lunedì 26 gennaio 2015

Ciao Edgar Froese

Che questo pianeta sia bislacco, lo dimostra il fatto che solo oggi sui giornali è apparsa la notizia della morte di Edgar Froese
Ed è ancora più triste immaginare il vostro legittimo "... e chi è?".
Mettiamola così: se non ci fossero stati i suoi Tangerine Dream, oggi non parleremmo di Pink Floyd e di David Bowie, o di William Friedkin e Werner Herzog... per buttare giù i primi nomi che mi vengono in mente.
I Tangerine Dream non solo sono stati tra i pionieri della musica elettronica, ma qualcosa di più: sono riusciti, cioè, a coniugare con rara sapienza e maestria lo sperimentalismo più estremo con un saper raccontare storie musicali perlomeno in maniera popolare, o comunque virtualmente accessibili a tutti.
Possiamo discutere per ore se la musica elettronica possa essere o no "potabile", ma dovremo sempre e comunque qualcosa ai Tangerine Dream. Ed Edgar Froese ne è stato valido sacerdote e onniscente protagonista (l'unico presente in tutte le multiformi formazioni).
Dai 103 album (più 34 colonne sonore) risulta difficile proporvi qualcosa, per almeno due motivi: le opere degli anni '70 sono molto dilatate e forse datate; fornire degli assaggi musicali è sempre rischioso, perché per essere ammiccanti si rischia di essere scorretti.
Però vi posso assicurare che se provaste a esplorare cose come Logos o come Livemiles potreste già farvi un'idea dei due estremi compositivi. 
Certo, le primissime prove sono più genuine di Thief; però è l'idea Tangerine Dream a essere rimasta sempre intatta, coerente con se stessa. 
Ciao, Edgar Froese, che la terra ti sia lieve.


domenica 25 gennaio 2015

Hamburg '72, un brutto cd di jazz

Sapevo che prima o poi sarebbe accaduto, ma lo speravo lontano e ben oltre l'orizzonte. E, invece, quel giorno è arrivato: parlerò male di un lavoro di Jarrett, datato 1972 ma uscito dalla sapiente produzione di Eicher solo alla fine dello scorso anno.
Insomma, è un po' come quando Fonzie doveva dire "ho sbagliato" ma non ci riusciva. Eppure, fatemelo dire prima che ci ripensi: questo Hamburg '72 è brutto forte. 
Pretenzioso, serioso, allusivo, senza alcun afflato innovativo, vecchio nell'anima e anziano nell'ascolto, è un'opera senza capo né coda che ammicca al futuro senza entusiasmo e coraggio. 
Un'opera, insomma, che se fosse uscita dalla penna di un qualsiasi altro musicista sarebbe stata stroncata di netto come solo meritano opere così pretenziose.
Keith Jarrett strimpella il piano, sofficchia sul sax soprano e sul flauto, prendendosi la libertà di contribuire ad alcune (inutili) percussioni. L'ombra di Charlie Haden smanazza il contrabbasso quel tanto che basta. Paul Motian riesce ad essere più "motian" del solito, senza cioè dare un senso a un batterismo già di suo poco felice (conosco la discografia migliore del tipo, e non mi ha mai detto un granché; lo preferisco come session man silente). 
Si sentono chiaramente la devozione e i rimandi a Ornette Coleman, ma nella sua parte strutturale e non artistica. Voglio dire che non si buttano note in caotica caciara se non c'è anima; altrimenti, è tutto molto pungente e noioso.
Qua e là sguscia via il Bill Evans più sperimentale. Ma sono fuochi fatui di un Jarrett decisamente fuori registro.
E dire che le ultime finestre dal passato remoto di Jarrett mi erano piaciute, sia da solo che in trio: ma qui mi sono sentito preso in giro, quasi mortificato, specie perché la critica lo ha incensato senza difficoltà alcuna. Forse ci vorrebbe un po' più di coraggio e di onestà intellettuale: se un'opera è brutta, tanto vale dirlo. E questa è un'opera da non comprare.

