venerdì 26 marzo 2010

il profeta, noiosamente eroe del (t)errore

Appena ho visto Il profeta mi sono detto "carino"; poi però ho iniziato ad approfondirmelo nella capocciona, e mi sono reso conto che troppe cose non andavano.
Gli ingredienti prevedibili ci sono tutti: la galera è cosa cattiva, in galera ci sono carcerati cattivi, in galera fai cose che fuori non faresti mai, in galera i poliziotti se ne fregano della giustizia, in galera ci son più corrotti che in Italia (il che è tutto dire), in galera o soccombi o ti trasformi in cattivo. Qui addirittura il protagonista da coglione si trasforma in superspacciatore, sconfiggendo con scespiriana strategia (resa benissimo, questo va detto) il tipo che prima lo costringeva allo schiavismo umiliante.
Attenzione: come filmetto d'avventura è divertente, con poche sottotrame e un piglio decisamente "francese" (seppure impostato in un giustificare il crimine, che francamente è poco educativo); eppoi ha una fotografia veramente notevole... però non diamogli questo senso di capolavoro intellettualistico, perché proprio non ci sta.
Devo confessare che mi aspettavo dalla critica "giovane" non qualcosa di simile alla mia visione, ma almeno un ridimensionamento del bombardamento mediatico che ce lo aveva imposto come un capolavoro. E invece leggo cose tipo questa: Il profeta - senza dubbio il film migliore uscito in questi primi mesi del 2010, senza dubbio uno dei migliori film della stagione - fa compiere uno scarto al genere noir e rivisita il romanzo di formazione con acume sorprendente, ma non possiede quella chiarezza di stile necessaria a renderlo un capolavoro assoluto. A ben vedere, però, quello de Il profeta è il destino dei grandi film che fanno compiere slittamenti positivi al cinema ma non sono “rotondi” come frutti maturi. Il nastro bianco di Haneke, che ha scippato [!!!] nel 2009 la Palma d’Oro al film di Audiard (arrivato “secondo”, vincendo il Gran Premio della Giuria) è un lavoro meno coraggioso e più tornito.
Tipico esempio di critica all'italiana, insomma (con tanto di insulto mascherato da buone intenzioni propedeutiche), che peraltro prova a mettere sullo stesso piano un ritrattista eccezionale (Haneke) con un buon mestierante (Audiard). Non tenendo conto poi che la potenza di Haneke è sempre stata socratica, perché costringe appunto il lettore a "esistere" dentro la proiezione.
Nel Profeta, invece, lo spettatore "assiste", ogni tanto storce la bocca per qualche violenza buttata là, e poi torna a casa per mangiarsi un bel filetto innaffiato con dell'ottimo vino: tutto è già scomparso, svanito. Di "profetico" resta solo l'alba del giorno dopo, quando dobbiamo svegliarci presto per andare a lavorare e non sappiamo cosa dire a chi ci chiede "ti è piaciuto?".

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