mercoledì 14 aprile 2010

GRAN gran torino

Ho visto Gran Torino.
Se dovessi trovare una giusta definizione mi verrebbe da dire "perfetto"; sotto ogni punto di vista, sia tecnico che artistico.
Regia asciutta, con quel non so che personale che però non s'intrufola, non dà fastidio, non è saccente.
Una fotografia esatta.
Una sceneggiatura con tempi precisi, nitidi, essenziali ma esaustivi al tempo stesso, da lezione per nuovi iniziati.
Dialoghi mai sbavosi, sempre puntuali.
Figure tonde, sferiche, che cioè non ti dici "e mo' perché di botto sei così?", perché alla fine il personaggio di Clint non cambia, e comunque non nelle forme radicali che subiamo spesso in film troppo strombazzati.
Il tutto, però, con un sapore di libertà artistica che ricorda il jazz: perché una grande disciplina porta sempre a grandi possibilità di uscire fuori dall'ovvio (una lezione che il cimicioso cinema italico non pratica più da tempo).
E quello che alla fine viene fuori è una storia straordinaria e semplice, propedeutica ma non didascalica, di monito ma che non giudica, di dolore ma non autocompiaciuto.
Purtroppo l'ho potuto vedere adesso e solo in dvd; diciamo che gli ultimi venti mesi sono stati problematici e non l'ho potuto godere in una giusta sala cinematografica... e per fortuna, aggiungo! E già: sull'onda della canzone che Clint canta sui titoli di coda in compagnia di Jaime Cullum, io che non piango da trent'anni mi sono trovato un groppo in gola senza neanche accorgemene, e senza neanche capire bene "cosa" mi avesse mosso così tanto.
Da adesso anche per me Clint Eastwood è una moral guidance; e chissenefrega se è da infantili.


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