venerdì 14 novembre 2014

come sembrare razzisti senza esserlo

Oggi su Repubblica è apparsa questa mia lettera


Peccato solo che l'originale fosse leggermente più sofisticato
Caro Augias,
non voglio scomodare situazioni eclatanti e "spettacolari" come gli scontri nelle periferie romane, ma vorrei parlare di momenti di quotidiana sopravvivenza: le biglietterie automatiche della Stazione Termini e delle fermate della metro più turistiche sono presidiate da minacciosi gruppi di zingari che pretendono l'obolo da parte dell'utenza.
Chiunque voglia acquistare un biglietto, viene circondato, spesso minacciato, comunque costretto a pagare quello che tranquillamente possiamo chiamare "pizzo".
Il Comune non fa nulla, le Forze dell'Ordine agiscono quel poco che possono, e intanto la gramigna attecchisce.
Possiamo stare le ore a discettare sul fatto che non sono "zingari e quindi delinquenti" ma "delinquenti e basta", oppure che il disagio delle loro condizioni quotidiane li porta ad agire così.
Il fatto è che tutto questo accade, così come accade che la stessa comunità di zingari rovista nei contenitori dei rifiuti, spargendo ogni possibile schifezza per le strade già provate dall'incuria dei romani e dall'assenza dell'AMA.
Io e Lei sapremmo come cavarcela con le giuste parole di circostanza. Però la gente, il popolo di cui ci si ricorda solo ali limitare delle elezioni, vede solo i fatti.
ritaglio di Repubblica rubato al buon Pazzo per Repubblica

giovedì 13 novembre 2014

Parlando di calcio con Le Roi, Michel Platini

Come (ex) appassionato di calcio, juventino peraltro, sono stato molto fortunato: ho vissuto le gesta calcistiche di Michel Platini all'età giusta, quando mito e passione si fondono senza soluzione di continuità.
Non riesco a dimenticare il dramma di Heysel (e neanche lui, da quel che ho letto), ma non posso neanche dimenticare un lustro epico di calcio assoluto, guarnito da comportamenti sportivi di raro nitore.
E quindi mi sono accostato a questo libro con estrema cautela, spaventato com'ero di rovinare la festa al bimbo che ero. 
E, invece, è un gran bel libro, proprio perché (o forse perché) non accarezza minimamente l'autobiografia più stretta, ma invece racconta la bellezza del calcio, con un giusto equilibrio tra pragmatismo e passione, modernismo e rispetto per la tradizione.
Insomma, chi è limitato perché ci vede un taccuinaccio di appunti stropicciati di uno juventino, si perde la rara opportunità di conoscere la Storia del Calcio, e quel modo di leggerlo e interpretarlo che oggi - diciamolo - manca alle nuove leve.
Un calcio che ama "il gesto", il singolo momento, la passione per arrivare a "quel" gesto e la forza di saper affrontare anche il fallimento di un gol che non arriva.
E poi le tredici regole, gli schemi, il fuorigioco, la mentalità vincente e il rapporto con i compagni prima e con i manager dopo.
Platini, poi, suggerisce una sua visione delle competizioni future decisamente idealista, ma pur sempre attenta alla nostalgia.
Seguite questo libro così prezioso, troverete parole e concetti che vi sorprenderanno.



