'ingresso nessuno mi aiuta. Io ho un ben visibile bastone medico per la gamba ancora convalescente, un permesso invalidi bell'evidente, mia madre che caracolla, e nessuno mi aiuta.
Riesco a farla sedere e corro alla ricerca di un parcheggio, che ovviamente trovo subito (c'ho cu*o a riguardo: è una dote innata).
Rientro nel Pronto Soccorso e non la trovo più. Provo a chiamarla, ma i cellulari là dentro a volte prendono a volte no (più no che sì). Chiedo alla tipa che accoglie i prontosoccorsandi e mi dice che forse c'è una signora dentro, sdraiata, che non sta bene, ma che ci stanno pensando i medici.
Da dentro mia madre prega un infermiere di avvertirmi, ma evidentemente dev'essersi perso nel breve tragitto di due metri tra il letto e la porta, visto che ancora oggi non l'ho visto.
Dopo un'ora chiedo al primo che passa cosa sta succedendo e mi becco un malleichiè, che meriterebbe una bastonata supperdovecisisiede.
Arrivano due sciattissimi poliziotti con un ladro ferito. Lo piantonano con noncuranza, come fosse un fiorellino: ha una faccia che sembrano due. Più giù c'è un ubriacone strafatto che hanno appiccicato su una sedia a rotelle: vorrebbe fare una chiamata, ma non ha neanche la forza per sbattere le ciglia, figuriamoci il resto.
Dopo due ore, fermo un altro tipo che mi chiede il nomecognome di mia madre, ripetendolo poi così forte che l'ha sentito pure il papa due isolati più in là. Bella privacy, eh? E già, che poco dopo due tizi ricevono la ferale notizia della morte per overdose di "nome e cognome", che l'hanno sentito pure sulla luna.
Dopo tre ore e mezza finalmente esce mia madre, appallottolata su un letto macero di tutto: c'è una strisciata di merda secca su una traversina rotta, sotto le ruote i rimasugli del vomito di chissàcchi, le coperte macilente che fanno schifo. L'unica infermiera gentile del posto, la trasporta con cura pochi metri più in là, in una stanza dove entrano ed escono tutti.
Nella stanza saranno in due. L'armadietto è sfondato. La finestra si apre ad ogni soffio di vento (gelido). Il caldo dentro però è afoso, perché nessuno riempie l'umidificatore. Le plafoniere sopra i letti buttano polvere in quantità industriale. I medici e gli infermieri entrano ed escono, fumando e schiamazzando a più non posso. L'ubriacone è riuscito a muoversi con la sedia fino a un metro dall'entrata di quella stanza ormai preziosa: si è pisciato sotto e comincia a fumare a due metri dall'ossigeno. Arriva una guardia e lo porta via.
Vado a rimediare dell'acqua e mi accorgo che dalla stanza accanto esce un lancinante sapore di diarrea: è il deposito dei panni sporchi, delle padelle svuotate e dei pappagalli da pulire. Meno male che vado spesso in ospedale e ci ho fatto il callo...
Il bagno ha lo scarico che suona la grancassa, ma almeno sembra pulito. Dico "sembra" perché ho visto come puliscono le stanze: con lo sguardo. E, infatti, le mura erano bianche; ora accarezzano tutto il catalogo pantone delle schifezze più recondite.
Due medici e due infermieri del reparto visitano mia madre. O meglio: un medico sta al telefono scherzando con l'interlocutore e con l'altro infermiere; l'altro visita mia madre buttando un'orecchio su quei due e commentando la telefonata con il secondo infermiere. Se ne riparla la prossima settimana, potrà uscire lunedì come sabato prossimo. Chissà... anamnesi?, terapia?, prognosi?, un'idea di massima? Silenzio.
Poi, per tutto sabato e tutta domenica mia madre non vedrà più nessuno. La prima delle sue tre compagne di stanza ha i crampi, ma l'infermiera le risponde nonsoccheffà.
La notte è una via vai di persone, di fumo di sigarette, di schiamazzi, di puzze e di odori. Ma di infermieri e medici neppure l'ombra. Finalmente il lunedì si fanno vivi in quattro, direttamente dalla strada, dalla colazione, dal bar, dal giornalaio... insomma, è un continuo disattendere le più banali regole di igiene civile.
Adesso le cose vanno meglio, molto meglio. Ma questo che ho raccontato è niente, è uno scherzo, una banale quotidianità che potete vedere in molti ospedali.
La domanda è: ma dichestiamoapparlà, eh? Dichestiamoapparlà?

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