martedì 19 gennaio 2016

Glenn Frey e uno scotch per fare il barrè

Avevo quattordici anni. Michele aveva un impianto stereo niente male. Era laziale (lo è pure oggi, ahilui). E amava la musica. Come tutti i laziali aveva una predilezione per le aquile; per assimilazione, amava anche gli Eagles.
Prese la copertina del mitico LIVE! e subito partì il fragore del pubblico, poi un calpiccichìo e... On a dark desert aiuei, cul uind in mai eir... era Hotel California.
Era un periodo in cui avevo appena scoperto Jackson Browne, i Queen, i Pink Floyd e gli Yes. Ma questi cori, questo straordinario modo di fondere country e rock, pop e west coast, mi conquistarono all'istante.
Un anno dopo mi ritrovai con una chitarra in mano, lo spartito degli Eagles, e due grosse incognite: come si legge la musica?; ma, soprattutto, come diamine si fa un barrè?
Avevo le dita stupide, deboli, incapaci di dare la giusta pressione al nylon e al rame delle Savarez Rouge. E allora escogitai un trucco: misi le dita a mo' di pistola, presi una matita e la adesivai duramente lungo tutto l'indice disteso all'inverosimile; medio, anulare e mignolo, invece, ben piegati su di loro.
Per un mese mi forzai ogni notte a mantenere quella dolorosa condizione; il giorno, invece, mi ci sedevo sopra durante tutto l'arco delle lezioni liceali.
Dopodiché, cominciai lentamente ad avventurarmi dentro quegli accordi... e ce la feci: potevo finalmente suonare con gli Eagles. Peccato che non mi abbiano mai convocato!
Ciao, Glenn Frey, mi piace ricordarti con questa chicca meno nota, ma sublime: Sad Café

 
The Sad Cafe - The Eagles from Oliver Hardy on Vimeo

domenica 17 gennaio 2016

la mia vita ai tempi di David Bowie (che poi ognuno lo ha avuto solo per sé)

Sto subendo qualcosa di astratto dalla morte di David Bowie, che non riesco ancora a concretizzare: l'ho rifiutata mentalmente prima che emotivamente, perché è sempre appartenuto alla mia vita di ogni giorno. E me ne sto accorgendo solo adesso.È come quei cari rari amici che incontri una volta all'anno, magari ogni due, ma che sembra ieri ti ci eri congedato, e allora ti ci sciogli immediatamente insieme davanti a un bel bicchiere di vino.È quell'amico con cui sghignazzi per delle sciocchezze, e la gente o tua moglie ti guardano prendendoti per scemo perché loro ti vedono da solo al tavolo, mentre tu sai che c'è David Bowie con te, che ammicca complicità da ogni poro.C'è qualcosa di infinitamente amaro nella morte di un amico così presente e intimo, che ha fatto parte dei miei sorrisi e delle mie lacrime, e che mi ha sempre tenuto per mano (e non solo dentro la mia immaginazione, ne sono aancora convinto). E anche se non me lo voglio ancora dire, spero che neanche la sua morte possa allontanarlo dalle nostre consuetudini.
Eppure è la Morte che dà significato a ogni cosa.
E allora le canzoni di David Bowie, canzoni che sono solo mie, ma che nel contempo sono anche solo vostre, diventano timbri nella memoria, tatuaggi evocativi.
E dire che ho sempre creduto che una canzone non avesse diritto di rappresentare un ricordo: una canzone è arte, non egoismo autoreferenziale. Eppure solo David Bowie ha saputo entrare nei miei ricordi, partecipando alle mie sensazioni; dolorose, gioiose, forti e deboli... all'istante.
Non passava momento che non mi sentissi quasi in dovere di informarlo dei miei passi nel mondo, prendendo in mano i suoi dischi per raccontare loro quali eventi stavano diventando nodali nei miei persempre. E lui là, sornione, al di fuori di me ma comunque mio fedele compagno, pronto e generoso a rispondere, sempre disponibile ad accettare ogni più intrinseca e inestricabile confidenza nella sua immensa partitura musicale.Di fronte ai drammi epocali che mietono vittime e spostano le curve della Storia si dice sempre "niente sarà più come prima".
A me sta accadendo la stessa cosa per qualcosa di più semplice, di più terreno: da giorni, ormai, c'è un bicchiere di vino sul tavolo del mio salotto... e nessuno che voglia condividerlo con me.

