giovedì 26 marzo 2015

Manu Katché - Live in concert

Un capolavoro, un autentico capolavoro.
Sensuale, caparbio, aggressivo, dolce, romantico, languoroso, moderno, tradizionale, intrigante, raffinato, sofisticato... impossibile trovare un solo binario entro cui costringere questa splendida opera di uno dei più dotati batteristi degli ultimi vent'anni.
Ed è ancora più sorprendente come lavoro perché è riuscito inaspettatamente a lib(e)rarsi da certi lacci seriosi e ammiccanti dei precedenti ultimi due cd, dove secondo me l'eccesso di "stile ECM" aveva sempre più congelato l'animo dell'ex batterista di Peter Gabriel, Pink Floyd, Dire Straits, Jan Garbarek e di mille altri.
Forse il passaggio alla ACT, forse il pubblico presente (una sorta di dodicesimo giocatore in campo), forse l'attitudine live, o forse tutte queste cose messe insieme, regalano all'ascoltatore un'esperienza musicale di rara bellezza.
Da evidenziare l'elegante timidezza di Luca Aquino, trombettista leggermente legato al suo vate Paolo Fresu, che riesce però ad inserirsi con scioltezza nel combo senza temere il confronto con Tomasz Stańko, Mathias Eick o Nils Petter Molvær (suoi autorevoli predecessori alla corte di Katché). 
Riuscitissimi il pianoforte e l'hammond di Jim Watson. Contenuto e sobrio il sassofonismo gotico di Tore Brunborg.

La sequenza dei brani (tutti di Katché) 
1 Pieces Of Emoion - 06:18
2 Shine And Blue - 05:12
3 Song For Her (di cui potete ammirare l'esecuzione qui sotto) - 07:44
4 Loving You - 02:48
5 Clubbing - 09:45
6 Springtime Dancing - 05:17
7 Walking By Your Side - 06:54
8 Beats And Bounce - 07:55
9 Drum Solo - 04:56
10 Snapshot - 09:03


giovedì 19 marzo 2015

“103 EP”, il nuovo disco di Gianluca Petrella

Ci vuole coraggio a suonare jazz in Italia, e ancor più coraggio a sperimentare, e ancor più coraggio a sperimentare le vie dell'elettronica con un'attitudine jazz
Con questo 103 EP Gianluca Petrella lo ha fatto, e alla grande.
Devo dire che mi sono avvicinato a quest'opera con molta circospezione, proprio perché voglio bene a Petrella e mi piace il suo modo di avvicinarsi alla musica, di rispettarla, di corteggiarla, di aggredirla, sempre con quel suo stile elegante, curioso e impertinente. 
In più, adorando io l'elettronica e una parte consistente delle sue contaminazioni (spesso in campi insospettabili), non credevo fosse possibile per un jazzista entrarci dentro e dettare legge con brani così interessanti.
Quattri brani alla corte dell'ascoltatore, che può decidere di sfidare i propri limiti e lasciarsi cullare da ogni singola nota (ed è dolcissimo), oppure può lasciarli come sottofondo di una lettura spiluccata, di un buon laphroaig o di una sigaretta fatta a mano con del buon tabacco della Virginia.
Devo dire che mi sono innamorato a prima vista del brano che vi allego qui in fondo. Ma li ho trovati tutti molto intriganti, specie tenendo conto che Petrella non sgomita col suo trombone, non lo piazza sopra il tappeto sonoro tanto per farlo; sa quando suonarlo e quando farlo stare in un cantuccio. E non è poco.
Purtroppo nel caos musicale che ci circonda, questa esperienza resterà di nicchia. Spero solo di avere acceso la vostra curiosità. Credetemi, ne vale la pena.



