giovedì 9 aprile 2015

Hand. Cannot. Erase. - Steven Wilson azzecca tutto

Se la citazione fosse un'arte, Steven Wilson ne sarebbe il massimo esponente. Attenzione, non stiamo parlando di plagio o di scopiazzamento, ma di influenze musicali che una volta assunte (e ammesse) determinano di fatto la qualità artistica - e anche umana - di un artista. E Wilson è un fior di artista.
È chiaramente debitore dei generi che ama. Ma è riuscito nella rara impresa di sapersi muovere dentro queste influenze, senza rinnegarle, senza negarle, camminandoci accanto, spesso insieme, per poi donarci opere, idee e canzoni, a volte innovative, comunque molto belle, spesso coraggiose perché controcorrente (ma senza la spocchia del fighetto).
Gli riconosco almeno tre grandi pregi, il primo frutto di rara intelligenza: Wilson diversifica intenzionalmente le proprie attitudini musicali, in maniera radicale e riconoscibile (suoi sono i Porcupine Tree, suoi sono i No-Man), dimodoché ogni combo abbia identità e dignità assolute. Del resto, c'è uno specifico e netto file rouge in ognuno dei suoi progetti che li rende ognuno diverso dall'altro.
Il secondo pregio è la tecnica: sa usare le tastiere (ma senza strafare), sa suonare molto bene la chitarra (ma con inusitata misura), sa arrangiare i propri brani con scelte spesso coraggiose.
Il terzo pregio: la voce. La voce di Steven Wilson è un dono di rara purezza.
Devo confessare che alcune sue ultime cose con i Porcupine non mi sono piaciute più di tanto (io adoro Stupid Dream e Lightbulb Sun, per dire), e trovo che alcune sue strutture compositive siano diventate troppo prevedibili, come se avesse scelto di dire la sua solo in quattro/cinque modi, e basta.
Poi, però, appena ho ascoltato questo suo ultimo Hand. Cannot. Erase. sono rimasto folgorato. Un concept album struggente, dolente, dolcissimo e ricco di languore, che ti prende il cuore e la mente e non te li lascia più. Un salto in avanti che mi ha lasciato di stucco.
Il pretesto di partenza è purtroppo reale: racconta di Joyce Vincent, una ragazza con una sua storia, una dignità, aspettative e desideri come tutti noi, che sparì da un giorno all'altro senza dare più notizia di sé, ma soprattutto senza che nessuno - tra amici e parenti - provò a cercarla, contattarla, anche e solo telefonarle... la trovarono nel 2006, morta nel suo appartamento. Peccato che il decesso fosse avvenuto tre anni prima.
Stiamo parlando di una 38enne. Stiamo parlando di una città come Londra!
Wilson ha deciso quindi di raccontare alcuni momenti della vita di Joyce dalla sua ipotetica prospettiva. Insomma, il nostro compositore riesce a raccontare al femminile sentimenti forti e struggenti, uscendo dalla banalità dell'aneddoto per affrontare anche le petulanti costanti della società contemporanea, senza sparare le solite sciocchezze qualunquiste e salottiere, ma con testi decisamente belli e di rara profondità (cliccate qui per godere di una sommaria ma affettuosa traduzione).
Addirittura ha costruito un blog intorno al personaggio (qui in originale, qui tradotto) che vi consiglio di leggere con attenzione.
Per gli appassionati ed esperti, i musicisti che l'accompagnano nel progetto hanno tutti pedigree di indiscutibile qualità (e secondo me hanno pesato moltissimo sulla freschezza innovativa di questo lavoro): tra tutti spicca Adam Holzman, che ha lavorato giusto giusto con Miles Davis.
L'intervista che trovate qui sotto chiarisce molte cose di questo concept (attenzione a come spiega l'origine del titolo), e presenta anche un uomo intellettualmente stimolante, arguto, ancora entusiasta, umile e curioso.
Verso la fine, Steven Wilson spiega il suo sentirsi lontano dal rock progressivo cui spesso la sua musica viene accostata. E in effetti egli ha sempre dimostrato di conoscere e di apprezzare molto altro, non per forza cosi "vecchio" (certo, è anche l'ingegnere che sta ripulendo tutta la discografia dei King Crimson...).
Ebbene, non me ne vorrà se ho fatto le pulci al secondo brano di questo cd - smaccatamente datato (ma anche l'unico che contraddice i suoi distinguo). È un gioco, ovviamente; irriverente quanto affettuoso. Se vi va, prendete il vostro cd e sparatevi 3 years older insieme alla mia guida.