sabato 2 gennaio 2016

la musica vestita alla grande da Sugarpie & The Candymen a #UJW23

Chiusura alla grande, alla grandissima, di questa 23esima edizione di Umbria Jazz Winter (perlomeno per chi scrive). Eravamo partiti sottotono, ma poi siamo arrivati a questi Sugarpie and The Candymen, un delizioso traguardo ricco di sorprese e molto divertente.
Siamo di fronte a uno swing di eccellente qualità, proposto in maniera adulta e professionale da cinque ragazzi che gli organizzatori avrebbero potuto tranquillamente collocare dentro il palco principale del Teatro Mancinelli.
Mi sfugge, insomma, perché si debba sempre relegare il jazz più sorridente tra i tavoli di una cena sponsorizzata (con maleducati rumori di contorno) anziché "rischiare" di regalargli la platea di cui è degno. Specie dopo aver troppo insistito col duo Wilson and Nash.
Fatto sta che siamo passati con estrema facilità dai classici dello swing tradizionale a Come As You Are dei Nirvana (!), dai Bitols di When I'm 64 ai Deep Purple di Strage Kind Of Woman/Lazy/Highway Star... un medley avvincente e tecnicamente probante in cui hanno fatto capolino anche citazioni da Čajkovskij e Zorba il greco (!!).
Gran finale con una micidiale Bohemian Rhapsody, i Clash e... Prince.
Se questi Sugarpie & The Candymen continueranno così, potranno dare del filo da torcere agli adulti serissimi di Musica Nuda.
Georgia Ciavatta ha una voce purissima e coraggiosa. Jacopo Delfini coccola una chitarra in maniera più brava di quanto non sembri. Renato Podestà, invece, suona la chitarra in maniera sorniona e spregiudicata, ed è molto attento alla pulizia di ogni singola nota. Claudio Ottaviano è un timido ma risoluto contrabbasso. Roberto Lupo swinga in maniera molto arguta non disdegnando il drumming più moderno.

le eccellenze di The Golden Circle a #UJW23

Compratevi The Golden Circle e infilatelo nel lettore della vostra auto - spenta mi raccomando - e non prima di aver allacciato le cinture!
Visto? Siete partiti a razzo... e chi vi ferma più!
A parte le battute, già conoscevo questo corposo e muscolare omaggio al primo Ornette Coleman, e me n'ero innamorato con rara dedizione, tanto da averlo poi ascoltato più e più volte per oltre un mese.
Mi sono quindi avvicinato a questo concerto cercando temerariamente di liberarmi da ogni possibile aspettativa; oltretutto, adoro Bosso, stimo Giuliani, e credo di potermi definire "amico" di Pietropaoli. Insomma, dentro di me temevo la delusione, la meccanica ripetizione delle partiture del cd
Macchè... questo live è andato oltre ogni possibile possibilità: mi ha preso cuore, cervello e stomaco e li ha scagliati in ogni dove, camminandoci sopra, spolpandoli, mangiucchiandoli con sorridente ironia. Uno di quei concerti che mi porterò addosso per molto tempo. E dire che "nonno" Enzo mi ha poi confessato di aver iniziato il set con un terribile mal di testa. E pensa tu se stavi bene!
Insomma, se dovessi portarmi un supergruppo nella proverbiale isola deserta, oltre ai King Crimson seconda maniera porterei con me Rosario Giuliani al sax alto, Fabrizio Bosso alla tromba, Enzo Pietropaoli al contrabbasso e Marcello Di Leonardo alla batteria.