mercoledì 12 novembre 2014

#Rosetta, che non è solo l'hashtag #CometLanding

Le circostanze spesso regalano curiose coincidenze: Rosetta sta per concludersi (o per iniziare) proprio al limitare dell'imminente Natale, evento comunque planetario che con una cometa c'ha fatto i conti simbolicamente, esotericamente... e anche nell'immaginario del bambino che con le sue manine la ripone maldestramente sul presepe famigliare.
Ebbene, mi ritorna in mente un bellissimo racconto di Clarke (o era di Brown?) in cui, in un futuro prossimo venturo, la nostra civiltà atterra su un pianeta di Classe M in cui chiaramente era fiorita una civiltà straordinaria, pacifica, scientificamente ed intellettualmente avanzata, che però si è spenta nell'arco di una sola notte.
Una civiltà che aveva raggiunto il suo acme proprio quando noi avevamo ancora quella romana in piena conferma. E poi, puff!, sparita per sempre.
Ai più maliziosi verrebbe in mente la trama "scespiriana" del bellissimo Pianeta Proibito; e invece no. La stupefacente superciviltà non si è estinta per colpe proprie, o per la troppa perfezione raggiunta. Ma per il passaggio troppo ravvicinato di una cometa. E non una cometa qualsiasi. Ma quella che a noi annunciava la nascita del Salvatore per eccellenza.
I toni del racconto non erano certo polemici o atei, ma solo fatalisti, dubbiosi, quasi ironici e sicuramente educativi.
Io penso alla missione Rosetta ogni giorno.
E come tutti gli eterni bambini, rimpiango di non aver avuto un corpo perfetto come Luca Parmitano o Samantha Cristoforetti, di essere nato in questo periodo scientifico ancora così approssimativo ed arcaico. 
Mi piacerebbe, cioè, essere nel futuro del futuro. Da sempre.
Però, e nel frattempo, nelle mie condizioni attuali, così come sono adesso, mi auguro che gli scienziati dell'Esa non trovino risposte. Nulla di nulla. 
Io voglio ancora immaginare, tutto qua. 