martedì 20 gennaio 2015

King Crimson "Live At The Orpheum", una recensione contrastante

Dopo il dichiarato ritiro dalle scene del 2012, non mi aspettavo il ritorno di Robert Fripp, perlomeno nella sua veste di sacerdote (e dio creatore) dei King Crimson, per un motivo quasi banale: non è nel suo stile... come non è nel suo stile, però, dire una cosa e mantenerla.
Fatto sta che le motivazioni del suo ex ritiro (un'apocalittica causa contro una major musicale), secondo me malcelavano anche una sorta di consapevolezza che le idee ormai erano venute meno... addirittura sin dai tempi dell'ep Vroom (1994), prodromo del grossolano THRAK (1995), da cui avrei salvato solo Dinosaur, noto j'accuse contro chi ha forzatamente catalogato come progressive la musica e la filosofia dei King Crimson (anche se qualcuno non l'ha mai capito).
Ebbene, neanche il tempo di piangere tali dichiarazioni, che a metà del 2013 scopriamo che i King Crimson sono tornati. Va detto che ci sono state delle formazioni interlocutorie prima di quella che andiamo a leggere. Però non vi voglio tediare.
Ben tre batteristi davanti agli altri musicisti: Gavin Harrison - già coi Porcupine Tree; Bill Rieflin - ex R.E.M., ma anche sperimentatore appassionato; Pat Mastelotto - banale rockettaro dell'ultimo ventennio frippiano (più pesante e prevedibile dell'Alan White degli Yes; il che è tutto dire).
Dietro questa messe di rullanti, tom, piatti e grancasse, troviamo: il fidato Tony Levin (basso e stick), l'affidabile Mel Collins (ance e ottoni), l'incompleto Jakko Jakszyk (voce e chitarra), e ovviamente il nostro Robert Fripp.
La prima cosa che balza all'occhio è la nuova grafica: molto tavola periodica, molto Breaking Bad (!), ma anche indizio di una lettura frippiana di questa nuova line-up. Sembra quasi voler dire: questa formazione rappresenta la base alchemica di tutto ciò che ho creduto fossero i King Crimson, gli elementi basilari della chimica creativa di questi otto lustri di grandissima musica.
Lettura forzata, lo so. Ma mi piace raccontarla così.
La seconda è il repertorio proposto in questo Live At The Orpheum: One More Red Nightmare e Starless (da Red - 1974, ultimo lavoro del secondo periodo crimsoniano), The ConstruKction of Light (dall'opera omonima - 2000, penultima del penultimo periodo crimsoniano), The Letters e Sailor's Tale (da Islands - 1971, ultimo lavoro dal primo periodo crimsoniano, anche se in molti la considerano un'opera a parte).
Da tutto il vastissimo repertorio, insomma, Fripp è andato a sfrugugliare titoli da seconda linea, quasi per addetti ai lavori. A parte Starless, insomma, siamo di fronte a materiale rischiosissimo, per almeno due motivi: poteva sembrare "datato", merita un'accuratezza tecnica decisamente probante. The Letters, poi, è quella che più esige un approccio filologico.
Eppure, e alla fine, le cose sono andate bene. Con un paio di "però" che vanno raccontati.
Il primo è che le tre batterie lavorano troppo all'unisono, perdendo la sacra opportunità di lavorare sui contrappunti (come capitò al duo Bruford-Mastellotto, per esempio). Giusto su Starless ci scappa qualcosa, ma per il resto non si percepisce (nel senso letterale del termine) alcun lavoro di completamento e/o di provocazione.
Il secondo "però" è la voce di Jakszyk: pura acqua cheta. Già nel progetto Scarcity Of Miracles si capiva che il tipo non si attagliava col crimsonismo. Qui, poi, siamo addirittura caduti nel suicidio ricercato, accidenti!
Però, signore e signori, che meraviglia di modernità: tutte le canzoni sembrano composte due minuti fa. In alcuni momenti si arriva a un riuscitissimo connubio tra la "serialità metal" di Fripp e certe idee jazz raffinatissime (questa versione di The ConstruKction non avrebbe sfigurato in una qualsiasi edizione di Umbria Jazz, per dire). 
Mel Collins è in raro stato di grazia, Tony Levin gioca con tutti (tranne che con le tre batterie, per fortuna) sbagliandomi pure un passaggio nodale su Starless (ma va bene così), Fripp è sempre più essenziale.
È, insomma, un signor cd che finisce troppo presto e che lascia intravedere una voglia di scommettere su qualcosa. Paradossalmente, spero si evolva in un progetto di cover piuttosto che di inediti. Staremo a vedere.


