mercoledì 29 novembre 2006

Brasile (2):
Minas Gerais

La terra delle miniere è forse il più antico insediamento occidentale dell'entroterra brasiliano, nel senso che fu il primo territorio esplorato violentemente dai bandeirantes, sorta di conquistadores in stile boero che avevano compreso le potenzialità di quei territori così vasti. O forse erano degli autentici disperati alla ricerca di ricchezze che le egoiste coste non avevano saputo donare.
Città come Belo Orizonte o Ouro Preto sono dei veri gioiellini, pieni di misteri di ogni tempo, pregni del proprio passato e di un presente a volte violento, a volte etereo.
Ogni minimo passo, ogni millimetrica escursione che recupero dalla mia memoria, son fatti di odori e sapori così intimi e reconditi che mi riesce difficile descrivere con assoluto coinvolgimento.
Certo è che per fare una gita come si deve, bisogna affidarsi a società private che per quattro giorni ti buttano dentro a un megapullman e ti lasciano fraternizzare con perfetti sconosciuti di ogni dove. Nel mio caso, però, sembrava di essere in una di quegli sketch che si concludevano con "ops, ho sbagliato barzelletta". Eravamo solo due italiani contro una trentina di brasiliani... e lì in Brasile, si sa, parlare in inglese è un'opzione sconsigliata.
Il nostro intrattenitore era un pazzerellone, bono e simpatico, che sapeva fare il suo mestiere, come anche rimorchiare a passo di carica. La nostra guida storica, invece, era una donna che parlava un lento e scolastico portoghese, così ben dettagliato che si riusciva a capire perlomeno il senso delle spiegazioni.
C'ho messo un'ora per capire dove fossero la sinistra e la destra, ma le prodezze artistiche di Alejanjiño (o come caspita si scrive) furono rese alla grande. Il tipo scolpiva statue votive... con i piedi! E già: la pietra sapone di quelle parti è morbidissima. Provate a scolpirla con i vostri piedini.
Ouro Preto è patrimonio dell'umanità, così tanto che per poco non ci lasciavo la pelle. Mi sono lasciato così avvolgere da un'inquadratura che, se non fosse stato per mia sorella, sarei caduto giù per un dirupo. Intendiamoci, la foto è tra le più belle che abbia mai scattato, ma devo la mia vita a un vezzo: da sempre il mio polso destro è ornato da un braccialetto, che - appunto - mia sorella agguantò per evitarmi la capocciatona.
Le mangiate che ci siamo fatti resteranno nella mia memoria di golosone. Così come queste lunghe tratte dove venivi accompagnato da lazzi e canti brasiliani, da un fraternizzare civile e avvolgente che ti restituiva una civiltà mista, meticcia, forse senza una terra vera e propria, ma con un forte senso della dignità.
E la terra? Rossa, di un profumo delicato, con mille gamme esplorate da luci mai viste (l'incidenza solare è di qualche segmento più angolata), con piante rosse, balle di fieno rosse, con queste immensi formicai di colore rosso, da cui fuoriuscivano quintali di formiche... nere. Be', le formiche rosse stanno solo su Tex!
La ciliegina sulla torta sono le grotte di Machiné, dal nome di antichi proprietari tedeschi che razzolavano (bene) in quei posti. Sono lunghe, alte, accoglienti... ma alla fine del percorso ti manca l'aria e senti una pressione nei polmoni che ti seduce e ti opprime. E già: proprio lì c'è un'infinita stallattite (dall'alto in basso, insomma) a forma di infinita cascata, che ti lascia con il fiato sospeso... in tutti i sensi.
Dopo, infatti, tutti a correre verso l'uscita, in lacrime per la fame d'aria e per l'emozione.
Foto ricordo, e alla prossima.

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