sabato 8 novembre 2014

#Interstellar, ode alla #scienza accompagnati dall'umanità

C'è qualcosa che mi ha lasciato sospeso in Interstellar, e non ho ancora capito nitidamente cosa sia; e magari non lo capirò mai, per carità. 
Il rischio è che questa sospensione abbia a che vedere con la qualità del film: però io sento profondamente che mi è piaciuto, anche se (per indole e per necessità) non me la sento di dire che deve piacere o che è bello.
Sicuramente è la dimostrazione che si può fare fantascienza anche senza spocchiose sovrastrutture tipicamente e polverosamente europee. Anzi, la forza della storia sta nel suo essere comunque lineare e potenzialmente ricca di tante letture e opportunità.
Certo, ci sono alcuni momenti in cui la sceneggiatura scricchiola (e di brutto pure, come nel cameo di Matt Damon), altri in cui si indugia troppo in dialoghi semplici ma proposti in maniera seriosa (qui, però, mi appello al canonico - pessimo - doppiaggio): però la storia ha un qualcosa che mi ha deliziosamente turbato.
Frettoloso chi crede a un riferimento a 2001. Per vari motivi: primo, quella di Kubrick è un'esperienza irripetibile (tutti i film lo sono); secondo, Kubrick rincorreva un'opportunità altra, qui si torna dentro se stessi; terzo, Kubrick era ebreo e europeo, quindi due volte pregno di sovrastrutture... insomma, i due fratelli Nolan hanno lavorato trascurando Kubrick, o comunque salutandolo con riferimenti addirittura ironici: il robot, guarda caso, sembra un monolito; non si ascoltano i suoni nello spazio (è così, mi spiace per gli amici trekkiani e lucasiani); la pertinenza delle leggi della Fisica che governano una trama che ad un certo punto vira verso una incredibile possibilità; il giocare con certi nomi (il più evidente è quello di Amelia, chiaramente ispirato alla Earhart).
Io ne consiglio una visione senza aspettative; una visione "paziente", se vogliamo. Consiglio anche di non porvi domande e di lasciarvi cullare dalla mirabolante musica di Hans Zimmer (quasi sempre proposta con un "semplice" organo), dalla fotografia e dai continui colpi di scena che ti tengono inchiodato sulla sedia dall'inizio alla fine. Consiglio di seguire bene certi "spiegoni" scientifici presentati amabilmente da momenti di ottima sceneggiatura.
Se poi non vi piace, sono sicuro che salverete tutte le scene tra Cooper e la figlia (lacrimotti garantiti), quelle spaziali più movimentate, quelle sul pianeta d'acqua...
Da qui in giù, rischiate lo SPOILER, ve lo dico subito.
Una delle determinanti protagoniste di questo film è la scienza. Attenzione, non una scienza "dal volto umano" o una scienza fredda e cinica. La scienza, punto.
Eppure, il momento nodale del film coinvolge una libreria, non certo un petulante iPad. Eppure, la chiave di volta della soluzione finale è un orologio a lancette, rotto peraltro, che comunica con un linguaggio ormai desueto (quello morse, mica un whatsapp).
Però, nel contempo Cooper contesta l'ottusità complottistica della professoressa della figlia, difendendo sia la spedizione sulla Luna del 1969 che la scienza dei tempi migliori, che avrebbe scongiurato la morte della moglie.
Anzi, il nostro eroe le dimostra come la loro visione antropocentrica abbia cancellato l'idea stessa del viaggio, del rischio, del migliorare se stessi e l'umanità, dell'anelare verso "strani, nuovi mondi, per arrivare là dove nessuno è mai giunto prima".
Ed è una scienza che comunque riesce a sopraffare persino l'amore (che in questo tipo di film quasi sempre vince alla grande): Cooper impone la scelta del pianeta ben diverso da quello proposto da Amelia, dove invece abitava il suo fidanzato, presumibilmente ancora vivo.
Addirittura, l'amore "perde" una seconda volta perché Cooper non riesce a sconfiggere la scienza che gli impedisce di rimettere a posto il passato. E sarebbe stato sciocco il contrario.
Poi, fateci caso, è l'uomo ad aver causato la "piaga" che sta annientando l'umanità; e la scienza non riesce a sconfiggerla in maniera diretta.
Ed è sempre la scienza che costringe i nostri eroi a perdersi nel tempo, e che quantità di tempo!, e a inventare sempre nuove soluzioni pur di uscire da quell'esplorazione ormai data per persa.
Insomma, i due Nolan hanno un grandissimo rispetto per la scienza, e le restituiscono la giusta dignità, il giusto equilibrio.
Certo è che in due momenti è come se il fattore umano sembra prendere il sopravvento. In realtà, però, quando Cooper si butta dentro il buco nero ne conferma scientificamente la sua totale pericolosità, perché ormai gli è risultato impossibile raggiungere ogni forma di soluzione razionale. Appunto, è con la forza della disperazione che affronta la legge finale, quella che ci dice che oltre il buco nero non c'è più nulla.
Altrettanto in realtà, Murph indugia a restare nel suo nido d'infanzia convinta che troverà una soluzione per far tornare il padre, ma sarà la scienza (dell'impossibile) a fornirle la chiave del tutto.
Sono speculazioni, lo so, che si basano solo su quanto si vede nel film, e non su quello che credo di aver visto.
Forse ci ritornerò, forse no: però, se vi va, andate a vederlo, e poi mi scrivete.

