martedì 26 gennaio 2010

Avatar, ovvero: del computergrafare

Reggetevi forte perché qui si fa un po' sul serio. Con una premessa, però: sono speculazioni mentali di chi adora il cinema e che all'età giusta ha avuto il privilegio di vedere tantissimi film nelle sale cinematografiche (anche vecchissimi) o sui canali Rai (anche vietati), prima che il mercato uccidesse i cinema parrocchaili e d'essai, prima che il Moige rendesse mogia la visione dei film in tivù.
Mettetemi in una stanza dove c'è un'immagine in movimento, anche la più remota, e il mio sguardo - anche la più remota coda dell'occhio, ne resterà attratto. È più forte di me.
Metteteci pure due altre cose, e la premessa finalmente finisce: a me piace tutto il cinema - da Antonioni a Zombi; non credo nella critica interpretativa, ma in quella strutturalista, che cioè parla di quello che vede e non di quello che suppone.
Dunque, Avatar.
Con le dovute proporzioni, credo possa essere storicamente messo sullo stesso piano di Guerre Stellari. Ma - appunto - solo storicamente. Voglio dire che il contesto e la profondità filosofica sono addirittura opposte (Lucas non si aspettava la dotta approvazione di Campbell; Cameron, invece, gigioneggia volutamente e scientemente). In più con Guerre Stellari si usciva da un bruttisimo periodo storicopolitico, e da una condizione generazionale veramente in crisi; con Avatar no.
Diciamo quindi che Avatar condivide con Guerre Stellari la sicura efficacia del potenziale cambiamento che susciterà e che permarrà negli anni; anche se quello di Guerre Stellari non fu previsto (la trama era comunque essenziale e molto rischiosa), mentre questo di Avatar sì (vuoi per il battage, vuoi per l'inevitabile riferimento tecnologico).
Avessi ventanni di meno forse mi sarei divertito ancor di più, e avrei sorvolato sopra certi eccessivi citazionismi e certe ingenuità. Certo è che la straordinaraia maraviglia del 3D supera di gran lunga ogni personale criticismo per arrivare al succo di un entusiasmo che si gode con straordinaria semplicità e infantilismo.
E francamente ho trovato ben oltre il cretinismo salottiero certe critiche da parte degli addetti ai lavori. Se ogni tanto questi giornalisti e questi registi imparassero a seguire il cuore puro dell'essere infantili e non il suo invidiare gli altri per partito preso, forse avremmo anche un cinema italiano più maturo e intelligente. La potenza di Avatar non sono solo i soldi (tanti), ma le professionalità, e il come sono state usate (benissimo). L'unico appunto pedicelloso: la colonna sonora traballa; non la ricordi neanche sotto tortura.
Per i più curiosi (attenzione a eventuali spoiler), la trama riprende:
Last but not least l'intera storia deve moltissimo a quella di Balla coi lupi, ma anche ad alcuni nodi innovativi di alcuni grandi titoli del quasi filone western dalla parte dei nativi che "nacque" con l'Amante indiana (1950, da cui il nostro riprende l'idea di donna-guida), e finì col trittico del 1970: Soldato blu (cfr il generalissimo esaltato), Un uomo chiamato Cavallo (cfr l'ex dell'esercito che organizza in versione marine la difesa del villaggio nativo: quindi, e alla fine, è grazie al bianco che si salvano i pelleblu) e Piccolo Grande Uomo (cfr il tipo di coinvolgimento emotivo).
La struttura è sempre questa: per differenti motivi finisco dentro una civiltà pura, rispettosa della natura e di tante belle cose, ne resto così coinvolto che alla fine lotterò contro i miei stessi simili pur di tutelarla.
Quindi la storia e la trama non sono poi così originali.
A onor del vero, anche certi perni narrativi di Guerre Stellari erano già stati letti, visti e rivisti (addirittura roba di epoca cortese o di tarda tradizione nipponica), così come era ben che ingombrante l'allora avanguardismitudine degli effetti speciali: però sia la trama che gli effetti erano al servizio della storia (e poi in fondo l'uomo carne Luke combatte contro l'uomo macchina Darth Fener).
Con Avatar la storia deve essere semplice, riconoscibile, lineare e comprensibile, perché altrimenti lo spettatore non riesce a godere di nulla: gli effetti sono troppo ingombranti e innovativi per poter supportare una trama profonda. Tanto che quel liturgico "io ti vedo" con cui gli alieni si salutano tra loro, sembra più un augurio di Cameron: speriamo che il pubblico veda oltre.
Intendiamoci non ho niente "contro" il 3D, anzi. Però lo voglio mettere alla prova con una commedia o con un qualsivoglia genere che non viva di effetti particolari se non - appunto - solo di trama.
Il 3D è cinema? Domanda assolutamente inutile. Del resto la parola cinematografare ("scrivere con il movimento (e la luce)") ha perso di significato da molto tempo: questa è l'era del computergrafare ("scrivere con la tecnologia")... e magari gli attori neanche si devono spostare chissà dove: ormai sono gli effetti in postproduzione che aggiungono il movimento.
L'importante è raccontare per immagini in movimento. O no...?!
La domanda che tutti dovrebbero porsi è un'altra: perché farlo col 3D anziché con un'ormai classica alta definizione? Insomma: il 3D è utile?
Be', qui ci corre in soccorso Oscar Wilde quando nella premessa del sottovalutato Dorian Gray scrive: "tutta l'arte è perfettamente inutile". Se il 3D è una forma di arte, la mia domanda quindi non ha senso. Se invece il 3D è solo una macchina, sempre Oscar Wilde suggerisce di stare attento alla figura di Calibano, il mostro che abitava l'isola scespiriana di Prospero, ricca di libri e di cultura, ma alla portata di nessuno se non dei naufraghi della Tempesta.

© Alessandro Loppi 2010-2016

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