sabato 13 settembre 2014

Songs of Innocence, il mio (finto) incontro con Bono

Ciao
Uh, ciao Bono… che mi dici?
Beh, ti vorrei fare questo regalo, solo per te… è il nostro nuovo disco: Songs of Innocence
Hiiiiiiiiiiiiiiiiii! Grazie!!!
Oddio, a dire il vero l’abbiamo regalato a tutti gli iscritti a iTunes
Dovrei essere geloso? Prima mi dici che è solo per me, e che poi l’hai regalato a migliaia di altri tizi… però mi fa piacere che sia gratis, dàì. Grazie lo stesso
A dire il vero, a noi la Apple c’ha dato un pacco di soldi. Anzi, tutta la nostra discografia ne ha risentito positivamente, risalendo le classifiche di iTunes
Ma quanto siete furbetti, eh?
Mettila così: tu hai 45’ di musica inedita, gratuitamente nel tuo iPod
Guarda che il mio iPod è fuori catalogo
Ma quanto la fai lunga… senti, vuoi seguire insieme a me le canzoni?
Va bene, iniziamo
La prima si intitola The Miracle (Of Joey Ramone)
Quello dei Ramones?
Sì… che ti sembra?
Cosa?
La canzone!
Ah, perché è partita?
Vabbe’, passiamo alla seconda: Every Breaking Wave
Every Breath You Take?
No, quella è di Sting!
Eppure… ha quest’intro tipo With Or Without You, poi la strofa sembra Sting che incontra Sheeran che incontra quelle canzoncine tipo Grey’s Anatomy
Ma quanto sei stronz* non te l’ha mai detto nessuno?
In molti… senti, ma questa chitarretta che chiude il primo ritornello? Steve Howe degli Yes ne ha parlato con The Edge?
Vabbe’, passiamo alla terza canzone: California (There Is No End to Love)
Oddio, le campane di Black Sabbath che precedono Barbara Anne, col pianofortino che fa dei glissando pseudocinesi! Belle citazioni… il resto sembra Jackson Browne di Lawyers In Love che canta come Bono. Dico, ma sei sicuro che questi sono gli U2? Quelli di Achtung Baby, Joshua Tree. Li conosci?
Oh, Alessa’, sono Bono. Che mi dici di Song for Someone?
Bella la chitarra nell’intro, con quei suoni lontani alla Brian Eno. Però nel ritornello The Edge copia gli stacchi dei Simple Minds! Diglielo! Perdonami, poi, ma la strofa sembra scritta da Carla Bruni; sai quel pezzo che ci scassò la minchia tre Sanremo fa?
Alessa’, andiamo oltre. Ti piace Iris (Hold Me Close)?
Eeeehh, Gilmour incontra Fripp? Intro molto bello, bravi… oddio, l’infinite guitar è identica a quella di Unforgettable Fire! Ragazzi, ma che avete combinato?
Che mi dici di Volcano?
Ci dev’essere un errore: nella copia che mi avete regalato c’è un pezzo dei Cure con lo stesso titolo
Ma che dici? È la nostra!
Andiamo oltre
Ti piace Raised By Wolves?
Mi piace il breve incipit… oddio, salta!
Come sarebbe a dire “salta”?
I Was Made For Lovin’ You, Baby… ricordi?
Qui stai forzando la critica
Può essere… gli stacchi in settime di The Egde sembrano Fripp
Sei fissato!
Passiamo alla prossima canzone, che è meglio
Cedarwood Road? Ti piace?
Porca vacca, è Woodstock di Joni Mitchell (poi riletto anche da CS&N). Ma state scherzando?!
BASTA! Ti dico un titolo, e tu mi dici solo se ti piace
Va bene, passiamo alla successiva
Sleep Like a Baby Tonight, che mi dici?
Uguale a Depeche Mode e Yazoo… AAAAH, ma il ritornello sembra Phil Collins! Another Day In Paradise!!!
Santa polenta [voce flebilissima]… ti piace This Is Where You Can Reach Me Now?
Intro di chitarra tipo One, ma ci sta. Però ‘sti ritornelli che ammiccano a un potenziale pubblico live… ricorda quelle cose orribili che sparavate in Pop. Comunque è una canzoncina che piacerà a Tarantino: la metterà in qualcuno dei suoi film
Questione di gusti… e poi mica possiamo sempre andare avanti a noi stessi
Oddio, secondo me siete fermi dai tempi di Zooropa; il resto dei vostri lavori è stato decisamente noioso
Li hai tutti?
Certo, anche se poi non mi sono piaciuti
E perché li hai acquistati comunque?
Perché dovreste essere dei simboli
“Dovreste”? E, invece, cosa siamo in realtà?
Fammi sentire l’ultima, dài
Si intitola The Troubles
Ma è simile a California (There Is No End to Love)! C’è qualcosa alla David Sylvian, ma sa di già sentito, addirittura partendo proprio da questo cd
Alessa’, ma non te n’è piaciuta neanche una!
Decisamente: neanche una
Credi che l’abbiamo fatto per soldi?
Eh?... ne avete così tanti…
E allora perché ci siamo fatti un mazzo così per una cosa così orribile
Perché non sapete invecchiare: è normale, eh!
Dici?
Anche io non sopporto di invecchiare
Ah!
Altrimenti perché mi sarei inventato questa intervista fasulla