mercoledì 5 novembre 2014

quello che delle donne non dicono

L'altro giorno, appena si è saputa la notizia dell'assoluzione di tutti gli imputati dell'omicidio di Cucchi, i giornalisti de ilPost si sono affrettati a fare un parallelo tra la sua morte e quella di Pinelli.
Al di là della totale mancanza di stile - il direttore del periodico online è pur sempre il figlio del mandante dell'omicidio di chi fu ritenuto a torto il responsabile della morte dell'anarchico (scusate il lungo inciso) - ci sono almeno due elementi nodali di cui nessuno ha tenuto conto.
Il primo è storico: il caso Pinelli coinvolge un modo di essere delle Forze dell'Ordine che sicuramente è cambiato nel tempo, nella forma e nella sostanza. 
È vero che ci sono stati recenti casi terribili - e altrettanti poco noti - che hanno coinvolto una parte consistente delle Forze dell'Ordine (Genova in primis), ma è anche vero che proprio la Storia ha sempre più negato alle stesse Forze dell'Ordine l'alibi del dover agire come vorrebbero perché necessario. Non c'è più il terrorismo interno, insomma; ergo, l'opinione pubblica non è più disposta a chiudere gli occhi.
Ma fino ad un certo punto. C'è ancora una sottile linea invisibile che mantiene molto alta la potenzialità di una deflagrazione incontrollabile.
Infatti, quando le Forze dell'Ordine si lasciano sfuggire di mano la situazione, contano sul fatto che le cause sono in qualche modo ascrivibili alla necessità di risolverle solo con la violenza, perlomeno per come appaiono e per come vengono fatte apparire.
Vedi, appunto, Genova. Vedi, appunto, Cucchi: pensate che dopo la sentenza assolutoria, un sindacalista della Polizia ha solennemente precisato che "Se uno ha disprezzo per la propria condizione di salute, se uno conduce una vita dissoluta, ne paga le conseguenze".
È vero però che le Forze dell'Ordine subiscono anche uno specioso canone di sospensione etica: quella di chi non sopporta la Legge, di cui gli uomini in divisa dovrebbero essere i tutori estremi. 
Ebbene, l'italiano medio non crede nella Legge - nella sua forma più kantiana possibile - e mal sopporta chi la dovrebbe far applicare. In più, gli eredi del '68 - e i loro figlietti - fanno di tutto per sconfessare la Legge - e quindi i suoi tutori in toto - parandosi dietro la furba autorevolezza di un garantismo che invece è di maniera.
Messe insieme le due cose, quindi, abbiamo uno scenario apparentemente nebuloso, sicuramente friabile e comunque estremamente dannoso, che nessun Ministro degli Interni ha (avuto) la capacità - e anche il coraggio, diciamolo - di risolvere. Anche perché, a volte si ha l'impressione che questo doppio pesismo faccia comodo a molti; sicuramente non al cittadino che non viene tutelato, non al milite onesto che fa bene il proprio dovere, non al politico integgerrimo che vuole credere in un'Italia giusta e nel contempo sicura (sempre che esista questo tipo di politico, eh!).
Ebbene, qui mi sento di tirare in ballo il secondo elemento nodale di cui nessuno sta tenendo conto. Le persone che stanno perorando la giusta Giustizia, una buona Italia e una giusta Polizia... sono donne, tutte donne.
Attenzione, non come la Boldrini, che ha avuto la rara capacità di diventare antipatica e insopportabile due-minuti-due dopo l'insediamento; ma donne vere, di quelle che masticano le difficoltà della vita ogni santo giorno. 
Donne che conoscono le pene della quotidianità e le affrontano con un altissimo senso dell'onore, della dignità, dell'etica.
La moglie di Pinelli, la moglie di Calabresi, la mamma di Giuliani, la moglie di Raciti, la mamma di Aldrovrandi, la sorella di Cucchi... incredibile, tutte donne. Tutte dignitose. Tutte umili e risolute.
Un esempio.
Per tutti noi.