3 years older, un'analisi saccente e irriverente


  • fino a 00:26 siamo di fronte a Watcher of the Skies dei Genesis con un timido riferimento a Livemiles dei Tangerine Dream
  • fino a 00:39 c'è Pete Townshend degli Who di Tommy che incontra i Rush 
  • fino a 00:54 Cinema Show chiama, Steven Wilson risponde
  • fino a 01:00 Genesis e Rush danzano con i Dream Theater
  • fino a 01:28 i Genesis di Cinema Show incontrano gli Yes di Survival
  • fino a 01:50 Yes purissimo, con il bassismo dello stesso Wilson che ricorda Chris Squire, ma più grunge
  • fino a 02:25 i Led Zeppelin e Steve Howe si sono fusi al centro di Londra
  • poi, per pochissimi secondi, con la mente canticchiamo Home, home again... I like to be here when I can che però si fonde - di nuovo! - con Survival degli Yes e con gli stessi Pink Floyd (ma di Obscured by clouds, questa volta)
  • da 02:51 comincia il cantato, dove i Beatles incontreranno costantemente Crosby, Stills e Nash (ed è da sturbo, ammettiamolo)
  • a 03:35 il tema b è una variazione sul tema a che vi fa venire voglia di rispondergli con quel classico controtempo blueseggiante di Hey Joe (provateci, ci sta tutto)
  • e quando entrano le tastiere (un mellotron decisamente azzeccato), torniamo nei binari wilsoniani cui fa da splendido contrappunto una slide guitar (04:14, circa) che porta con sé mille storie di sempre
  • poco prima del ritornellone sparatissimo, se ci fate caso si intrasente una seconda chitarra dal suono cristallino (04:38) che ricorda certe cose di Phil Miller degli Hatfield and the North
  • a 04:50 parte il tipico "ritornellone wilsoniano senza parole" che spari a palla dentro l'auto in mezzo al traffico, che però a me ricorda moltissimo No Opportunity Necessary, No Experience Needed nella versione degli Yes, ma soprattutto The Song Remains the Same dei Led Zeppelin (i più pignoli ci troveranno anche qualcosa di Musical Box dei Genesis)
  • a 05:17 parte un momento pianistico alla Jordan Rudess di Six Degrees of Inner Turbulence
  • dopodiché, troviamo gli stessi topos illustrati finora
  • a 06:50 scomodiamo i Genesis di Trick of the Tail (ma anche gli Opeth)
  • ma da 07:26 parte l'imprevedibile citazione delle citazioni: Van Der Graaf Generator (Pawn Hearts, per la precisione) che poi sbarellano addosso a Keith Emerson
  • da 08:40 si capisce quanto sia abile Steve Wilson a rimettere tutto dove vuole lui e come vuole lui (ecco perché so che non si offende se lo prendo un po' in giro con questo post): un delizioso passaggio di synth inanella una nota suadente dopo l'altra
  • da 09:34 riparte un bassismo alla Chris Squire veramente di qualità 
  • dopodiché, il brano si sgretola per poi trovarsi nella terza traccia