martedì 9 settembre 2014

parlare della Rai senza raccontarla

Prima di continuare, vi pregherei di cliccare qui e di leggere scrupolosamente quanto hanno scritto i ragazzi di Valigia Blu.
Per favore, fatelo.
Ok.
Quando lo lessi la prima volta, lo trovai ben fatto, preciso e nitido. Già in passato avevo trovato interessanti - e anche lucidi - i lavori di Valigia Blu; ergo, ero condizionato da questa stima preventiva. 
Poi però un tarlo mi si è infilato nel cervello e ha lavorato. 
Dopodiché, ieri mattina, mentre mangiavo a mensa, ho scoperto che cosa non mi piaceva: non si parlava dei dipendenti non giornalisti, di quello che fanno, del perché e del quanto pesi economicamente il loro lavoro, di quanto guadagnano e di come viene regolamentato il loro lavoro.
Proteste obiettare che si dovrebbe fare così anche per i dipendenti delle Poste o di TrenItalia o dell'ItalGas. Sensato, ma fino ad un certo punto: qui noi rappresentiamo la coscienza dell'Italia, la sua cultura, i suoi pregi e i suoi difetti. Abbiamo in mano uno strumento delicato, delicatissimo, che va contestato e constatato con adeguata delicatezza.
Insomma, e alla fine, si parla dei giornalisti, della politica che sta ovunque, degli sprechi noti... ma niente di più. 
Sostanzialmente, si ha l'impressione che l'articolo voglia soddisfare e documentare i preconcetti, anziché fare un'analisi più profonda che magari restituirebbe le stesse sensazioni, ma almeno sarebbe più corretta sul piano etico.
Attenzione: non ci vedo chissà quale complotto (specie tenendo conto che tra chi collabora al pezzo in questione sembra figurare anche qualcuno del Gruppo l'Espresso, gruppo che ne ha ben donde a vedere indebolita Rai Way); semplicemente c'è un po' di ingenua sciatteria.
A un mio tweet rude, i tipi hanno replicato che non era stato facile documentarsi. Poi ne è venuta fuori una polemica infantile e ormonale, in cui la gara era a chi più ce l'ha lungo piuttosto che ad andare fino al punto.
E il punto è che questo giornalismo online non muove il culo dalla sedia. Perdonate il francesismo, ma è proprio così.
Eliminato l'aspetto etico e moralisticheggiante del mio assunto di partenza, perché è comunque necessario raccontare il nostro peso economico e professionale? Di noi non giornalisti, intendo. 
Perché se venissero incrociati i dati che ci riguardano con quelli già a disposizione e ben prospettati nel pezzo in questione, verrebbe fuori un panorama di sprechi (ma anche di potenziali rimedi), di ricchezze, di possibilità, di difficoltà: paradossalmente, nel voler fare un pezzo di denuncia, quelli di Valigia Blu non hanno saputo implicitamente indicare una finestra di uscita che fosse una, o almeno una finestra che fornisse un po' di aria fresca (e ce ne sono, ve lo posso assicurare).
Ora, mettiamo caso che io abbia torto e che questo giornalismo 2.0 sia quello esatto, basato quindi e solo sul navigare in rete (et similia, è ovvio), comunque i ragazzi di Valigia Blu hanno preso una toppa.
Seguitemi.
I bilanci della Rai sono online.
I contratti dei non giornalisti sono online (tutte le professionalità possibili).
I problemi dei non giornalisti sono online, in due contenitori diversi: o tramite decine e decine di documenti dei sindacati (tutti; di qualsiasi colore, cioè); oppure tramite movimenti indipendenti e agguerriti come IndigneRai e Articolo 21.
Perché gli autori del pezzo in questione non ci hanno neanche provato?
E visto che ci seguivamo via Twitter (ora li ho bannati), perché non mi hanno chieso in dm se sapevo indicare loro delle fonti?
Certo, a pezzo pubblicato, è stato facile chiedermi dopo la pubblicazione - con fare provocatorio - se gli fornivo chissà quali fonti: il danno, ormai, era stato fatto, perché chi aveva letto il pezzo (me compreso) non ci sarebbe più tornato sopra.
Per finire, a guarnizione dello scontro di ieri, una giornalista di Vanity Fair mi ha obiettato che non potevo e non dovevo essere così polemico contro Valigia Blu, considerato il mio ruolo di social manager della Rai. Le ho fatto notare che l'account da dove twittavo è privato, che è casa mia, e che a casa mia posso fare quello che voglio: altrimenti nel profilo non potrei dichiararmi neanche ateo, né tantomeno - udite! udite! - juventino di Testaccio.