martedì 4 novembre 2014

Dario Argento, autobiografia senza paura

Curiosa questa autobiografia di Dario Argento. Sparata a pallettoni l'idea che sia una sorta di ideale prosieguo dei film del grande regista, è in realtà un semplice e tranquillo viaggio nella vita di un grandissimo autore, sottovalutato sia come sceneggiatore che come narratore.
Di Dario Argento, insomma, si parla come si fa con i Bitols o con Kennedy o con chissà chi deve per forza essere in quel modo: con la presunzione, cioè, di sapere già in anticipo che è un regista ddde paura, autore di omicidi efferati, fumatore di canne, papà degenerato e via dicendo.
Da una parte, cioè, la catalogazione aprioristica tipicamente italiana lo ha costretto a stare in un angolo (da lui inventato, vero; ma basta con 'sti cataloghi!); dall'altra, i rivalutatori borghesi alla Fazio lo hanno trasformato - suo malgrado - in macchietta per zoo umani.
Tecnicamente, insomma, Dario Argento è tra i primi cinque registi italiani di tutti i tempi, dietro solo a mostri sacri come Visconti, Antonioni, Scola, Bertolucci, e pochi altri. 
Nel contesto tipicamente utilitaristico del genere thriller/horror, è tra i pochissimi ad aver usato le inquadrature nella loro forma stilistica e non narrativa, e nel contempo ad aver donato loro un forte valore dirompente. Per un genere come quello horror/thriller, insomma, riuscire a restituire inquadrature artistiche e nello stesso tempo essenziali e proficue, come ha saputo fare solo lui, non è cosa di poco conto.
A chiunque voglia imparare a scrivere cinema, consiglio sempre la visione di Profondo Rosso, per almeno tre volte consecutive (i film precedenti sono esemplari, ma non così tanto). Per quanto ci siano dei punti in sospeso sicuramente poco lineari, e per quanto le concause narrative siano spesso pretestuose, è un film di eccellente fattura e di rara qualità tecnicoartistica.
Potrei dilungarmi oltre, ma mi fermo qui. Bisogna parlare della sua autobiografia, no?
Bella, molto bella, anche se apparentemente lineare, quasi da lista della spesa (ho fatto questo, poi questo e poi quest'altro).
Tra le righe iniziali si legge anche la figura di un uomo colto, di un gran lettore, di un onnivoro tutt'altro che settario e presuntuoso, nonché capace di catturare e rimasticare il sapere altrui.
In più, Dario Argento ci porta dentro un periodo storico - l'Italia anni '70 - finalmente non contaminato da letture dietrologiche e ideologiche (tipo "noi eravamo fichi e tutti gli altri degli stronzi", come malcelano spesso quelli alla Serra o alla De Luca). 
Per finire, ci restituisce uno stato d'animo di un uomo sicuramente particolare, ma non nella forma così isterica e patologica come amano descriverlo e immaginarlo quelli che fanno finta di conoscerlo.
Buona lettura, insomma. E ricordatevi di guardare Profondo Rosso per almeno tre volte consecutive.

mercoledì 29 ottobre 2014

L'audioteca della RAI, un patrimonio a rischio



L'audioteca della RAI, un patrimonio a rischio

La SLC-CGIL Roma e Lazio e la RSU CGIL del comparto radiofonia della RAI di Roma, denunciano il grave stato di incuria e di abbandono in cui sono tenuti centinaia di migliaia di supporti sonori rari e preziosi.

L'audioteca del centro di produzione di Radio RAI, in via Asiago 10, conserva la memoria storica del nostro paese, dalla nascita dell'EIAR ai giorni nostri: dischi, lacche, nastri. cassette analogiche e digitali, CD, sono conservati in locali inadeguati, polverosi, umidi, soggetti a rischio di infiltrazioni in caso di forti piogge.

Tutti gli esperti a livello mondiale di conservazione dei beni sonori lanciano da tempo un allarme pressante: se non si interviene rapidamente con seri progetti di digitalizzazione il patrimonio sonoro dell'umanità rischia di scomparire definitivamente entro pochi decenni. Per alcuni supporti come le lacche degli anni Cinquanta, di cui la RAI conserva decine di migliaia di esemplari, siamo già fuori tempo massimo.

A fronte di questa drammatica situazione, il Centro di Produzione Radio è riuscito a mettere in campo solo la digitalizzazione dei documenti dei Giornali Radio presenti su nastro magnetico, operazione affidata alle Teche di Torino, dato che il centro di Roma non avrebbe né le attrezzature né il personale per affrontare un lavoro del genere, e un lavoro di censimento e riorganizzazione del parco CD che procede con tempi biblici per carenza di personale.