venerdì 1 gennaio 2016

a #UJW23 scorre il Vinodentro la tromba di Fresu

Nato come colonna sonora dell'omonimo film di Ferdinando Vicentini Orgnani, questo progetto di Paolo Fresu ha dovuto superare lo scoglio stancoso del duo Lewis Nash che apriva la serata; e che forse lo ha un po' penalizzato.
Fatto sta che di tutte le prove del bravissimo musicista sardo che abbia mai ascoltato, è quella che mi ha convinto di meno: troppo scollata, quasi meccanica, senza peraltro un supporto adeguato da parte degli archi (in alcuni momenti addirittura scordati). Da rimproverare ad alta voce l'ultimo dei violoncellisti, pessimo nell'affrontare le partiture, addirittura maleducato nei confronti del pubblico.
Fresu è sembrato lavorare di mestiere, quasi recitare quei trick tecnici e elettronici che lo rendono comunque un genio dello strumento. Quasi sacrificato Daniele Di Bonaventura, capace comunque di un'ottima direzione musicale. Certo, stiamo sempre pur parlando di un concerto di Paolo Fresu: ma proprio per questo si pretende da lui sempre il meglio.
Tra i due bis da sottolineare il secondo: una dolcissima lettura della sempreverde Answer Me, My Love, nota grazie anche a Joni Mitchell, e che i meno giovani conoscono grazie all'ellenica interpretazione di Nat King Cole, la cui figlia Natalie ci aveva lasciati poche ore prima l'inizio della serata (quando si dicono le coincidenze).

chiediti chi erano The Beatbox a #UJW23

Lo sapete: non amo i Bitols, li trovo sopravvalutati e noiosi, anche se da tempo ho smesso di irritarmi nei confronti di chi si indigna per questo mio disprezzo.
Però questa loro cover band (The Beatbox, appunto) è molto divertente, precisa e autoironica. 
Nata qualche anno fa, tra un live e l'altro del tour messicano dei New Trolls, ha immediatamente assunto il ruolo di rappresentante quasi ufficiale del quartetto di Liverpool. Addirittura, ne ripropone gli stessi strumenti, vezzi, movenze, tecniche... pettinature e vestiti (acquistati in America dalla stessa sartoria che li cucì per loro). 
Ma c'è di più: l'intero concerto proposto a Umbria Jazz Winter ha ricalcato uno dei più noti del primo tour americano dei quattro, con tanto di errori di microfonazione, battute, entrate sbagliate, scaletta.
Se non li avete mai visti, seguiteli in giro per l'Italia e l'Europa: ne vale veramente la pena.

giovedì 31 dicembre 2015

a #UJW23 Fabrizio Bosso è apparso a Duke

Da che lo seguo, non ho mai visto Bosso sbagliarne una che fosse una. Ma, soprattutto, si è sempre messo a disposizione della musica, rispettando gli autori sacri ma anche interpretandoli in maniera originale.
Splendido questo omaggio a Duke, con momenti di rara eccellenza inseguiti da altri di romantica commozione.
Di tutto il repertorio più sofisticato di Ellington proposto, forse il momento perfetto si è raggiunto con l'esecuzione di una In A Sentimental Mood tra le più sontuose che abbia mai ascoltato da 40 anni a questa parte.
Elegante il pianismo di Julian Oliver Mazzariello, giusto il contrabbasso di Luca Alemanno, strepitoso il drumming di Nicola Angelucci.
A tono i fiati di supporto, egregiamente arrangiati e diretti da Paolo Silvestri: Fernando Brusco e Claudio Corvini alla tromba, Mario Corvini al trombone, Gianni Oddi al sax alto, Marco Guidolotti al sax baritono e Michele Polga al sax tenore e soprano.
Gran finale in mezzo al pubblico con una scherzosa When the Saints Go Marching In.