domenica 18 gennaio 2015

Exodus, quali dèi e quali re

Onestamente, mi aspettavo qualcosa di noiosetto. Invece, questa ennesima fatica di Ridley Scott scorre che è un piacere: a tratti quasi diverte; in alcuni momenti, poi, fornisce addirittura limpidi spunti di riflessione. Certo, non è il migliore Scott: se però vi state annoiando, potete pur sempre gustarvi l'eccellente scelta delle inquadrature, una mirabile lezione di fotografia.
Checché se ne dica, la sceneggiatura non rincorre il modello del Gladiatore, anzi. Sicuramente, e però, i dialoghi profondi sono rari e radi, sin troppo diluiti da una bellissima scenografia deliziosamente ridondante, da (necessari) effetti comunque strabilianti, da un doppiaggio incoerente (si passa dal bravo Giannini all'irritante Lorenzo D'Agata).
Peccato doppiamente, perché qua e là si respira l'intento di restituirci l'idea di un Ramses più umano e interessante del solito, un Mosè presuntuoso e nevrotico (Bale, poi, non sembra al meglio), un Malek arrogante e violento (mirabile l'idea di rappresentarlo come un insolente moccioso).
Sicuramente si anche è condizionati dal fatto che si conosce sin troppo bene la trama (o comunque le sue parti più favolistiche): a furia di pensare "vediamo come mi rappresenta questo o quest'altro", perdiamo di vista il blando tentativo di analisi psicologica.
Considerato che trovo importanti le scelte dei titoli, il fatto che questo contempli anche il sottotitolo Gods and Kings lascia pensare che Scott abbia voluto giocare cou un (bel) po' di significati: visto che il faraone era considerato sia re che dio, considerato anche che il dio ebraico è a sua volta un re, il gioco del plurale sta tutto nel voler capovolgere significanti e significato. E se questa è una facile speculazione ontologica, non lo è la semplice domanda: che razza di dio uccide i bambini? Cui dobbiamo aggiungere: che razza di dio ignora il suo popolo per poi farsi vivo solo dopo 400 anni?
Per i più curiosi, vengono rappresentate otto delle dieci piaghe: le tenebre, infatti, sono quasi accennate; l'arrivo di zanzare e mosche avviene contemporaneamente. A tutte Scott fornisce una più che plausibile spiegazione scientifica, tranne che sulla morte dei primogeniti: per restare nella laica coerenza, forse sarebbe bastato ricordare che i nobili egiziani si sposavano tra fratelli con una certa frequenza, che facilitava tare e problemi genetici di ogni tipo. 
Anche se non siamo esperti di cose egizie, ci sono almeno tre incongruenze eclatanti che saltano subito all'occhio: la camminata del primo Mosè, quello "egiziano" per intenderci, troppo in stile cowboy; la confidenza che in troppi si prendono quando parlano con Ramses; il gesto da marine dell'attendente di Ramses quando gli indica il precipizio (si porta indice e medio verso gli occhi e poi indica il pericolo, manco fosse un agente dellFBI).
Un po' dispersiva la musica di Alberto Iglesias, che peraltro nel leit-motiv che accompagna le intemperanze di Malek ha imitato il Parsifal wagneriano: nel caso di una storia ebraica, non mi è sembrata una scelta proprio felice.