update delle 16:50 del 9.9.2014
Sarà una coincidenza, ma appena questo post è apparso su Twitter, ho perso due follower: uno dei quali è il direttore Agl quotidiani Espresso
E già, la coincidenza è ancor più coincidente se si pensa che il pezzo che ho smonticchiato è apparso anche qui  
Padrone di defollowarmi, Alessandro. Però: tutta qui la vostra lotta per il diritto di critica?

giovedì 4 settembre 2014

Doctor 3, il ritorno

Un'opera solida, ben fatta, dove vale l'idea del gruppo in ogni minima nota, dove l'ego dei singoli si amalgama in maniera elegante, senza fronzoli e senza ammiccamenti. 
Nonostante la scelta dei brani faccia presagire chissà quali virtuosismi, non esistono momenti solistici evidenti, ma una chiara intenzione di muoversi tutti insieme dentro brani più o meno noti del vasto panorama pop/rock/jazz.
Insomma, è come se i tre dottori avessero deciso di accompagnarci in una loro improvvisata passeggiata musicale, indicandoci note e silenzi di brani più o meno riconoscibili, a volte ricamando intorno a linee immediate, spesso scovando tra le pause delle partiture originali alcuni cenni di possibili "note altre" che magari ci erano sfuggite.
Ad essere petulanti, trovo meno riuscite Life on Mars (Bowie) e How Deep Is Your Love (Bee Gees), guarda caso già rivoltate come un pedalino dai Bad Plus col cui batterista il buon Rea sta per collaborare.
Quasi da Doctor 3 prima maniera, invece, la (ri)lettura di The Nearness of You (Carmichael) e di Ain't No Sunshine (Withers). 
Sicuramente avvolgenti i (nuovi) misteri sonori di Will You Still Love Me Tomorrow (Goffin e King), Light My Fire (Doors), Moon River (Mercer e Mancini) e Unchained Melody (North e Zaret). 
Strepitosa la versione di Hallelujah (Cohen, ma in fondo è anche di Buckley) che secondo me potrebbe diventare una nuova frontiera sonora in cui i tre potrebbero avventurarsi.
Il pianoforte di Danilo Rea si mantiene uguale a se stesso: eccellente, ma ormai stabile in quella sua tecnica molto italiana, attenta alla melodia e all'insieme. Il contrabbasso di Enzo Pietropaoli è come il vino: invecchiando migliora, dimostrando una serenità espositiva in costante stato di grazia. Fabrizio Sferra si conferma tra i migliori batteristi italiani del momento.

