domenica 12 luglio 2015

la Creazione di Keith Jarrett

Iniziate dal quinto brano. No, non è Glass... è semplicemente che gli stavano sfuggendo il medio e l'anulare, non sapeva dove metterli. Un po' come quando hai iniziato un discorso dentro te stesso, e nessuno ti sta ancora udendo. Le tue parole sono solo dentro la tua testa. E poi inizi a parlare solo quando il discorso è già a metà.
Ecco, il quinto brano di Creation sembra muoversi così.
Del resto, spesso Jarrett sembra donare all'ascoltatore la parte finale di un discorso più ampio, che ha tenuto dentro di sé quasi controvoglia, e altrettanto controvoglia ha deciso di concluderne solo una minima parte ad alta voce.
Creation celebra i 70 anni di un Jarrett quasi in sordina, quasi fossero più intriganti le pause tra un brano e l'altro. 
Eppure, è un grande disco.
Cercare di paragonarlo alla "pietra angolare" di Colonia è quasi fastidioso. Magari è più vicino a Radiation, anche se meno organico, o a Rio, anche se è meno strutturato.
Però Creation è un capolavoro. E dovete cominciarlo dal brano numero V.
Poi vi fermate. Spegnete lo stereo. E incominciate l'ascolto completo solo da domani, meglio dopodomani.

lunedì 29 giugno 2015

So long, Chris Squire, and thanks for all the fish

È morto. Non ci sta proprio niente da fare: Chris Squire è morto. Uno dei più grandi bassisti di tutti i tempi, un monumento delle armonie più intriganti, un generoso gigantone ricco di inventiva e di contraddizioni... è morto. Mor-to.
E io non riesco a immaginarmi la storia della musica, la storia della mia adolescenza, senza la presenza di quel terrificante basso che ha spostato oceani, laghi e fiumi, ma soprattutto il mio stomaco. 
Un basso maschio, audace, prepotente, arrogante ma anche dolcissimo, al servizio del gruppo, della musica, dell'insieme... un basso superveloce ma di cui sapevi assaporare con indolenza ogni singola azzeccatissima nota, un musicista che ha portato sulle spalle uno dei complessi più longevi (e più uguali a se stesso) che la storia del rock progressivo ricordi: gli Yes
E non solo di quella, visto che la leggenda vuole che Pastorius sia diventato Pastorius proprio grazie all'ascolto di Chris Squire.
Un basso+voce che è uscito dalla strada risicata di McCartney per sfidare quelle in nuce di Greg Lake, di John Wetton, di Boz Burrell, e di tutti i basso+voce che hanno costellato la storia della musica di Sua Maestà. Un basso che non voleva solo armonizzare la ritmica, ma indicare potenzialità e territori inesplorati dando quindi più spazio (e rischi) a tutti gli altri strumentisti (Howe e Rabin sembravano sempre dover rincorrere le note dal ventesimo tasto in su). 
Se non conoscete quel bassismo così unico, ascoltate Heart Of The Sunrise oppure Yours Is No Disgrace oppure tutta Magnification; opere che resistono ancora oggi all'attacco del tempo, e che forse resisterebbero ancora più se le tastiere avessero suoni meno datati.
Io Chris Squire l'ho conosciuto nella maniera sbagliata: sparandomi, cioè, prima il maledetto Tormato (una schifezza ambulante la cui unica perla è Onward, guarda caso sua), e poi il fastidioso Drama (quello da cui fu presa la sigla del televisivo Disco Ring più riuscito, per intenderci). 
Poi decisi di iniziare con le due bibbie - Fragile e Close To The Edge - e dissi a me stesso "ma chi sono i Genesis?, dei pipponi!". Potete immaginare le discussioni animatissime tra gli "Yes fan" come me e i gabrielani. Divertentissime.
Che poi, tecnicamente gli Yes hanno sempre vantato strumentisti di indubbia qualità tecnica; i Genesis, invece, hanno faticato a uscire dalle ovvietà di certe costruzioni sin troppo autoreferenziali. Gli Yes erano sperimentazione, i Genesis mammolette al servizio dei propri ego. Per carità, voglio bene a entrambi: ma alla lunga io mi perdo nelle complessità così acquatiche del quintetto più terrificante che la musica abbia visto insieme, Anderson, Squire, Howe, Bruford e Wakeman, altroché.
Sfortuna vuole che io abbia visto il primo e i secondi tre in una delle tante avventure musicali collaterali frutto di litigi tra ex-compagni-poi-di-nuovo-non-più. Ma Squire, no, non l'ho mai visto dal vivo. E mi dispiace tantissimo, dio come mi dispiace.
So long, gigantone dal basso bianco. 