giovedì 15 gennaio 2015

pensieri sparsi intorno a Charlie Hebdo (io, che non so il francese)

Durante la manifestazione di Parigi, erano presenti Neta­nyahu, Abu Mazen, il Re di Giordania, il Presidente del Mali, il Califfo del Qatar... i premier turco, tunisino, georgiano, bulgaro, greco, sloveno, polacco... i ministri degli esteri egiziano, russo, algerino, del Bahrain... l'ambasciatore saudita in Francia... tutti rappresentanti di paesi con serie difficoltà ad accettare le più banali regole democratiche.
Erano comunque Charlie Hebdo?
Ebbene, se eravamo tutti Charlie Hebdo, come avrebbe reagito la nostra Italia alla pubblicazione della vignetta qui a fianco? 
Il Comune di Manfredonia ha organizzato un concorso per vignette satiriche intitolato - guarda un po' - Je Suis Charlie; l'unica discriminante è che non saranno accettate vignette che offendano il decoro pubblico e la religione.
Va bene, la religione va rispettata. Ma quale, una, due o tutte? E, soprattutto: quanto laicamente?
Insomma, a me viene in mente il giornalista robottino che ogni volta che un arabo fa anche e solo una scoreggia, prende il suo bel microfono e va sotto una Moschea chiedendo al fedele di passaggio: "ma lei si dissocia dall'arabo che ha scoreggiato? Cosa ne pensa l'Islam?".
C'è qualcosa non mi torna, insomma. Mia moglie direbbe che amo fare il "bastian contrario". Ma forse la risposta a una domanda che ancora non riesco a farmi proviene dalla battuta di una mia collega: "noi non mitragliamo chi non la pensa come noi".
Quindi, il problema sta nella violenza?
Non voglio ricordare la condizione dei gay in Italia (figuriamoci in ben altri paesi), anche se è comunque una forma di violenza.
Non voglio ricordare quanto sia difficile per una donna lavorare e avere figli contemporaneamente (per non parlare del fare carriera), anche se è comunque una forma di violenza.
Non voglio ricordare il predominio economico e culturale del Vaticano in Italia... né tantomeno - per dirne una - che gli USA hanno una moneta (e il giuramento del Presidente) esplicitamente devoti al dio cristiano.
Dimentichiamoci pure che la cultura cristiana ha massacrato le popolazioni americane. È un evento troppo lontano, ed è ridicolo ricordarlo (oddio, 80 milioni di morti... ma chissenefrega).
Dimentichiamoci pure che la cultura bianca ha umiliato gli africani, annientando le loro culture e deportandone in abbondanza (18 milioni ridotti in schiavi, 18 milioni spariti nel nulla).
Dimentichiamoci pure che la cultura europea ha anche ideato 6 milioni di ebrei gassati, etnie inventate come Hutu e Tutsi che poi si sono massacrate col nostro beneplacito, un milione di armeni uccisi, due guerre mondiali, la divisione arbitraria dell'intera Africa e di buona parte dell'Asia.
Dimentichiamoci di tutto questo, dài: altrimenti facciamo la figura delle zecche rompicoglioni e "bastian contrarie" (che poi lo sono veramente, per carità). 
La domande vera è: sul serio non è un problema con l'Islam? 
Ditemelo chiaramente, però!
Tutto il resto mi sembra una cornice di comodo, un'ipocrita e contraddittoria cornice di comodo.

martedì 13 gennaio 2015

Locke, una recensione tardiva (ma ancora attuale)