venerdì 29 agosto 2014

4:44 - L'ultimo giorno sulla Terra

Di ultimi giorni sulla Terra la storia del cinema è piena. Certo, alcuni sono belli, altri un po' meno: però l'argomento resta suggestivo, e quasi sempre registi e sceneggiatori si sono affidati al pretesto per poi proporre letture audaci, coinvolgenti, anche divertenti.
Questo 4:44 di Abel Ferrara, però, quasi si sottrae da ogni possibile formula già sperimentata per raccontarci una fine del mondo "semplice", lineare, quasi probabile.
Sotto certi aspetti ricorda l'inarrivabile Last Night, che manteneva però un minimo di chiave allegorica. In alcuni momenti, poi, si "siede", come spesso capita ai film di Abel Ferrara, regista mai maturo che però sa contenere i suoi tormenti. Più in generale, non è un film "potabile".
Però ha un qualcosa che mi ha lasciato un segno: se avete tempo e voglia, un'occhiata al dvd vale; anche e solo per potermi dire poi che non vi è piaciuto così tanto.
Da segnalare un eccellente Willem Dafoe, tra i pochi attori rimasti a saper recitare anche col fisico, ma senza strafare.

lunedì 25 agosto 2014

#IlCapitaleUmano, una recensione tardiva

Formalmente ineccepibile, va detto; esteticamente raffinato, aggiungo; ma troppo lento se non addirittura noioso.
E poi, c'è quell'aria di prevedibilità che sembra voler accontentare molti palati senza però arrivare a un dunque.
Insomma, con questo Capitale Umano il cinema italico si conferma decisamente avanti sul piano formale, ma totalmente arido su quello dei contenuti.
Abbiamo, cioè, ottimi registi (più avanti rispetto ai mediocri attori che li aiutano), ma mancano storie decenti, buone sceneggiature e produttori all'altezza.
A me dispiace che queste carenze così palesi sfuggano alla critica nostrana sempre e invece incline al Fazio's style, fatto di solluccherosi ammiccamenti, di moralismi a buon mercato, di un'idea di cultura che nulla ha a che vedere con la libertà di pensiero e di pensare.
Virzì mi aveva deliziato con Caterina va in città, ma poi si è perso per strada.
Sorrentino aveva dimostrato un eccellente percorso artistico ricco di progressi, per poi fermarsi al Divo, bearsi dentro l'inutile This must be the place, suicidarsi dentro l'orribile Grande bellezza.
È come se la sindrome latina dell'autocelebrarsi ad ogni costo abbia colpito simultaneamente due dei nostri talenti migliori. Speriamo che almeno il Vicari regga all'impatto del dopo Diaz.
Due note buttate là: spiegatemi chi è quello sciagurato che ha voluto premiare più volte il traballante fonico in presa diretta; Gifuni e Bentivoglio molto bravi, al contrario della monotematica Bruni Tedeschi.

domenica 24 agosto 2014

cuCina "newyorchese" a Testaccio

La bellezza di Testaccio, il più piccolo Rione di Roma, sta tutta nel suo essere sornione, ma anche aperto al nuovo.
L'altro giorno sono andato con mia moglie e il mio compagno di cinema e tweet Mimmo Morabito nel nuovo ristorante cinese "Riso", e ho incontrato... New York.
Insomma, non il solito ristorantino unticcio e preconfezionato come tanti che affollano Roma, ma un garbato ristorante con un'architettura da Greenwich Village e una cucina ricca di sorprese.
E visto che ancora non ha un sito e non è su TripAdvisor, intanto ve lo segnalo io: sta qui.