giovedì 2 aprile 2015

The Alan Parsons Project, il saggio di Francesco Ferrua

Quando mi chiedono quale sia la mia idea di canzone pop perfetta, non esito un secondo e dico Eye in the sky di Alan Parsons Project
Credo sia un brano da far ascoltare sia nelle scuole generiche che in quelle specialistiche, da cui c'è sempre qualcosa da imparare, ascolto dopo ascolto, senza mai stancarsi, senza che risulti stucchevole dopo la centesima volta.
Dall'intro al ritornello, passando per gli arrangiamenti, finendo con il breve solo di chitarra, con un reprise di rara asciuttezza, Eye in the skye ha il solo e unico difetto che non può essere sfiorato di un millimetro dalla sua essenza: la versione di Noa, per dire, è orribile; le esecuzioni dal vivo, poi, perdono per strada quell'insieme strutturale che mantiene limpida la versione in studio.
Qualcuno penserà che una canzone abbia senso anche se proposta live. Sono d'accordo. Però ci sono casi in cui il pop ha bisogno della sola ipocrisia di una buona produzione in studio; e non per questo perde di forza artistica e di essenza estetica.
E se è vero che chi non frequentava il Project lo ha sempre e solo ricondotto a questo singolo brano, è anche vero che l'attitudine produttiva del duo ha regalato alla storia della musica molti insospettabili gioielli.
Attenzione, non siamo nella stanza dei campioni ineludibili: però chi è appassionato di musica - e non si ferma di fronte a nulla - dovrebbe acquistare questo volume così corposo ed esauriente che sa raccontare l'intera vicenda del Project nelle sue innumerevoli forme, con una ricca aneddotica e un'esauriente appendice storica.
Paradossalmente, non so dire quanto Ferrua sia ben documentato, perché questo è il tipico caso di complesso che si conosce bene ma senza averlo approfondito più di tanto. In più ho pochissimi agganci con le mie conoscenze. 
Però ha tutta l'aria di essere un saggista corretto nei confronti del suo pubblico e onesto sotto il profilo della prolusione. Poca agiografia, pochissime sbavature nella sintassi, una narrazione scorrevole e avvincente.
 

giovedì 26 marzo 2015

Manu Katché - Live in concert

Un capolavoro, un autentico capolavoro.
Sensuale, caparbio, aggressivo, dolce, romantico, languoroso, moderno, tradizionale, intrigante, raffinato, sofisticato... impossibile trovare un solo binario entro cui costringere questa splendida opera di uno dei più dotati batteristi degli ultimi vent'anni.
Ed è ancora più sorprendente come lavoro perché è riuscito inaspettatamente a lib(e)rarsi da certi lacci seriosi e ammiccanti dei precedenti ultimi due cd, dove secondo me l'eccesso di "stile ECM" aveva sempre più congelato l'animo dell'ex batterista di Peter Gabriel, Pink Floyd, Dire Straits, Jan Garbarek e di mille altri.
Forse il passaggio alla ACT, forse il pubblico presente (una sorta di dodicesimo giocatore in campo), forse l'attitudine live, o forse tutte queste cose messe insieme, regalano all'ascoltatore un'esperienza musicale di rara bellezza.
Da evidenziare l'elegante timidezza di Luca Aquino, trombettista leggermente legato al suo vate Paolo Fresu, che riesce però ad inserirsi con scioltezza nel combo senza temere il confronto con Tomasz Stańko, Mathias Eick o Nils Petter Molvær (suoi autorevoli predecessori alla corte di Katché). 
Riuscitissimi il pianoforte e l'hammond di Jim Watson. Contenuto e sobrio il sassofonismo gotico di Tore Brunborg.

La sequenza dei brani (tutti di Katché) 
1 Pieces Of Emoion - 06:18
2 Shine And Blue - 05:12
3 Song For Her (di cui potete ammirare l'esecuzione qui sotto) - 07:44
4 Loving You - 02:48
5 Clubbing - 09:45
6 Springtime Dancing - 05:17
7 Walking By Your Side - 06:54
8 Beats And Bounce - 07:55
9 Drum Solo - 04:56
10 Snapshot - 09:03


giovedì 19 marzo 2015

“103 EP”, il nuovo disco di Gianluca Petrella

Ci vuole coraggio a suonare jazz in Italia, e ancor più coraggio a sperimentare, e ancor più coraggio a sperimentare le vie dell'elettronica con un'attitudine jazz
Con questo 103 EP Gianluca Petrella lo ha fatto, e alla grande.
Devo dire che mi sono avvicinato a quest'opera con molta circospezione, proprio perché voglio bene a Petrella e mi piace il suo modo di avvicinarsi alla musica, di rispettarla, di corteggiarla, di aggredirla, sempre con quel suo stile elegante, curioso e impertinente. 
In più, adorando io l'elettronica e una parte consistente delle sue contaminazioni (spesso in campi insospettabili), non credevo fosse possibile per un jazzista entrarci dentro e dettare legge con brani così interessanti.
Quattri brani alla corte dell'ascoltatore, che può decidere di sfidare i propri limiti e lasciarsi cullare da ogni singola nota (ed è dolcissimo), oppure può lasciarli come sottofondo di una lettura spiluccata, di un buon laphroaig o di una sigaretta fatta a mano con del buon tabacco della Virginia.
Devo dire che mi sono innamorato a prima vista del brano che vi allego qui in fondo. Ma li ho trovati tutti molto intriganti, specie tenendo conto che Petrella non sgomita col suo trombone, non lo piazza sopra il tappeto sonoro tanto per farlo; sa quando suonarlo e quando farlo stare in un cantuccio. E non è poco.
Purtroppo nel caos musicale che ci circonda, questa esperienza resterà di nicchia. Spero solo di avere acceso la vostra curiosità. Credetemi, ne vale la pena.