sabato 13 giugno 2015

David Cross & Robert Fripp: Starless Starlight

Composto ben prima di apparire nel seminale Red (1974), Starless è uno di quei capolavori dei King Crimson che ancora oggi ha molto da dire, superando anche cronologicamente la prova del suono; andando oltre, cioè, quell'idea di vetusto che spesso l'equalizzazione degli strumenti di vecchi ascolti portano con sé (gli Chic, per dire, li incastonate nei primi anni '80 senza tanti problemi; e lì restano).
È uno di quei brani in cui convivono progressive, rock, pop, indie, hard rock e jazz senza soluzione di continuità. E dove muscolano prepotentemente autentici mostri sacri della musica che hanno suonato i generi più disparati prima, durante e dopo quest'esperienza, lasciando sempre tracce innovative e di rara qualità tecnicoestetica.
Ere dopo, quando Craig Armstrong volle cavalcare la sua improvvisa visibilità per aver curato le musiche di Moulin Rouge, se ne uscì con uno strano compendio di musica a metà tra l'ambient, il muzak e l'elettronico dal titolo un po âgé As If to Nothing (2002). Tra i brani facevano capolino anche curiose (ri)letture di brani eterogenei tra cui proprio il commovente incipit di Starless. Mi sembrò un'operazione un po' cafona ma molto efficace che però mi vide abbandonarne l'ascolto dopo pochi giorni.
Infine, solo pochi mesi fa è uscito questo stranissimo Starless Starlight a nome di David Cross e Robert Fripp (già, proprio lui: padre, figlio e spirito santo dei King Crimson). La cosa curiosa è che in Red il violino di David Cross non c'era: fu tolto all'ultimo momento, in fase di missaggio... ma soprattutto va ricordato che alcuni passaggi del brano originale erano chiaramente debitori di Messiaen. 
Ecco, mettete insieme queste curiosità sparse e capirete il senso di questa recensione: acquistare Starless Starlight significa ritrovare le radici originali del brano; significa ritornare indietro senza però diventare statue di sale; assistere al passato dalla comoda poltrona plastificata del presente; rendere grazie alla genialità di uno dei complessi più importanti della storia della musica, ma senza sembrare parrucconi nostalgici rincoglioniti.
Certo, per onestà intellettuale devo aggiungere che sono 56' di solo violino e soundscapes... ma chissenefrega.

domenica 10 maggio 2015

l'ebola nell'occhio era stato (quasi) previsto


Che i film horror e di fantascienza precedano spesso la realtà è più che dimostrabile (il solo Star Trek ha preconizzato almeno due invenzioni: il cd/dvd e il cellulare). Ma la storia vera di cui si è parlato in queste ore ha addirittura dell'incredibile. Sembra, insomma, che ebola si sia nascosto nell'occhio del dottore Ian Crozier, tra i pochi sopravvissuti al terribile virus, modificandone addirittura il colore (qui il racconto di Repubblica).
Per assonanza mi sono venuti immediatamente in mente gli occhi malefici dei bimbi posseduti ne Il villaggio dei dannati, capolavoro letterario del 1957 di John Wyndham, poi liberamente tradotto in film due volte: nel 1960 da Wolf Rilla (molto bene), e nel 1995 da John Carpenter (così così). Ma, appunto, è stato solo un riflesso condizionato.
In realtà, il film che ha accarezzato una situazione simile a quella (triste e dolorosa) di Crozier è 28 settimane dopo, di Juan Carlos Fresnadillo (2007), sequel del film 28 giorni dopo di Danny Boyle (2002). 
Una terrificante forma di rabbia colpisce Londra, e si distribuisce in men che non si dica in tutta l'isola. La vulgata facilona vuole che gli appestati siano zombie, mentre in realtà sono dei "banalissimi" ma terrificanti rabbiosi (tant'è che possono essere uccisi anche senza colpirli in testa, per dire). 
Al di là di questo, ventotto settimane dopo, il virus sembra sia scemato: a Londra e in tutto il Regno Unito regna la legge marziale supervisionata dagli amici americani.
Dopo una serie di vicissitudini che non vi sto a dire, viene ritrovata una donna sostanzialmente immune: in lei il virus è decisamente presente senza che però presenti alcun sintomo. Il rovescio della medaglia è che anche il solo entrare in contatto con la sua saliva significa fare una bruttissima fine. Uno degli elementi più evidenti che contraddistingue questa strana ma pericolosa immunità è una particolare forma di eterocromia.
La cosa ancor più curiosa - e nodale per l'amara conclusione del film - è che la piccola figlia di questa donna ha la stessa eterocromia. E guarda caso, dopo essere stata mozzicata da un rabbioso, non le accade nulla: però poi trasporterà inconsapevolmente la sua saliva contagiosa oltre Manica, devastando l'intera Francia se non l'Europa tutta.

