mercoledì 17 febbraio 2010

Giordano Bruno e la ricchezza della lingua

Scritto originariamente il 17/03/2008, questo post sembra ancora attuale.
Oggi è l'anniversario dell'omicidio di Giordano Bruno, ucciso dagli sgherri del VaticanChiesa nel 1600 a Campo de' Fiori, qui a Roma.

Giordano Bruno e la ricchezza della lingua
Bruno si scaglia contro la Poetica di Aristotele e contro l'interpretazione della Poetica di Aristotele operata dagli aristotelici del suo tempo. Perché Bruno dice che la letteratura non può essere codificata all'interno di griglie rigide, e di opposizioni che distinguono con chiarezza ciò che è tragedia e ciò che è commedia, lo stile umile dallo stile sublime, tra ciò che è poesia e ciò che non è poesia. Bruno si ribella a queste rigide regole.

Alla stessa maniera Bruno si ribella a una concezione della lingua di tipo monolinguistica. Noi sappiamo che a partire dal 1525, con l'uscita delle Prose della volgar lingua di Pietro Bembo, la lingua italiana avrà finalmente un modello letterario unico. Per la prosa Boccaccio, per la lirica Petrarca. Quindi, chi vuole fare letteratura deve ispirarsi rigidamente a questi due modelli.

Quindi, come vedete, da una parte sul piano della teoria della letteratura, dall'altra parte sul piano della teoria della lingua, Bruno si trova a combattere contro un fronte estremamente compatto ed estremamente rigido. Ed ecco che Bruno reagisce a questo fronte proprio come aveva reagito alla cosmologia tolemaica.

E Bruno si scaglia contro grammatici e pedanti, proprio perché la letteratura non può essere racchiusa all'interno di una griglia rigida; la letteratura non può essere racchiusa all'interno di queste regole che i pedanti e i grammatici vogliono imporre. E quindi Bruno rigetta, rifiuta, tutti gli schemi prefissati, tutti i cosiddetti modelli intoccabili ed eterni.

Allora per Bruno la letteratura e la lingua devono invece esprimere l'infinita varietà che caratterizza la Natura; per Bruno, la letteratura e la lingua deve esprimere la forza vitale che è racchiusa in tutte le cose che la Natura anima.

Per cui, se i linguaggi umani sono molteplici, perché la letteratura non deve dare conto di questa molteplicità? Perché la letteratura non deve dare conto di questa ricchezza? E allora, nella visione di Bruno, se i grammatici e pedanti negano il plurilinguismo, negano la varietà, negano lo sperimentalismo, negano il confronto dei linguaggi, negano dall'altra parte le interferenze tra i vari livelli di stile, Bruno al contrario si batte per una letteratura che sia proprio frutto del plurilinguismo, della varietà, dello sperimentalismo, della interferenza tra i vari generi, tra i vari livelli letterari di una letteratura che sia il frutto del confronto della molteplicità dei linguaggi.

Quindi, Bruno considera questa molteplicità come un patrimonio positivo che va salvaguardato, perché tutto ciò che esiste ha diritto di avere cittadinanza nel mondo della letteratura. Per Bruno, quindi, la molteplicità delle lingue, la molteplicità delle concezioni letterarie, la molteplicità della visione della poesia, non è un ostacolo da eliminare, ma è una ricchezza da salvaguardare; è un grande patrimonio positivo da conservare. Ed è per questo che Bruno si scaglia contro i petrarchisti del tempo.

Cosa fanno i petrarchisti? Non fanno altro che ripetere la letteratura ispirata dal Canzoniere di Petrarca. Ripetono le stesse formule, gli stessi vocaboli, lo stesso lessico; non creano mai una parola nuova, rimangono chiusi all'interno di quest'universo definitio "rigido". E Bruno dice che la letteratura che producono questi poeti, la letteratura petrarchista non è altro che una letteratura asfittica, una letteratura incapace di esprimere la forza vitale della vita e della letteratura.



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