giovedì 12 marzo 2015

la fine dei Sopravvissuti

Era il 1979, avevamo ancora la televisione in bianco e nero: larga come una stanza, pesante come un Tir, emanava calore vulcanico dopo soli venti minuti di uso, con l'aggravante che per accenderla ce ne volevano almeno cinque. 
Per cambiare canale, per alzare il volume, per regolare il contasto... bisognava alzarsi! Addirittura, nelle famiglie numerose il più piccolo era preposto alla scomoda attività, con tutta una serie di canonici litigi per decidere l'esatta calibrazione di tutti i parametri. Roba di altri tempi, lo so, che spesso rivango con stupida nostalgia.
Certo è, però, che tutto era nuovo allora, nel senso anche storico del termine: i primi telefilm, i primi sceneggiati, i primi anime, i telegiornali... la televisione, insomma, stava percorrendo strade che oggi neanche riusciamo più ad intravedere, e che invece sono state pionieristiche e ricche di suggestioni uniche e irripetibili.
La mia generazione, insomma, ha avuto il rarissimo privilegio di viverle all'età giusta, con lo spirito giusto, e soprattutto con prodotti sicuramente commerciali ma che avevano spessore; ancora oggi non sfigurerebbero affatto davanti a cose innovative come Breaking Bad o 24.
Tra queste esperienze, credo che la serie in tre stagioni de I sopravvissuti sia insuperabile ancora oggi, nonostante una sceneggiatura spesso ingenua e delle trovate contraddittorie (specie nell'ultima stagione).
Il pretesto narrativo iniziale appartiene a quella tipica distopia post flower power, che quindi non additava alla Guerra Fredda responsabilità dirette: scoppia una terrificante pestilenza, tutta la Terra ne subisce pesanti conseguenze, e un gruppo di britannicissimi sopravvissuti cerca disperatamente di ritrovare la via della modernità.
Per i neofiti, un paio di curiosità: nella sigla iniziale viene riassunto l'inizio del tutto con una musica in parte elettronica di rara potenza evocativa; lo scienziato che fa cadere la provetta fatale è orientale (rifatevi all'epoca!).
Ho i cofanetti dvd da moltissimo tempo: le prime due stagioni me l'ero divorate qualche anno fa. La terza l'ho finita l'altro ieri. Il risultato finale è che forse ho fatto male a rivederli a distanza di quasi trent'anni, che forse dovevo lasciare alle incertezze della mia memoria il dovere di rivivere qualche momento sparso qua e là. 
Però - e nel frattempo - mi sono reso conto che avevamo tempi più lenti, non solo nella vita reale, ma anche in quella raccontata nei telefilm. Per carità, non sono un fan dello slow ad ogni costo - mi irrita solo il pensiero: però vedere queste serie, viverle senza preconcetti, dovrebbe quasi diventare una materia scolastica.