Già il fatto che Tom Hardy abbia recitato prima nei minuscoli panni diabolici del Pretore Shinzon e poi qualche anno dopo in quelli bestiali e muscolosi di Bane, la dice lunga sulle sue camaleontiche qualità recitative, "fisiche" direi. 
Ma dopo averlo visto in questo Locke, l'ho rivalutato anche sul piano della profondità mimica e del saper non dire: un attore eccellente, veramente eccellente.
In più, ricordiamoci che è stato girato in doppio real time, che certo non è una passeggiata di salute per un attore. Sia registicamente che nella cronologia della finzione, infatti, sono stati seguite pedissequamente le scansioni della sceneggiatura: di fatto, ci sono voluti otto take da 80' l'uno per ottenere il risultato finale. È come se l'attore l'avesse recitato otto volte pressoché consecutive, pressoché integralmente. Un'impresa.
Insomma, il film è una perla di rara bravura. Ma la trama, i concetti, il cosiddetto "messaggio"? 
Se non l'avete visto SPOILER
Chapeau al personaggio! Un uomo che guadagna bene, che ha un lavoro soddisfacente, che è rispettato da tutti, con due figli che lo adorano e una moglie che lo ama... molla tutto per rimediare a un errore che nessuno potrebbe mai sapere!
Nonostante possa voltarsi dall'altra parte e fare finta di nulla, non solo decide di assumersi le sue responsabilità, ma le confessa chiaramente alla donna della sua vita, perdendola inesorabilmente!
Un esempio di senso del dovere e di rispetto per l'onore che diventa quasi una necessità psicologica per lo spettatore; non tanto perché ci si chiede se avremmo seguito il suo esemplare esempio, ma quanto saremmo stati tentati di far finta di niente!
Da segnalare l'ottima fotografia e la "giusta" colonna sonora.

domenica 11 gennaio 2015

American Sniper, una recensione obbligatoriamente parigina

Diventa attuale il contesto di questo film. All'improvviso.
Ancor più penetrante se si pensa che Eastwood ha raccontato una realtà senza aggiungere moniti o messaggini di sorta: la storia sta lì, nuda e vera e realmente accaduta, senza che si possa fare nulla per cambiarla, senza che lo spettatore possa aggiungere qualcosa di presuntuosamente proprio.
E il filo rosso che unisce i fatti di Charlie Hebdo e la vita di Chris Kyle è assimilabile in un solo punto: il nostro modello di vita. I morti del settimanale ne rappresenta(va)no l'essenza estrema, perché il nostro modello di vita glielo consentiva; disegnare, fare satira, passare il tempo cioè a cazzeggiare sulle nostre contraddizioni, sulle nostre inutili inutilità.
Chris Kyle, invece, rappresenta l'estremo difensore di questo modello. Il primo baluardo in difesa del nostro diritto di cazzeggiare.
Può piacere o non piacere, ma le cose stanno così.
Onestamente, non conoscevo la vicenda - soprattutto il tristo epilogo: ho potuto, quindi, godermi al meglio l'intera parabola narrativa senza perdermi dietro a preventive analisi tecniche ed estetiche. Certo, il film soffre di "troppa" asciuttezza; si sente, poi, un tentativo di evitare l'agiografia ad ogni costo, soprattutto perché i supermacho reali hanno stancato, relegati ormai - e necessariamente - nelle tutine dei supereroi... però si percepisce nitidamente il crescendum del disagio psicologico del nostro erore, in tutta la disarmante semplicità delle sue possibilità culturali.
Già...
Chris Kyle, cioè, non fa ragionamenti a colpi di Proust, di dotte enunciazioni, di salottiere mistificazioni. Chris Kyle difendeva un modello e difenderà poi le vittime che difendono questo modello. Il suo è un altruismo da soldato, e da soldato dovrà necessariamente morire.
Grande fotografia.
Intrigante la scelta di non incastonare musica nella colonna sonora: l'eccellente epilogo di Morricone dirà tutto (curiosamente non originale: preso, cioè, da uno spaghetti "minore").