mercoledì 29 aprile 2015

gli eroi di iiro rantala

Fossimo finlandesi non avrei dovuto scrivere tutto minuscolo il titolo di questo post: da quelle parti, infatti, sanno che Iiro si legge "iiro" e non "liro". Fatta questa premessa - stupida ma essenziale, passiamo oltre.
Parliamo di pianisti: ne conosco così tanti che trovo perlomeno ingiusto stilare una classifica. Se, però, insistete, possiamo pensare che il mondo del pianoforte jazz sia un po' come una piramide, la cui punta è Keith Jarrett e tutto il resto scende giù... Allevi? Nessun problema: non è un pianista.
Ebbene, dove andrebbe collocato Rantala? Eh, è una bella domanda. Perché se dovessimo basarci solo sul singolo ascolto di questo Lost Heroes ci verrebbe istintivo collocarlo vicino all'entrata dei visitatori di questa ipotetica piramide.
Certo, alcuni brani sono comunque - e chiaramente - complessi o tendenti al complesso: però, poi, è chiaro che Rantala tenti più di comunicare qualcosa direttamente e senza fronzoli, piuttosto che restare pervicacemente rinchiuso in se stesso, costringendo l'ascoltatore ad entrare chissà in quale antro mistico. Del resto, nell'intervista che trovate alla fine di questo post, il nostro amico dichiara esplicitamente questa attitudine.
Il cd è un evidente omaggio ai compositori (o amici) più amati da Rantala. Molti sono noti: Bill Evans (il pianista, ovviamente), Toots Thielemans, Michel Petrucciani, Jaco Pastorius, Errol Garner, Art Tatum, Oscar Peterson. Un paio sono "classici": Sibelius e Pavarotti; un altro paio di nicchia: Pekka Pohjola e Esbjörn Svensson.
L'etichetta che lo rappresenta ne decanta la misura e l'eleganza: e in effetti sono due pregi che si sentono e si vivono con dolce intensità; soprattutto colpisce l'esattezza delle note, che è un'attitudine che a me piace moltissimo.
Ebbene, non sono riuscito ad appassionarmi totalmente a questo lavoro, finché non ho incrociato il secondo video che trovate qui sotto: è l'elegia dedicata a(l mio amatissimo bassista) Pekka Pohjola, riproposta dal vivo con l'intrigante chitarra di Marzi Nyman e... il beatbox di Felix Zenger. Surreale quanto eccezionale.



mercoledì 22 aprile 2015

Anime Nere, una (amara) recensione tardiva

Se non avete visto questo capolavoro, fermatevi qui; altrimenti scoprite come va a finire

È incredibile come già la locandina ufficiale dia un'idea (volutamente?) diversa della trama. È come se il regista volesse giocare con lo spettatore, promettendogli un esito che invece non accadrà.
Dato che non amo far finta di sapere cosa passa per la capoccia di un regista, mi limito solo a sottolineare che questo Anime Nere riduce al silenzio un altro capolavoro: Gomorra, con cui sembra condividere perlomeno l'afflato di una denuncia mai fine a se stessa. 
Ma il confronto finisce qua, per un serie di motivi. Il primo: Gomorra partì avvantaggiato dell'esagerato successo del testo omonimo e da tutte quelle faziose liturgie che hanno ormai mortificato l'identità dell'autore, Roberto Saviano (ormai un'ombra dell'eroe che fu). 
Il secondo motivo è che mentre Gomorra non preclude lo spazio a una possibile speranza, Anime Nere la speranza la irride, la fa a pezzi, la sbriciola. Paradossalmente, e tristemente, è più realista Anime Nere.
Il terzo motivo è la regia: Francesco Munzi è al servizio della trama e dell'idea cinematografica. È spettatore, forse: ma è anche indignato (la penultima inquadratura ne è valido esempio). In Gomorra, invece, si "sente" una voglia di estetismo borioso che spesso cozza con l'invece necessario cronachismo asciutto. Per carità, funziona. Ma io sono convinto che Garrone abbia sempre tenuto un occhio fisso sull'egocentrico successo prefabbricato: paradossalmente, non ha tenuto la briglia sciolta, affidandosi invece alla sicurezza del già noto.
Il quarto motivo sono i protagonisti: in Anime Nere abbiamo a che fare con attori di nicchia, quasi sconosciuti; in Gomorra, invece, c'è stato un gioco delle parti sin troppo ammiccante.
Dato che mi rivolgo solo a chi ha visto il film, posso confessarvi che mi sono sentito una merda per un motivo quasi imbarazzante: ho fatto il tifo per la vendetta. Ho sperato, cioè, che Luigi e Rocco avrebbero lavato col sangue l'affronto subito. 
Non avendo alcuna idea della vicenda - non leggo più le recensioni da lustri (perlomeno prima), mi sono affidato a una visione avventurosa della trama (che però aveva già chiarito cosa voleva dire a un terzo del suo percorso; ma io ho fatto finta di non capirlo).
Certo, il ritmo è decisamente pacato, quasi lento. In realtà, è quel tipo di vivere che mantiene il tempo così dilatato, quasi ripetitivo (anche nei suoi messaggi di morte), raccogliendo intorno alle persone un ambiente desolante e insicuro, sorrisi assenti, ghigni costanti, sfiducia e rabbia, aggressività bestiale mascherata da un pagano senso dell'onore ben ripulito da un simulacro di cristianesimo che neanche il diavolo professerebbe.
Non c'è speranza, dicevo. Non c'è nulla per cui valga la pena di leggere, di studiare, di essere onesti e retti. 
Non c'è speranza, pensavo. Non c'è spazio all'amore, al calore umano. La natura non ha diritti. Le donne non hanno diritti. La politica non ha spazi. O meglio, gli spazi ci sono: le regole, però, sono di questa assordante delinquenza. Non può esistere una politica "pulita" in questo sud così putrefatto: o si è collusi o si mente dicendo di non esserlo.
Io mi chiedo se i nostri politicanti, i nostri garantisti del cazzo, noi borghesucci che ce la tiriamo come pazzi dentro questa finta realtà che è il web... mi chiedo, insomma, se abbiamo capito cosa sia il sud d'Italia, cosa sia veramente la criminalità organizzata, cosa siano le nostre periferie. 
Tanto vale scappare. Tanto vale lasciare che l'Italia muoia delle sue stesse anime senza speranza.