martedì 3 marzo 2015

Birdman, che vola troppo

Muovi 'sta telecamera, ferma 'sta telecamera, arimuovi 'sta telecamera, ariferma 'sta telecamera... onestamente, mi sfugge perché un regista debba agitarsi così tanto per sottolineare che ha avuto una buona idea.
Iñárritu passa metà del film a farci capire come si possa comporre qualcosa di buono con un (falso) pianosequenza; e l'altra metà a cercare di dissimularlo. Ma non è certo con il movimento isterico che manifesti cotanta destrezza, no?
Il buon Hitchcock con Nodo alla gola (vero pianosequenza, altroché) stava ben che fermo. Certo, le cineprese di allora pesavano come un bus inglese, ma se eri un regista sofisticato come lui sapevi comunque se e come muoverle; e Hitch scelse di mantenere un grande equilibrio tra forma e sostanza.
Ecco, io credo che formalmente il nostro Birdman sia un ottimo film; ma poi si perde nella ciccia, nella sostanza. Sono tutti bravi, geniali, liberi e anche autentici (doppiati mediocremente, as usual)... però la storia è quasi ovvia, e la petulanza dell'operatore impedisce di starsene tranquilli a godere del dialogo. Per carità, se ci fosse stato meno casino, magari avrei apprezzato più il film nel suo insieme.
Attenzione, poi: anche l'altro anno l'Oscar è andato a un film decisamente troppo attento alla forma (Gravity). Ma poteva avere un suo senso, proprio perché di una fantascienza lineare, senza tante pretese. Qui, invece, si parla di teatro contro cinema (o di teatro e cinema). C'è un intento serio, insomma: e la serietà prevede anche la liturgia dello stare fermi, del far ascoltare, del fare anche teatro, diamine!
Per farvi un esempio terra terra: potete scrivere una grandissima poesia con un'ottima penna stilografica; ma se poi fate mille ghirigori, il lettore non riuscirà mai ad apprezzare i vostri versi.
Ci vuole equilibrio. E questo Birdman ha preferito sacrificare la grazia del volo all'altare del suo narcisismo tecnico (la foto qui sopra sembra paradigmatica).
Bella la fotografia. Tra gli attori - tutti bravi - vi consiglio di seguire Emma Stone e Andrea Riseborough. Geniale la battuta di Michael Keaton "contro" George Clooney (chiaramente ispirata ai loro Batman cinematografici).
Da strapprezzare, infine, il commento musicale suonato dall'ottimo batterista Antonio Sanchez (secondo imdb, però, le partiture per batteria sono state scritte da Brian Blade e da Joan Valent).


la foto qui sopra è di Martin Le-May

sabato 28 febbraio 2015

quello che Spock ha portato con sé



Pigiamini, tre uomini con i pigiamini.
Se pensate che Star Trek sia solo questo, potete anche chiudere il pc e tornare nella vostra comoda realtà.
Dietro a quei pigiamini non c’è solo l’inizio della fiction moderna (con metodi e idee innovativi che neanche potete immaginare), ma la storia di almeno due generazioni (tra cui la mia), con una visione della vita e del futuro ancora romantica e illuminista.
Là dove l’avventura del nostro giocare e della nostra immaginazione non riuscivano ad arrivare, ci arrivava però lo spirito; lo spirito di voler scoprire qualsiasi cosa in qualsiasi modo sempre e solo col sorriso di un fanciullo, ideale quanto impossibile; un fanciullo che nessuno di noi è mai stato, ma che guardandosi indietro cerca disperatamente di ricordare, di rivivere.
E Star Trek è stato il nostro manifesto. Proprio perché indossavano solo banalissimi (e scomodi) pigiamini, circondati da dozzinali e balorde scenografie, quei tre piccoli eroi erano ancora più credibili e autentici: nonostante tutto, cioè, riuscivano a trasmettere qualcosa di seriamente profondo, non solo grazie a ottimi testi e credibili sceneggiature, ma perché - forse per la prima volta - indicavano a noi spettatori cosa sarebbero state le nostre impossibili aspirazioni, le nostre visioni, il nostro anelito. Sapevano renderle concrete, tangibili, visibili, nonostante fosse così smaccatamente evidente quell’essere una fiction nella fiction.
Ma soprattutto riuscivano a farci capire quanto fosse difficile reagire ed agire mantenendosi umani, illuministi e romantici, ma anche uomini del futuro.
Kirk (la “chiesa” del nostro spirito) incarnava la sbruffoneria, l’ardimento, il coraggio senza pudori; Bones rappresentava lo scetticismo, la cura per ogni follia, la casa cui fare riferimento; Spock eravamo noi, proprio noi. Non c’è personaggio più reale, più umano e più vero di Spock: la sua passione per la scienza, la sua capacità di strutturare l’impossibile, la sua innata attenzione per i dettagli, per le piccole cose, la sua arguzia, la sua fame di conoscenza, il suo disdegnare ogni forma di passione ricomponendola nel solo sentimento del dover vivere…
Star Trek, è stato un salto in un possibile futuro, sicuramente meno arido e grossolano di quello che stiamo costruendo. La morte di Spock, di Leonard Nimoy insomma, ci porta con i piedi per terra. Ci dice che in fondo è stato tutto uno scherzo. Solo stamattina, per la prima volta in vita mia, ho scoperto che manca poco ai miei 50 anni.
Live long and prosper