giovedì 12 marzo 2015

la fine dei Sopravvissuti

Era il 1979, avevamo ancora la televisione in bianco e nero: larga come una stanza, pesante come un Tir, emanava calore vulcanico dopo soli venti minuti di uso, con l'aggravante che per accenderla ce ne volevano almeno cinque. 
Per cambiare canale, per alzare il volume, per regolare il contasto... bisognava alzarsi! Addirittura, nelle famiglie numerose il più piccolo era preposto alla scomoda attività, con tutta una serie di canonici litigi per decidere l'esatta calibrazione di tutti i parametri. Roba di altri tempi, lo so, che spesso rivango con stupida nostalgia.
Certo è, però, che tutto era nuovo allora, nel senso anche storico del termine: i primi telefilm, i primi sceneggiati, i primi anime, i telegiornali... la televisione, insomma, stava percorrendo strade che oggi neanche riusciamo più ad intravedere, e che invece sono state pionieristiche e ricche di suggestioni uniche e irripetibili.
La mia generazione, insomma, ha avuto il rarissimo privilegio di viverle all'età giusta, con lo spirito giusto, e soprattutto con prodotti sicuramente commerciali ma che avevano spessore; ancora oggi non sfigurerebbero affatto davanti a cose innovative come Breaking Bad o 24.
Tra queste esperienze, credo che la serie in tre stagioni de I sopravvissuti sia insuperabile ancora oggi, nonostante una sceneggiatura spesso ingenua e delle trovate contraddittorie (specie nell'ultima stagione).
Il pretesto narrativo iniziale appartiene a quella tipica distopia post flower power, che quindi non additava alla Guerra Fredda responsabilità dirette: scoppia una terrificante pestilenza, tutta la Terra ne subisce pesanti conseguenze, e un gruppo di britannicissimi sopravvissuti cerca disperatamente di ritrovare la via della modernità.
Per i neofiti, un paio di curiosità: nella sigla iniziale viene riassunto l'inizio del tutto con una musica in parte elettronica di rara potenza evocativa; lo scienziato che fa cadere la provetta fatale è orientale (rifatevi all'epoca!).
Ho i cofanetti dvd da moltissimo tempo: le prime due stagioni me l'ero divorate qualche anno fa. La terza l'ho finita l'altro ieri. Il risultato finale è che forse ho fatto male a rivederli a distanza di quasi trent'anni, che forse dovevo lasciare alle incertezze della mia memoria il dovere di rivivere qualche momento sparso qua e là. 
Però - e nel frattempo - mi sono reso conto che avevamo tempi più lenti, non solo nella vita reale, ma anche in quella raccontata nei telefilm. Per carità, non sono un fan dello slow ad ogni costo - mi irrita solo il pensiero: però vedere queste serie, viverle senza preconcetti, dovrebbe quasi diventare una materia scolastica.

martedì 3 marzo 2015

Birdman, che vola troppo

Muovi 'sta telecamera, ferma 'sta telecamera, arimuovi 'sta telecamera, ariferma 'sta telecamera... onestamente, mi sfugge perché un regista debba agitarsi così tanto per sottolineare che ha avuto una buona idea.
Iñárritu passa metà del film a farci capire come si possa comporre qualcosa di buono con un (falso) pianosequenza; e l'altra metà a cercare di dissimularlo. Ma non è certo con il movimento isterico che manifesti cotanta destrezza, no?
Il buon Hitchcock con Nodo alla gola (vero pianosequenza, altroché) stava ben che fermo. Certo, le cineprese di allora pesavano come un bus inglese, ma se eri un regista sofisticato come lui sapevi comunque se e come muoverle; e Hitch scelse di mantenere un grande equilibrio tra forma e sostanza.
Ecco, io credo che formalmente il nostro Birdman sia un ottimo film; ma poi si perde nella ciccia, nella sostanza. Sono tutti bravi, geniali, liberi e anche autentici (doppiati mediocremente, as usual)... però la storia è quasi ovvia, e la petulanza dell'operatore impedisce di starsene tranquilli a godere del dialogo. Per carità, se ci fosse stato meno casino, magari avrei apprezzato più il film nel suo insieme.
Attenzione, poi: anche l'altro anno l'Oscar è andato a un film decisamente troppo attento alla forma (Gravity). Ma poteva avere un suo senso, proprio perché di una fantascienza lineare, senza tante pretese. Qui, invece, si parla di teatro contro cinema (o di teatro e cinema). C'è un intento serio, insomma: e la serietà prevede anche la liturgia dello stare fermi, del far ascoltare, del fare anche teatro, diamine!
Per farvi un esempio terra terra: potete scrivere una grandissima poesia con un'ottima penna stilografica; ma se poi fate mille ghirigori, il lettore non riuscirà mai ad apprezzare i vostri versi.
Ci vuole equilibrio. E questo Birdman ha preferito sacrificare la grazia del volo all'altare del suo narcisismo tecnico (la foto qui sopra sembra paradigmatica).
Bella la fotografia. Tra gli attori - tutti bravi - vi consiglio di seguire Emma Stone e Andrea Riseborough. Geniale la battuta di Michael Keaton "contro" George Clooney (chiaramente ispirata ai loro Batman cinematografici).
Da strapprezzare, infine, il commento musicale suonato dall'ottimo batterista Antonio Sanchez (secondo imdb, però, le partiture per batteria sono state scritte da Brian Blade e da Joan Valent).


