Tra tutti i numerosi testi che ho letto sul tema (sia cartacei che online), “La scimmia antropomorta”, di Olivia Ninotti (Solferino, 2026) è tra i pochi che cerca di affrontare gli effetti della tecnologia dal punto di vista della nella nostra psiche, quella parte del nostro corpo che non sappiamo descrivere a parole, né tantomeno indagare o approfondire. E non lo dico con presunzione, ma proprio perché a nessuno di noi verrebbe mai in mente di far finta di sapere qualcosa su una parte del nostro io così complessa, rarefatta, incisiva ma intangibile.
L’autrice, invece, è una neuropsichiatra infantile: conosce quindi l’argomento e ne sa raccontare aspetti ed effetti con una penna asciutta, comprensibile, senza perdere di vista il rigore scientifico e l’approccio professionale.
Tutto il libro merita un’attenta lettura. Potrei dire che una prima parte racconta come siamo diventati Homo Sapiens, cosa è cambiato nei secoli dentro il nostro io, in una maniera però (lo dico da profano) da non comprometterne i giusti tempi della crescita, dell’assorbimento, della conoscenza, della curiosità, del capire come rispondere agli stimoli (anche quelli negativi).
La seconda parte è ficcante e disarmante, perché sembra rispondere ad alcune domande che mi sto ponendo da tempo: cosa sta veramente accadendo alle menti dei nostri giovani? Come stanno cambiando rispetto alle menti pretecnologiche? Come possiamo agire e reagire a questa tecnologia così pervasiva, senza indugiare nel luddismo, senza rifiutarne gli aspetti benefici?
È una parte che presenta anche il conto di certi nostri comportamenti post-tecnologici che però diamo ormai per assodati. Ma Ninotti non giudica, non indica, non impone una sua visione precostituita: semmai ci accompagna dentro gli studi, le analisi, i dati, analizzandoli, spiegandoli, dando loro forma e sostanza e coerenza. Dopodiché, è il lettore sensibile a sentirsi sollecitato in maniera quasi terapeutica.
I ritagli che seguono sono mie scelte arbitrarie, ma aiutano a rendere l’idea. Vi suggerisco di leggerli con molta attenzione.
«La maturazione non è un processo automatico: senza un’interazione corretta e un buon corredo genetico, il processo non avverrà come previsto.
Questo processo di apprendimento si riflette nelle nostre prime esperienze relazionali, che iniziano con l’interazione genitori-figli. E qui emerge un punto cruciale: quanto la predisposizione genetica alle relazioni complesse si vede intaccata da esperienze primarie disfunzionali? Il narcisismo, come struttura psicologica fino al disturbo psichiatrico, può manifestarsi anche in modo precocissimo nelle prime fasi dello sviluppo?
Nel primo anno di vita, il cervello di un bambino crea circa un milione di connessioni sinaptiche al secondo. È un cantiere frenetico dove ogni sguardo, ogni gesto, ha un peso specifico nello sviluppo del Sé. Non bastano i nutrienti biologici, servono quelli affettivi. Se il bambino viene messo davanti allo schermo, riceve solo stimoli digitali: colori e suoni rapidissimi, senza calore umano. Non ci sono occhi che lo seguono, né sorrisi che rispondono ai suoi.
Non c’è dialogo, ma solo esposizione. Se una madre scrolla i social mentre allatta il figlio neonato, non vede che il bambino la cerca con lo sguardo. Lui vuole incontrare i suoi occhi, trovare quel riflesso che gli dice: «Ci sei. E io ti vedo». Ma non li trova. Trova uno zigomo, forse, o la sagoma del telefono. E allora qualcosa dentro di lui si adatta. Si ritrae. Si spegne. O, peggio, si accende in modo sbagliato. Quando il bambino non riceve risposte emotive coerenti, quando il suo pianto viene sedato con la canzoncina di Peppa Pig e il suo sorriso ignorato perché la madre sta scrollando i video di Instagram, non sviluppa sicurezza, ma fame, una fame di conferme. È così che si gettano le basi per un narcisismo psichico primario.
Non parlo del narcisismo da selfie compulsivo, ma di quello profondo, invisibile: «Se non mi guardi, non esisto. Se non reagisci, devo urlare. Devo esibirmi. Devo catturarti».
Laddove le esperienze relazionali non vanno lisce come dovrebbero per difficoltà o diversità strutturali e neurobiologiche, le capacità di sviluppare le competenze sociali e relazionali possono essere compromesse. La parte difficile è che al giorno d’oggi a volte facciamo fatica a distinguere quanto è patologia, quanto è neurodivergenza e quanto è strutturale-evolutivo, con cui intendo una nuova formazione e organizzazione cerebrale delle generazioni contemporanee che si adattano dall’infanzia più precoce a un ambiente ipertecnologico».
E poi: «ogni lacrima del bambino viene vissuta come un fallimento educativo, un sintomo da risolvere, una minaccia alla narrazione del «figlio felice». La frustrazione infantile - fisiologica, educativa, persino salutare - diventa un problema da estirpare, non un’occasione da accompagnare. Peccato che un bambino che non attraversa mai la frustrazione non costruisce strumenti interiori per gestirla da adulto. Viene su con muscoli emotivi flaccidi, abituato a una realtà ritoccata in suo favore, e con l’idea implicita che «se qualcosa mi fa star male, qualcuno sbaglia e deve sistemarlo subito.
Il dolore, il vuoto, la noia non sono anomalie da correggere, sono dimensioni dell’esistenza da imparare a sostenere. È anche in queste zone d’ombra che si costruisce la resilienza, l’empatia, e soprattutto l’autonomia»
E quindi: «poiché tutto è spostato sull’emotività, davanti alle frustrazioni dei figli, i genitori vanno in ansia e non sono più contenitori coerenti e metabolizzanti la stessa angoscia del pargolo. In diversi studi dagli anni Novanta in poi si osserva come l’eccessiva indulgenza genitoriale possa aumentare nei bambini il rischio di sviluppare tratti narcisistici, egocentrici e fragili davanti alla frustrazione. A furia di ricevere sempre il sì, il bambino non impara la realtà, ma una sua versione personalizzata, stile Netflix: contenuti su misura, zero pubblicità, e se qualcosa non va, basta premere «salta intro». Ma la vita reale non ha il tasto «salta frustrazione», ed è qui che il «no» diventa un atto d’amore. Il genitore si è allergizzato al conflitto con i figli come fosse glutine emotivo. Il «no» viene rimandato, mascherato, vestito da «parliamone», in un eterno dialogo che sa di negoziazione sindacale».

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