L'audioteca continua ad essere utilizzata come struttura di servizio per l'alimentazione dei programmi radiofonici ma, dalle notizie in nostro possesso, non verrebbe applicata nessuna delle più elementari norme fissate dall'Associazione Internazionale degli Archivi Audiovisivi (IASA), fatto questo paradossale, dato che la stessa RAI è membro dell'associazione. Nonostante numerosi contatti e riunioni, anche ad alto livello, non si è mai riusciti a mettere in piedi serie collaborazioni con enti come la Discoteca di Stato, l'Accademia di Santa Cecilia, la Sezione Archivi del Ministero dei Beni Culturali. Mancano inoltre la capacità e la volontà di elaborare progetti di valorizzazione di ampio respiro, anche a livello Europeo, sfruttando possibili fonti di finanziamento.

Poche le iniziative di valorizzazione negli ultimi anni, come alcune collane discografiche, pregevoli ma mal distribuite.

Il personale è scarso e del tutto privo di quegli elementi di formazione che si dovrebbero richiedere oggi a un moderno operatore nel campo dei beni culturali. Inoltre, negli ultimi anni, non si è fatta alcuna seria riflessione, a livello di acquisizione, catalogazione e fruizione, sull'evoluzione e sulla smaterializzazione dei documenti sonori nell'era della rete. Quel poco che si è fatto in termini di conservazione e restauro si deve unicamente alla passione personale e all'iniziativa di alcuni dipendenti, che però non sono stati messi in grado di operare in una struttura efficiente, attrezzata, al passo con i tempi e, soprattutto, mai coinvolti su progetti organici e di ampio respiro. In pratica ci si limita, stancamente, a salvare il salvabile.

Questo quadro drammatico è aggravato da una storica carenza di macchinari. La RAI ha perseguito negli ultimi decenni una dissennata politica di smantellamento e distruzione delle macchine analogiche (magnetofoni e giradischi). I pochi esemplari superstiti, quegli stessi ormai rari apparecchi che i collezionisti cercano e acquistano in rete per cifre notevoli, sono abbandonati a se stessi, con scarsi o nulli interventi di manutenzione. Quindi, se e quando partirà mai un serio progetto di digitalizzazione e restauro, la RAI dovrà acquistare di nuovo, a prezzi decuplicati, macchine che in passato ha rottamato, oppure, peggio ancora, dovrà rivolgersi a ditte esterne che non offrono quei requisiti di competenza storica, scientifica e archivistica richiesti da un compito così delicato. Nello stesso tempo macchinari per il restauro dei documenti sonori, costosi e all'avanguardia, da quello che risulta a noi, giacciono da più di un anno negli scatoloni e non vengono montati e configurati per il disinteresse totale della dirigenza.

Ricordiamo che questi beni, se adeguatamente conservati, restaurati e valorizzati potrebbero rappresentare una preziosa risorsa economica, se utilizzati per iniziative discografiche ed editoriali, iniziative che la RAI di oggi, divisa tra Audioteca, Teche e Sviluppo Commerciale (ex Rai Trade) è incapace di mettere in campo.

L'archivio sonoro della RAI non appartiene solo all'azienda, è un bene comune di proprietà di tutti i cittadini italiani, perché conserva la loro storia e le loro voci; è un delitto quindi vederlo deperire inesorabilmente proprio mentre la Radio festeggia i suoi novanta anni di vita.

Per queste ragioni, anche alla luce dei drammatici tagli imposti alla Rai dalla Legge di Stabilità e dalla contemporanea svendita di Rai Way, chiediamo all'Azienda un deciso cambio di passo in questo come in altri settori. Chiediamo quindi un incontro urgente all'Azienda per discutere delle tematiche in oggetto

SEGRETERIA SLC-CGIL ROMA E LAZIO
RSU SLC-CGIL RADIOFONIA ROMA