il troppo del duo Steve Wilson Lewis Nash a #UJW23

Li avevo apprezzati due Winter fa, trovandoli eccellenti, interessanti e proposti nell'ambiente giusto e nella misura giusta. 
Questa edizione, invece, quelli di Umbria Jazz hanno esagerato, proponendoli sempre e solo sul palco del Teatro Mancinelli, sempre e solo in apertura di eventi di un certo peso (Bosso, Fresu, Elling, Lawson), costringendo anche il pubblico meno avvertito a "sorbire" un difficile duo sax + batteria che potrebbe legittimamente stancare chiunque.
Oltretutto, tale era l'incrocio di date e orari, che chiunque avesse voluto godere questa edizione, li avrebbe incrociati almeno due volte.
Ora: non appartengo a chi dice che l'arte vada spiegata, perché è un'affermazione idiota; non credo all'arte "alta" e "bassa", anche se ovviamente trovo Allevi dannoso per ogni forma possibile di espressione; non ritengo il pubblico "stupido" per antonomasia. Però difendere a tutti i costi una formula così complicata significa solo dare segni di debolezza. Oltretutto: seguire Umbria Jazz Winter è più oneroso rispetto al Summer; il pubblico è notoriamente meno giovane ma anche più abitudinario. Di ricambio generazionale e di toccate e fuga se ne vedono ben pochi: tirare troppo la corda potrebbe essere controproducente.
Premesso ciò, io ho assistito a due dei quattro concerti: quello del 30, decisamente annodato e autoreferenziale; quello del 31, istrionico ma anche - e finalmente - rispettoso nei confronti del pubblico.
In quello del 30, stanchi e spigolosi omaggi a Domino, Ellington, Monk e Coleman.
In quello del 31, briosi riconoscimenti a Silver, Monk, Gillespie, Giuffrè, Carter, Coleman e Ellington. A questi, va aggiunto un terrificante drum solo in cui Nash ha dimostrato che gli alieni sono tra noi, e suonano la batteria.
Già: Nash si conferma un dio dello strumento, capace di sparare nel giro di pochi secondi palle di fuoco e delicatissime piume; Lewis, invece, resta un eccellente sassofonista, ma con una cifra opaca e priva di guizzi.

il ritorno di Django Reinhardt negli Accordi Disaccordi di #UJW23

C'è qualcosa di genuino nel gipsy jazz di Accordi Disaccordi che fa dimenticare qualsiasi difetto o benvenuto errore tecnico. I tre ragazzi sono (stati anche) artisti di strada, e sanno come gestire il tempo dell'ascolto e quello delle pause.
Intrattengono amabilmente il pubblico, rispettano con dolce incanto il loro padre putativo (Django Reinhardt), sono consapevoli di avere ancora un po' di strada da percorrere (non tanta, in verità), vivono la propria bravura con inconsueta umiltà.
Molto belle le esecuzioni di Buonasera Signorina, Oci Ciornie, Gipsi Sun. Divertenti gli inediti Pietra Santa e Mafia Car.
Buono il chitarrismo solista di Alessandri Di Virgilio, pastosa la ritmica di Dario Berlucchi, eccellente il contrabbasso del giovanissimo (e mingherlino) Elia Lasorsa.

mercoledì 30 dicembre 2015

Kurt Elling rispetta Sinatra a #UJW23

Voglio bene a Kurt Elling. Mi piace il suo modo di avvicinarsi alle note: ci gioca, le forza, le sfida, ma sempre rispettandole fino in fondo. Lo aspettavo al varco di questo omaggio a The Voice, e mi sono divertito molto; soprattutto perché Elling non ha scimmiottato l'inimitabile, ma ha reso inimitabile la propria voce. Un esercizio di stile arduo perché denso di legittima arroganza e di doverosa umiltà.
Le esecuzioni più riuscite: I Only Have Eyes For You, Fly Me to the Moon, Lover (Love Me Tonight), I'm Glad There Is You, April In Paris, The Lady Is A Tramp... ma, soprattutto, un I Remember Clifford in un sorpredente a cappella senza microfono, senza orchestra, col pubblico già uscente... da brividi, veramente da brividi.
Professionali ed eccellenti all'inverosimile i componenti la sua band, da Stu Mindeman (pianoforte e Hammond cristallini), John McLean (la chitarra giusta al momento giusto), Clark Sommers (contrabbasso sornione), Kendrick Scott (drumming terremotoso ma anche sofisticato).
Qualche appunto da fare, invece, all'orchestra, a volte in affanno, a tratti addirittura fuori tono, non ha vissuto con la dovuta serenità una serata che ha regalato grandi emozioni. Sembrava intimorita, se non troppo attenta a non deludere il mostro sacro che intanto gigioneggiava col pubblico.
Da segnalare la disinvoltura del sempre bravo Dan Kinzelman (collante quasi invisibile ma necessario) e l'ottima tromba di Mirco Rubegni (che dovrebbe avere molto più spazio, anche se il suo strumento è già affollato di mostri sacri).