la foto qui sopra è di Martin Le-May

sabato 28 febbraio 2015

quello che Spock ha portato con sé



Pigiamini, tre uomini con i pigiamini.
Se pensate che Star Trek sia solo questo, potete anche chiudere il pc e tornare nella vostra comoda realtà.
Dietro a quei pigiamini non c’è solo l’inizio della fiction moderna (con metodi e idee innovativi che neanche potete immaginare), ma la storia di almeno due generazioni (tra cui la mia), con una visione della vita e del futuro ancora romantica e illuminista.
Là dove l’avventura del nostro giocare e della nostra immaginazione non riuscivano ad arrivare, ci arrivava però lo spirito; lo spirito di voler scoprire qualsiasi cosa in qualsiasi modo sempre e solo col sorriso di un fanciullo, ideale quanto impossibile; un fanciullo che nessuno di noi è mai stato, ma che guardandosi indietro cerca disperatamente di ricordare, di rivivere.
E Star Trek è stato il nostro manifesto. Proprio perché indossavano solo banalissimi (e scomodi) pigiamini, circondati da dozzinali e balorde scenografie, quei tre piccoli eroi erano ancora più credibili e autentici: nonostante tutto, cioè, riuscivano a trasmettere qualcosa di seriamente profondo, non solo grazie a ottimi testi e credibili sceneggiature, ma perché - forse per la prima volta - indicavano a noi spettatori cosa sarebbero state le nostre impossibili aspirazioni, le nostre visioni, il nostro anelito. Sapevano renderle concrete, tangibili, visibili, nonostante fosse così smaccatamente evidente quell’essere una fiction nella fiction.
Ma soprattutto riuscivano a farci capire quanto fosse difficile reagire ed agire mantenendosi umani, illuministi e romantici, ma anche uomini del futuro.
Kirk (la “chiesa” del nostro spirito) incarnava la sbruffoneria, l’ardimento, il coraggio senza pudori; Bones rappresentava lo scetticismo, la cura per ogni follia, la casa cui fare riferimento; Spock eravamo noi, proprio noi. Non c’è personaggio più reale, più umano e più vero di Spock: la sua passione per la scienza, la sua capacità di strutturare l’impossibile, la sua innata attenzione per i dettagli, per le piccole cose, la sua arguzia, la sua fame di conoscenza, il suo disdegnare ogni forma di passione ricomponendola nel solo sentimento del dover vivere…
Star Trek, è stato un salto in un possibile futuro, sicuramente meno arido e grossolano di quello che stiamo costruendo. La morte di Spock, di Leonard Nimoy insomma, ci porta con i piedi per terra. Ci dice che in fondo è stato tutto uno scherzo. Solo stamattina, per la prima volta in vita mia, ho scoperto che manca poco ai miei 50 anni.
Live long and prosper