sabato 18 aprile 2015

il mio Mario Pirani

Ci conoscemmo discutendo animosamente tramite un lungo scambio epistolare… già, vent'anni fa non esistevano le mail. Gianna Nannini aveva appena dimostrato platealmente contro Mururoa e Pirani la criticò aspramente. Io non ero certo favorevole all’esagerazione della cantante, ma neanche alle sperimentazioni nucleari dei francesi.
Dopo un paio di lettere, venne fuori che avevamo un comune amico appena scomparso, Tom Carini (il compagno di Elena Croce), e la circostanza trasformò quella discussione scritta in una chiacchierata telefonica, come fossimo vecchi amici (io, che potevo essere tranquillamente suo figlio).
Era un periodo in cui in Rai me ne capitavano di cotte e di crude: non “appartenendo” a nulla, ero obbligato a mendicare contratti e meritocrazia con risultati decisamente offensivi. Quando venne a sapere quali mancanze avevo subito da una comune conoscenza, Pirani prese le mie difese! Capito? Un uomo di tale portata, difendeva un ragazzo qualsiasi!
Credo sia stato uno dei pochi ad aver letto la mia tesi di laurea, oltretutto telefonandomi per ringraziarmi perché l’avevo citato tra le dediche.
Lo so, sono cose formali, facili da fare… ma, proprio perché “facili” da fare, nessuno dalle posizioni come la sua le ha mai fatte.
Grazie a lui ho conosciuto Enzo Siciliano, il quale dopo avermi conosciuto mi chiese il raro privilegio di scrivere nell’Enciclopedia del Cinema della Treccani! Una medaglia nel mio curriculum.
Colpito dalla qualità della mia voce, Pirani spedì il mio curriculum a Santalmassi (senza che gli avessi chiesto nulla), allora direttore delle tre reti radiofoniche della Rai. La cosa andò male solo perché quella comune amica aveva da imporre figli di amici più potenti.
Quando dovetti entrare forzatamente in causa con la Rai, fu l’unico che cercò di farmi entrare a Repubblica, tanto da farmi avere addirittura un colloquio con una dirigente della nascente area multimediale.
I primi tempi in cui ci frequentammo, una volta mi chiamò per invitarmi a colazione. Io, nella mia imbarazzata ingenuità, presi alla lettera l’invito e gli chiesi se preferiva i cornetti o le ciambelle… lui sorrise e mi disse: “preferisco che venga a mezzogiorno”.
Ecco, non posso dire di aver perso un “amico” perché è un termine sicuramente impegnativo, ricco di liturgie e significati profondi. Però sono veramente addolorato per la sua morte.
Non ci siamo mai dati del "tu", neanche so perché. Però, adesso che non ho la soggezione di avere davanti il suo sapido sguardo, posso permettermi di dire: ciao Mario, Arukh atah Adonai Eloheinu melekh ha'olam, dayan ha-emet.