il soul leggero di Jarrod Lawson & the Good People a #UJW23

Inizia debole questa 23esima edizione di Umbria Jazz, quasi timida e insicura: la voce flebile di Jarrod Lawson - e il suo pianismo didascalico - convincono poco, e le sue canzoni non restano nel cuore neanche il tempo del loro termine.
Si respira aria di Jamiroquai, di George Benson (cui il nostro allude imitandone il noto arrangiamento sincopato di Summertime), di Steely Dan, ma soprattutto di Incognito.
Da salvare l'eccellente All the time, in duo con l'ottima Tahirah Memory; un brano bellissimo, di rara efficacia emotiva. Da qui partono venti minuti scarsi di musica più interessante, ma che non salvano l'inizio della serata inaugurale (ci penserà Elling nella seconda parte).
Professionale il basso di Christopher Friesen; interessante il drumming di Joshua Corry; eccessivamente patinata la chitarra di Chancellor Hayden; buone le armonie della su citata Memory e di Molly Foote.

martedì 22 dicembre 2015

Star Wars VII: la Forza sta ancora riposando [spoiler]

Visivamente è un film eccellente, con momenti epici e di incredibile effetto, soprattutto perché ogni stacco dura il giusto, senza indugiare troppo sui momenti riusciti (come anche su quelli che c'entrano nulla).
La fotografia, poi, graffia gli occhi con rara potenza evocativa e con le giuste dosi di luci ed ombre.
La musica, si sa, è uno spontaneo sviluppo del già sentito, ma con nuovi leit motiv ben incastonati (e vecchi sempre azzeccati).
Però è un reboot. Ammettiamolto, diamine!
Certo, è vizio antico di J. J. Abrams rifondare le cose buttandola in caciara e disseminarle di McGuffin a volte irrisolti (Lost e Alias insegnano). Ma non spacciatelo per nuovo, per cortesia! 
Soprattutto, basta con questa storia che le nuove generazioni non sono obbligate ad aver visto i primi sei episodi. Primo, perché è scorretto dichiarare nuovo quello che nuovo non è. Secondo, perché se questo episodio lo collochi al numero VII vuol dire che è il seguito degli altri sei, e quindi devi sviluppare una nuova trama, non rivedere qualcosa di già visto, senza neanche un'idea nuova che sia una: oh, è tutto un riciclo, uno spostare tasselli già sviscerati. Terzo, perché se sei a corto di idee, non puoi fare il furbo con l'appassionato.
Sapete cosa faccio? Vi metto in corsivo la trama indicata su Wikipedia e sotto aggiungo le smaccate scopiazzature. 
Per convenzione, anziché citare il titolo per intero, indicherò solo il numero dell'episodio originale dei precedenti Star Wars da cui è stata copiata l'idea, se non addirittura l'inquadratura (si raggiungono livelli imbarazzanti, credetemi).
All'incirca trent'anni dopo la battaglia di Endor e la distruzione della seconda Morte Nera, Luke Skywalker, l'ultimo Jedi, è scomparso. Sia la Resistenza, una forza militare sostenuta dalla Repubblica e guidata dal generale Leia Organa, che il sinistro Primo Ordine, nato dalla ceneri dell'Impero Galattico, perlustrano la galassia nel tentativo di trovarlo. 
Il prologo scritto e la premessa narrativa sono indentici a quelli del Quarto.
E poi, anche nel Quarto siamo alla ricerca di uno jedi importante (Obi-Wan Kenobi). 
Poe Dameron, un pilota della Resistenza, viene mandato su Jakku per incontrarsi con l'anziano Lor San Tekka e recuperare una mappa che si crede conduca a Luke. Allo stesso tempo anche il Primo Ordine sta cercando di recuperare la mappa; il misterioso Kylo Ren atterra su Jakku e attacca il villaggio in cui si trova Poe. 