giovedì 26 febbraio 2015

io non temo Breaking Bad in sé, temo l'Heisenberg in me

Da pochi, pochissimi giorni ho terminato di vedere Breaking Bad. E mi manca, come raramente mi sono mancati certi languori di alcuni telefilm
Anzi, il più delle volte non mi mancava il personaggio o la serie tv in sé, ma cosa ero io quando queste andavano in onda (Il prigioniero, Spazio 1999, Star Trek, Ai confini della realtà...).
Qui, invece, sono rimasto sconvolto e deliziosamente avvolto dalla superba qualità della scrittura, dalle ottime interpretazioni, dalla fotografia, dal montaggio, dalla regia e dalle scelte musicali. Una serie tv, insomma, che ha mantenuto sempre livelli eccellenti, senza mai strafare e senza mai uscire dalla sua linea "non lineare".
In più, il lento e inesorabile progresso degli eventi non ha mai avuto scarti eccessivi o movimenti bruschi. Si è passati da una commedia grottesca e un dramma devastante senza apparente sforzo.
Ma la cosa che più non riesco a togliermi di dosso è la seducente e costante trasformazione di Mister White nel suo crudo alter ego, Heisenberg (dal nome dello scienziato che enunciò il celebre principio di indeterminazione... gli autori hanno dimostrato una mente fina). Generalmente, in linguaggi così liturgici come quelli televisivi, anche se si vuole essere innovativi, si è comunque costretti ad esagerare o la figura del dottor Jekyll o quella del mister Hyde del momento; narrativamente parlando, non se ne può fare a meno. 
Qui, invece, tra il plot piùccheperfetto e la qualità recitativa di Bryan Cranston, siamo di fronte a un personaggio tondo, credibile, profondo e soprattutto autentico, che ha la rara capacità di rendere le due parti simbiotiche, lineari e conturbanti. 
Raramente mi è capitato di supportare o comunque di giustificare il comportamento di un personaggio così poco esemplare.  
Dexter, per dire, era così fuori che la fine del finale l'ho accettata quasi come un sollievo: finalmente è finito, mi venne da pensare. Jack Bauer di 24, per esempio, è così televisivo e sfigato che lo segui più per vedere cosa gli capita che per la trama in sé.
Dietro Mister White, invece, c'è una storia (spesso non detta, e quindi ancor più credibile), e le storie degli altri (spesso non dette, e quindi ancor più credibili). In più di una circostanza mi sono detto forse anche io farei così oppure che male c'è?
Il "male", insomma, assume dimensioni terrene, necessarie, ineludibili, che anche quando si trovano di fronte al nostro moralismo sfrenato, sentiamo comunque dentro una vocina realista che mette in dubbio tutte le fondamenta della nostra etica.
Anzi, la cosa che più mi ha disarmato è che se fino al penultimo episodio il cancro ai polmoni dava senso anche alle sue peggiori efferatezze, quando poi Mister White confessa la sua voglia di rivalsa prima dell'inevitabile epilogo, il tutto mi ha messo con le spalle al muro.
Avevo avallato il peggio del peggio da un personaggio comunque debole e meschino, ma nello stesso tempo forte e ardimentoso.
Ho chiuso il confanetto dei dvd quasi vergognandomi dei miei sentimenti. Ogni tanto, ci vorrebbe un Breaking Bad nella nostra vita: serve come esame di coscienza. E fa molto male.

mercoledì 25 febbraio 2015

#Fotografia - La (seconda ) mostra di Stefano Restivo

Poco più di un anno fa, conoscemmo le foto di Stefano Restivo in una mostra azzeccata e ben congegnata. Ieri ne ha inaugurata un'altra, sempre qui (a via del Moro 49, Roma).
Come si sa, spesso la seconda prova è pù difficile della prima. Eppure, il buon Stefano è riuscito a sorprendere persino lo scettico che è in me. E già, perché io avevo visto le foto in anteprima sul mio pc; voleva che scrivessi il testo di presentazione. 
Guardandole nel microschermo, non ero riuscito ad assaporarle fino in fondo. Per cui mi sono affidato più alle sensazioni di un anno fa, scrivendo:
Se per infantile dispetto un bel giorno la realtà volesse vendere l'anima, chiederebbe prima a Stefano Restivo di fotografarla, così potrebbe ricordare a se stessa - e a noi - che in fondo la sua anima non è mai esistita.
E Stefano non farebbe sforzo alcuno per obbligare la luce e le ombre a giocare con quella scommessa: gli obbedirebbero all’istante, tale è la grazia e il rispetto che il nostro conserva accuratamente per le cose che considera e ama.
C'è qualcosa di seducente nelle foto di Stefano, che suggerisce dolcemente di guardarle più e più volte, alla ricerca di una risposta a una domanda che neanche immaginiamo, e che neanche ci interessa conoscere.
Ma la cosa più bella, forse il miglior pregio delle sue foto, è che non ci si sente obbligati a nessun rito… né tantomeno a fissarle per ore, o fugacemente, o a cercarvi forzatamente chissà quale "oltre" (concetto abusato di cui francamente non se ne può più).
Il tempo dell’osservarle - se di tempo vogliamo parlare - fa parte delle stesse foto: sarà poi lo spettatore a scegliere se divorare questo tempo, assaggiarlo, sorseggiarlo o anche e solo osservarlo. L'osservatore diventa un impertinente scrutatore che si lascia andare con voluttà ai giochi e ai riflessi di Stefano, cercando di mantenersi in equilibrio tra passione e meraviglia.
Tutto questo, Stefano già lo sa: ed è il motivo per cui vi guarda con fare sornione, facendo finta di ignorare le sue creature, ma stando ben attento che non perdano la propria anima per far contenta la realtà.
Be', quando le ho viste ieri, nella loro collocazione, col giusto respiro, con un sottofondo di viola del '700 suonata in diretta da un comune amico, con la giusta cornice di una Trastevere sempre sorniona ed evocativa... insomma, andate a vedere queste foto. Meritano.