mercoledì 22 settembre 2010

il paziente è solo un malato

Tra le tante frasi convenute nel variegato vocabolario degli infermieri figura sicuramente tra i primi posti il motto "il paziente è un paziente". E cioè: noi siamo coloro che curano, lui quello che va curato; ogni sua ingerenza va ignorata.
Legittimo e giusto sicuramente - specie in un contesto nazionalpopolano, ma non dovrebbe valere per quegli ambiti oggettivi in cui non è il paziente che sta parlando, ma una persona con dei diritti e delle esigenze indipendenti dal suo status temporaneo.
Per cui se io sottolineo che sono destrorso, che non uso mai la sinistra, e che presumibilmente dovrò tenere a lungo la flebo, ha più senso mettere la flebo nel braccio sinistro, e consentirmi una degenza perlomeno composta (chennesò: farsi la barba o un bidet da soli è una grande conquista psicologica e di amor proprio).
Se nel gomito ho delle evidenti vene fradice, ha più senso infilarmi la flebo sulla mano - generalmente rischioso/doloroso ma non nel mio caso, specie quando lì uno ha delle vene grandi come una casa.
Se poi i medici mi trattano esplicitamente alla pari, sottolineando ai presenti sia la mia compostezza che una certa esperienza ospedaliera, tu come infermiere in fase preoperatoria ne devi rendere conto: siamo alleati per superare un problema, non nemici.
E, infatti, cos'hanno fatto le due monache preposte alla mia preparazione? All'inizio hanno ceduto alle mie richieste infilando contemporaneamente due flebo a casaccio sul braccio sinistro e poi un'altra sul dorso della mano sinistra, causandomi un ematoma che ancora pulsa nel suo verdume subepiteliale; poi dichiarandomi sconfitto - e grazie - hanno brutalmente sfondato il gomito del braccio destro in maniera così grossolana che per due giorni l'ago ha premuto sul nervo regalandomi continue scosse.
E oltre al danno, la beffa: quand'ho osato urlare "cazzo" per il dolore causatomi da quella totale mancanza di professionalità, mi è stato detto "niente parolacce qua dentro".
Amen.

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