Nel Quarto la mappa ricostruisce i segreti della Morte Nera, qui il dove dovrebbe stare Luke.
Sempre nel Quarto, l'Impero attacca un'astronave in missione di pace; qui un villaggio di pacifici civili.
Quest'ultimo nasconde la mappa nel suo droide, BB-8, e lo manda via. Kylo cattura Poe e ordina agli stormtrooper di massacrare gli abitanti del villaggio, tra cui lo stesso Tekka. Uno degli stormtrooper, FN-2187, incredulo di fronte alla brutalità del Primo Ordine, aiuta Poe a fuggire; i due rubano un caccia TIE ma vengono abbattuti e precipitano su Jakku. 
Nel Quarto è Leia a nascondere la mappa dentro un androide (sia quello che questo sono simpatici e piccoletti). Addirittura le inquadrature sono le stesse.
Kylo ordina di massacrare i sopravvissuti esattamente come fa Dart Vader nel Quarto.
Lo stormprooper che si converte è nero, addirittura prima cattivo poi buono esattamente come il Lando Calrissian del Quinto.
La sequenza del furto del caccia nemico è identica all'entrata perigliosa e all'uscita vincente da una delle astronavi della Federazione dei Mercanti da parte dell'ancora giovane Anakin (Primo).
Nell'incrociare le proprie traiettorie i terrificanti missili che colpiscono il TIE rubato imitano quelle dei terremotosi missili scagliati da Jango Fett contro Obi-Wan-giovane nel Secondo.
FN-2187, ribattezzato Finn da Poe, sembra essere l'unico sopravvissuto. Nel frattempo BB-8 viene trovato da Rey, una giovane donna che sopravvive vendendo rottami trovati nel deserto e che è in attesa dei suoi genitori. Finn incontra Rey e BB-8, ma improvvisamente i tre vengono attaccati dal Primo Ordine e fuggono a bordo di una vecchia nave abbandonata, il Millennium Falcon. 
Rey ricorda Anakin-giovane (Primo). Il pianeta, quello di Luke (Quarto). Il mercato pieno di cianfrusaglie cita il Primo; il ritrovamento del droide cita il Quarto.
La fuga con il Millennium scopiazza il Quarto, soprattutto nel come Finn spari contro i TIE che lo inseguono (inquadrature e dialoghi pressoché identici).
La sortita del Millennium dentro l'astronave insabbiata è identica alla frettolosa uscita dalla bocca del gigantesco space slug durante il Quinto.
Il cercare di riparare il Millennium passandosi gli strumenti cita sia il Quarto che il Quinto.
Han Solo e Chewbacca catturano il Falcon, che gli era stato rubato anni prima. Han rivela che Luke scomparve dopo che uno dei suoi apprendisti passò al Lato Oscuro e assunse il nome di Kylo Ren. 
Allora provocate! La storia di un fantomatico apprendista che passa al Lato Oscuro viene accennata nel Terzo e poi ricicciata nel Quarto. Attenzione: parlo del come venga raccontato, e non chi viene raccontato! 
Lo sapete: nel Terzo è Palpatine a citare la storia di se stesso (apprendista prima; traditore poi); nel Quarto è Obi-Wan a citare la storia dell'assassino del padre di Luke (che noi spettatori sappiamo essere la stessa persona). 
È proprio la dinamica della narrazione che viene copiata!
Inizialmente, Rey e Finn si nascondono nel pavimento del Millennium con la stessa identica sequenza del Quarto episodio, quando Han e compagnia vengono catturati dalla Morte Nera.
Alla base Starkiller, un pianeta convertito in una super-arma capace di distruggere interi sistemi stellari, Kylo Ren viene informato dal Leader Supremo Snoke che l'unico modo per resistere al richiamo del Lato Chiaro è uccidere suo padre, Han Solo. 