sabato 9 agosto 2014

da Scattone a Schettino, l'ipocrita Italia di sempre

Io non sono garantista, perlomeno non potrei mai esserlo in un paese come l'Italia.
Ricordate l'omicidio di Marta Russo? Il 9 maggio del 1997, due delinquenti le distrussero il futuro, uccidendola imitando il terribile Amon Göth, raffigurato nitidamente da Spielberg in Schindler's List
Il Sacro Consesso delle Conventicole corse in soccorso dei due pressoché immediatamente (nonostante prove e testimonianze schiaccianti), con articoli, fondi e dichiarazioni che andarono ben oltre l'insulto e la diffamazione di chiunque avesse testimoniato o indagato contro i due bambocci viziati.
E anche se prove fattuali non ci fossero state (perlomeno all'istante), un buon giornalista avrebbe saputo girare per La Sapienza disvelando le loro note angherie, protervia e arroganza .
Il bello è che i due si sono sempre dichiarati innocenti, e mai hanno almeno chiesto scusa per l'accaduto. 
Se una pena detentiva serve alla redenzione - come biascicano i garantisti a corrente alternata, qui abbiamo decisamente fallito. Ma soprattutto, se l'intero Sacro Consesso delle Conventicole li protesse immediatamente in maniera plateale e volgare (senza neanche aspettare le prove), che senso aveva per loro almeno far finta di essere pentiti?
Se pensate che Scattone, appena scontata la blandissima pena, riprese ad insegnare in un liceo; se pensate che se non fosse stato per qualche genitore coraggioso, la cosa sarebbe passata inosservata... il disgusto e la rabbia salgono.
Ergo, se Schettino è andato a insegnare - seppure brevemente - a La Sapienza, non mi meraviglio più di tanto, se non dell'ipocrisia di chi si è indignato a comando. Ma anche dei presenti che non si sono alzati in massa. Già, perché noi italiani siamo sempre e solo spettatori: non agiamo mai perché non abbiamo neanche le palle di sentire puzza di melma.
È un paese di ipocriti che sparacchiano nel mucchio quando si può e quando conviene, tacendo però amabilmente e chirurgicamente sulla presenza di Adriano Sofri pressoché ovunque, prima, durante e dopo la sua pena (lunga ma comodissima): ha potuto elargire i suoi algidi moralismi dagli scranni di Panorama, Il Foglio e Repubblica (nonché da libri senza contraddittorio, editi da Sellerio), passando anche per i salotti televisivi di Fazio e di D'Amico, senza riscuotere indignazione alcuna. 
Fazio, quello che aveva sdoganato i Savoia ben prima del Parlamento. I Savoia, quelli che accolsero Mussolini a braccia aperte e firmarono lesti le sue Leggi Razziali.
Già...
Dicevo di Sofri, tra i riferimenti nobili e riconosciuti del terrorismo rosso; lui, che non si è mai pentito non tanto dell'essere stato il mandante dimostrato dell'omicidio del Commissario Calabresi, ma almeno l'ispiratore di quel delitto tramite la famigerata raccolta di firme de l'Espresso di oltre 750 personaggi pseudoillustri, in cui figura una buonissima parte dei componenti il Sacro Consesso delle Conventicole che ancora oggi influenza pesantemente il panorama politico/intellettuale, e che tace di fronte ai soprusi del bimbo Matteo Renzi, ma che anzi lo coccola e lo sprona a colpi di hashtag.
È un paese in cui Facci può insultare i neri, ma Tavecchio no.
È un paese in cui Taormina viene condannato per omofobia, ma che dimentica l'ottusità di Severgnini di fronte al matrimonio dei gay.
È un paese fiero della mancanza pressoché totale di giornalismo sul campo: tanto i pezzi li fanno gli altri, e noi copiamo e raccontiamo solo quelli che ci fanno comodo (cfr Linkiesta o ilPost).
È un paese in cui Repubblica insulta giorno e notte i dipendenti della Rai, o l'amministrazione disinvolta della Rai, o l'abuso di collaborazioni esterne della Rai... ma che dimentica che in Rai collaborano esterni come Augias e Serra e l'ultimissimo arrivato Giannini, quello che moralizzava pure su quante volte andiamo in bagno.
È un paese, insomma, a immagine e somiglianza dello sciagurato disastro politico attuato ieri da questa pseudosinistra di pappe molli che hanno abolito il Senato, regalando all'Italia le esatte intenzioni di Licio Gelli.
È un paese, insomma, che scrive le leggi con un pregiudicato conclamato.