martedì 18 maggio 2010

chi l'ha scritto?


La “predicazione politica” della Chiesa, dunque, è in larghissima parte centrata sulla morale della vita, della sessualità e del matrimonio e non su virtù – l’onestà, la dedizione, la sincerità, il rispetto, la dignità, il lavoro, l’impegno – che attengono alla dimensione comune della vita e delle relazioni sociali. Se nelle questioni dell’etica pubblica i valori morali, anzi questi specifici valori morali non negoziabili, sono considerati come le vere e indispensabili virtù civili è inevitabile che la “questione antropologica” diventi non solo il principale, ma di fatto l’unico tema qualificante dell’impegno politico dei cattolici. Il risultato è quello di svalutare altre forme di impegno, per cui appare “più cristiano” il politico che si oppone al divorzio breve o al riconoscimento delle unioni gay di chi vive con coerenza di esempio e di testimonianza la propria fede. Sembra diventato più cristiano opporsi ai Pacs che non rubare, non mentire, non mancare ai doveri di giustizia. Da oltre Tevere suscitano più parole di riprovazione e di scandalo i politici che “attentano alla famiglia indissolubile fondata sul matrimonio” di quelli che degradano la vita pubblica fino ai confini - e spesso oltre i confini - del malaffare. Così la Chiesa, ”agenzia morale” per eccellenza nella società italiana, abdica al suo ruolo da protagonista per la crescita di un’etica civile, rispettata e condivisa, volta al bene comune.
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L’occidente libero e liberale ha certo le sue radici culturali e storiche anche nel cristianesimo e nella sua idea di libertà e dignità umana, ma sarebbe storicamente infondato sostenere che quando la società europea si è mossa in direzioni diverse da quelle suggerite e imposte dal Magistero abbia indebolito la propria identità e la propria capacità di coesione e di inclusione. A 150 anni dall’Unità d’Italia, è perfino inutile ricordare che sulle tesi del Sillabo è stata la Chiesa a dovere ricredersi ed emendarsi. Se poi parliamo dell’Occidente libero di oggi – e non di quello delle guerre di religione, dell’inquisizione, della colonizzazione, e della violenza politica totalitaria – penso che esso viva il tempo migliore per la promozione umana e per la libertà cristiana, molto più di quello in cui il “potere” era cristiano e dunque gli individui non erano davvero liberi di esserlo. Per questa libertà e non per la sua immoralità l’Occidente è nel mirino del fanatismo religioso islamista.

Credo che sia fuorviante affermare che divorzio, aborto legale, coppie gay o fecondazione eterologa siano una degenerazione destinata a far perdere di identità, di unità e di forza la società italiana più che l’illegalità diffusa o la mancanza di un sentimento comune di appartenenza civile alla Repubblica, del cui destino siamo tutti artefici.

Nessuna persona libera e ragionevole chiederà mai alla Chiesa, di rinunciare al suo messaggio, alla predicazione, al proselitismo, ma questo uso dei temi bioetici e della morale sessuale possono al più nutrire il neo-confessionalismo politico, non divenire la comune frontiera della moralità civile del Paese.

Peraltro, appare sempre più evidente che la partita dei “valori non negoziabili” si gioca ormai pressoché interamente sul piano politico-legislativo e non su quello pastorale, come se la Chiesa, prendendo atto della sempre più evidente “disobbedienza cristiana” ai principi della morale sessuale e familiare, considerasse necessario ricorrere alla forza cogente della legge per surrogare la scarsa forza persuasiva della predicazione.


Benedetto Della Vedova, uno del Pdl

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