Qui siamo alla povertà di idee totali: dalla Morte Nera siamo passati allo Starkiller, ma la ciccia resta uguale a se stessa.
In più, Kyolo sembra un coglione debole e tirato per i capelli; Snoke, invece, un Gollum gigantesco senza infamia e senza lode, con tanto di cicatrice in testa corrispondente a quella che ha Anakin-vecchio quando nel Sesto Luke gli toglie l'elmo.
A proposito di elmo: ma che razza di elmo era quello di Dart Vader se si riduce a un simulacro di plastichetta bruciacchiata?
L'equipaggio del Falcon si reca sul pianeta Takodana per incontrare Maz Kanata, una piratessa aliena che può aiutare BB-8 a raggiungere la Resistenza. Nei sotterranei del castello di Maz, Rey trova la spada laser appartenuta a Luke e a suo padre prima di lui e ha una visione indotta dalla Forza. Maz spiega che è prescelta a possedere l'arma ma Rey, spaventata e confusa si rifiuta di toccarla. 
Nel Quinto, è Luke a subire una visione pressoché analoga. E dalla dinamica del tutto sembra che Rey possa essere figlia di Luke.
Oltretutto la visione di Ray bambina abbandonata evidentemente da una persona cara sa tanto di rivisitazione dell'abbandono di Luke da parte di Joda durante la fine del Terzo.
E comunque l'antipatica e fumosa Maz Kanata recita le stesse identiche parole che nel Quinto Joda sussurra a Luke; se ci fate caso, poi, somiglia terribilmente o alla Hetty di NCIS Los Angeles o alla Edna del disenyano Gli incredibili. Tenendo conto che questo nuovo Star Wars è della Disney, mi sa che siamo più vicini alla seconda ipotesi. 
Infine, stendiamo un velo pietoso sul locale dove avviene il confronto tra i nostri eroi: identico al mitico bar del Quarto, ammicca anche al salotto lercioso di Jabba nel Sesto.
La piratessa consegna la spada a Finn, in modo che possa consegnarla alla ragazza quando sarà pronta. Il Primo Ordine attacca il castello di Maz. Nel frattempo la base Starkiller, su ordine del generale Hux, distrugge l'intero sistema stellare di Hosnian. 
Il passare questa spada come fosse un testimone ricalca quanto vediamo sia nel Quarto che nel Sesto.
Lo sperimentare la forza distruttiva dello Starkiller contro un pianeta innocente è identico a quello che si vede nel Quarto. Ammetto, però, che qui è stato molto più "romantico" e suggestivo. La musica, poi, raggiunge livelli di rara bellezza. 
La Resistenza, guidata dallo squadrone di X-wing di Poe Dameron, sopravvissuto all'impatto su Jakku, giunge in soccorso di Han, Finn e BB-8; tuttavia Rey viene catturata da Kylo Ren e portata a bordo della base Starkiller. 
L'arrivo dei caccia della Resistenza è forse la sequenza più intrigante dell'intero nuovo episodio; da restare incollati alla poltrona, lo ammetto.
Le inquadraure che riprendono la temporanea resa di Han Solo sono identiche a quelle del pre epilogo del Sesto.
Kylo tortura Rey per cercare di ottenere i dettagli della mappa, ma la ragazza riesce a resistere alla tortura. Approfittando dell'assenza di Kylo, Rey fugge usando un trucco mentale Jedi. 
Qui siamo alla doppia citazione carpiata. La tortura di Rey è ricalcata da quella di Leia del Quarto (omofone, nevvero?). Il trucco mentale scimmiotta quello di Obi-Wan, sempre nel Quarto ("non sono questi i droidi che state cercando"), mischiandolo a quando Qui-Gon Jinn non riesce a sedurre Watto, nel Primo.
