lunedì 22 gennaio 2018

chiediti dove mettere i Bee Gees

Se non sopportate il glucosio a dosi massicce, avrete qualche difficoltà a terminare questo libro.
Se, invece, siete capaci di andar oltre una scrittura ingenua ed esagerosa, allora è un libro interessante: la storia dei Bee Gees, ma soprattutto la storia di un periodo musicale che li vide quasi-inconsapevoli protagonisti di una rivoluzione culturale.

Già: rivoluzione.
Fasciati da una critica militante, abbiamo sempre intravisto La Febbre del Sabato Sera come un filmetto superficiale e con musichette orecchiabili. E, invece, quello che i saputelloni di allora non ci dissero è che quella dance, quei locali, quel periodo, nascevano come spontanea necessità dal basso contro le asperità di una vita di periferia altrimenti alienante.
Quelle acerbe discoteche misero insieme proletari senza futuro, disoccupati, "etnie" diverse, omosessuali e outsider, che altrimenti non avevano alcuna identità sociale, esclusi com'erano dal mainstream intellettuale che concepiva i momenti di aggregazione solo come soddisfazione di cerebrali quanto vanesi solipsismi (a mio avviso anche in contrasto con lo Studio 54 di Andy Warhol).

Per carità, non voglio caricare Tony Manero e compagni di un significato marxista che io per primo troverei stucchevole e sciocco.
Su quelle piste da ballo, però, tutti potevano essere protagonisti, senza "interrogazioni" culturali di sorta: bastavano un giradischi, qualche 33 giri rimediato, una sala dozzinale affittata a poco, biglietti economici... e avevi una giocosa massa critica che non sentiva il bisogno di fare proclami o lotte radicali o manifestazioni di genere.
Simbolo potente ed evocativo diventò addirittura il ballo solista di John Travolta... un macho-quasi-metrosexual che si agita come una checca isterica mentre fa il filo a cassiere e commesse malprofumate? Sì, proprio lui. 
Ma quando mai un "maschio vero" si sarebbe esposto in una sequenza equivoca di movimenti, che chiaramente evocava anche un'affermazione tribale, ben più eloquente e risolutiva della scazzottatona dell'epilogo.
Ammettiamolo, fu un film potente che nel tempo è riuscito a mantenersi attuale, più di tanti coevi film d'autore superimpegnati.
Anzi, proprio perché va lasciato nello scaffale delle cose semplici e senza pretese, La Febbre del Sabato Sera ha un peso culturale dignitoso, sotto certi aspetti ancora da scoprire e ritrovare.
Il prima e il dopo il capitolo su questo film, invece, è un susseguirsi di biografie e curiosità abbellite da miliardi di aggettivi superlativi e ridondanti. Se Roberta Maiorano ne avesse scritti anche e solo la metà, il libro sarebbe durato 200 pagine in meno, quindi più interessanti e divertenti.
Per carità, il mio plauso e la mia "invidia" per lo sforzo, lodevole e documentato: però che fatica.

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