Intanto Han, Finn e BB-8 si recano su D'Qar, la base della Resistenza, per cercare di ideare un piano per fermare il Primo Ordine. Il Primo Ordine punta la base Starkiller contro D'Qar; Finn, Han e Chewbacca vengono mandati in missione per sabotare l'arma e permettere agli X-wing della Resistenza di penetrare le difese e distruggerla. 
Qui è tutto uguale al Quarto addirittura con inquadrature identiche e continui rimandi a momenti e dialoghi già visti e sentiti.
Il gruppo riesce a trovare Rey e a piazzare numerosi esplosivi per sabotare la base Starkiller. 
Esattamente come nel Sesto, quindi; oltretutto, anche qui gli esplosivi sono tondi e con un'unica spia rossa.
Han si confronta con Kylo Ren, il cui vero nome è Ben Solo, e cerca di convincerlo ad abbandonare il Lato Oscuro e a tornare a casa con lui, ma Kylo lo trafigge con la spada laser, uccidendolo. Impazzito dal dolore per la perdita dell'amico, Chewbacca colpisce Ren con la sua balestra laser ed innesca gli esplosivi.
In un folle gioco delle parti, qui il buono Han è padre di un cattivo, come invece il cattivo Dart Vader era padre del buono Luke (vedi Terzo e Quinto). 
Il folle gioco prosegue con il parricidio: nel Sesto era elegante e indiretto (in fondo, Dart Vader muore per mano di Palpatine); qui molto violento e reiterato, e chiaramente ispirato alla morte di Qui-Gon del Primo.
Chewbacca, poi, si incazza e spara a raffica come il Luke che vede morire Obi-Wan nel Quarto: qui, però, il pelosone ha una mira eccellente; almeno questo.
I piloti della Resistenza superano le difese del Primo Ordine e attaccano la base Starkiller, innescando una reazione a catena che fa collassare l'arma. 
Già visto, almeno due volte: se anche nel futuro Ottavo episodio mi spunterà fuori un'altra Sfera Incazzata, giuro prenderò l'aereo e andrò nella tomba di Disney a dirgliene quattro.
Nel frattempo Kylo, ferito, insegue Rey e Finn, che lo affronta usando la spada laser di Luke. Finn viene ferito gravemente, ma Rey recupera la spada laser e combatte contro Kylo. La ragazza riesce a sopraffare Kylo grazie alla Forza e a sfreggiarlo in volto, ma i due vengono separati da una voragine che si apre nel terreno,a causa dello Starkiller,che si sta disintegrando. 
Le risse a suon di spada vedono una nuova location: un boschetto innevato che sa tanto di Signore degli Anelli
Insomma, siamo passati dai ponti sospesi del Primo alla neve del Settimo, passando per la lava del Terzo. Il prossimo duello sarà sott'acqua?
Che poi Rey si ricordi di saper usare la Forza proprio mentre sta per soccombere, ricorda il Luke del Quinto quando, appena amputato dal padre, dondola sulle antenne di Cloud City pensando a gran voce il nome di Leia.
Snoke ordina al generale Hux di evacuare il pianeta e portare Kylo con sé; Rey, Finn e Chewbacca fuggono invece a bordo del Falcon. Il gruppo fa ritorno su D'Qar, dove il droide R2-D2, spentosi dal giorno della partenza di Luke, si riattiva e rivela il resto della mappa. Rey parte insieme a Chewbacca e R2-D2 a bordo del Falcon per raggiungere Luke su un'isola di uno sperduto pianeta, e gli porge la spada laser di suo padre.
Su 'sta sceneggiata finale ai limiti del raffazzonato si sta preparando l'Ottavo episodio che uscirà tra due anni. E con questi chiari di luna, mi sa che scopiazzerà il Quinto episodio, per poi attingere un po' qua e un po' là.
Dialoghi ridicoli, doppiaggio pessimo. Rey corre troppo. Finn ha sempre la stessa faccia.
Ma soprattutto: dov'è il cattivo?