martedì 12 aprile 2016

le possibilità di Herbie Hancock

Le autobiografie sono oggetti deliziosi, divertenti, spesso intriganti; però corrono il rischio di non essere credibili. 
Troppo facile suonarsela con disinvoltura, senza che uno spirito critico o almeno competente sappia rintuzzare imprecisioni o vanità.
Però Herbie Hancock è così simpatico, empatico e umilmente geniale, che non mi sono minimamente preoccupato di verificare nulla delle storie contenute nella sua pregevole autobiografia.
In questo suo libro, insomma, si ha la conferma esatta del suo pianismo: sempre attento alle novità, mai ripetitivo, con una cifra e uno stile duttili ma non furbi, che tendono spontaneamente a mettersi costantemente in discussione.
E stiamo parlando di un pianista che ha anche intrapreso strade ipercommerciali, mettendo in difficoltà anche i più tolleranti tra i suoi estimatori.
Eppure, e alla fine, da Herbie Hancock accetti qualunque cosa. 
Sicuramente, non è un libro storico, né tantomeno tecnico; in più, c'è un apparente tentativo di riappacificazione con chiunque abbia collaborato con lui (il mondo del jazz, si sa, vive anche di conflitti). 
Però, e alla fine, è un libro che merita di essere acquistato.

venerdì 8 aprile 2016

Blue Trane - La vita e la musica di John Coltrane

Di questa perla biografica ho la prima edizione, che ebbe strana fortuna per motivi grafici: sulla costa il cognome dell'ottimo autore, Lewis Porter, era scritto con un corpo superiore a quello del musicista trattato, generando di fatto l'equivoco che la biografia fosse su Cole Porter e non sul grandissimo John Coltrane, un'iradiddio del sassofono che ancora oggi saprebbe insegnare grandi cose.
È un testo che marcia su almeno tre grandi direttrici: una biografia asciutta, nitida e ben articolata che racconta anche un'America di altri tempi, nel bene e nel male; un saggio musicale accessibile anche all'ascoltatore meno avvertito alla teoria musicale; un preciso manuale musicale per musicisti esigenti e competenti.
400 pagine di testo e spartiti, oltre 10 pagine di fitta bibliografia, un indice dei nomi vasto e accurato, utili e precise annotazioni per quasi 50 pagine... nessun chiacchierismo personale o sciatto in cui (come solo sanno fare certi critici italiani) il protagonista sembra più l'autore che il soggetto del testo. Insomma, un libro perfetto che non dovrebbe mancare nelle vostre librerie.

martedì 1 marzo 2016

sbalordirsi con i Dream Theater

Tra i miei "peccati" musicali figurano anche i Dream Theater: adoro quel loro modo così crasso di dimostrarsi superiori al genere umano, con tecniche strabilianti e geometricamente ineccepibili, a volte fredde, spesso calcolate, ma dagli effetti decisamente stupefacenti. 
Certo, non amo la voce patinata di La Brie, con quell'urgenza adolescenziale di terminare la frase prima che finisca il fiato; a pari livello, preferisco la "voce con la patta" di Robert Plant, che invece sapeva di fate e di grotte e di afrore pagano.
Però ho tutti i loro cd, che conservo e ascolto ciclicamente almeno una volta l'anno.
Ebbene, questo loro ultimo lavoro è forse la cosa migliore che abbiano mai fatto; ve lo dice uno che preferisce masticare altri generi. THE ASTONISHING, insomma, dovrebbe essere ascoltato anche da chi non ama il metal progressive o comunque mal digerisce le raffiche di note quasi-gratuite-ma-spettacolari.
È un concept album che 20 anni fa avremmo definito quadruplo LP, ma che oggi possiamo limitarci a misurarlo come doppio CD. 
La storia è molto banana e prevedibile (la trovate riassunta qui); ma è il modo con cui viene narrata che trovo credibile.
Innanzitutto, non soffre della sindrome da quarto lato (tipo The Wall, che alla fine la fa troppo per le lunghe). 
Poi, non ha punti mediocri usati come mero passaggio per altri punti più eccellenti: la struttura è convincente dall'inizio alla fine, ed è godibile e credibile sotto ogni punto di vista.
Quindi, vede tutti i musicisti lavorare insieme per l'"idea": sì, ci sono terrificanti momenti solistici, ma sono coerenti e ben incastonati; non la solita accozzaglia di tecnicismi buttati là.
Infine, si sente che Jordan Rudess ha contribuito all'insieme in maniera quasi determinante: le partiture, cioè, sono tutte ben orchestrate e complete; Petrucci, si sa, tendeva sempre a esagerare pur di mettere in risalto la sua mitragliatrice a forma di chitarra.
È vero, non mancano momenti "simili" ad altri complessi/specialisti: ci sono molte cose in stile Yes, Queen, Jethro Tull, persino Cat Stevens, Pink Floyd e alla Satriani... e anche un chiaro omaggio a Jesus Christ Superstar (e a 007, se vogliamo). 
E poi, a volte trovo fastidioso il missaggio del drumming pustoloso di Mangini. 
Però è un signor lavoro.
E a voi che non amate il genere, soprattutto a voi, ne consiglio caldamente l'acquisto. 

 

mercoledì 24 febbraio 2016

purtroppo Spotlight non è quello che noi siamo

Fughiamo ogni dubbio: Il caso Spotlight è un capolavoro. Non tanto per la sua eccellente struttura (sceneggiatura, regia, fotografia, montaggio, musica), ma per il suo "sapore", per come cioè riesce a trattare un argomento così delicato - la pedofilia - senza mai scadere nel voyerismo, nell'ammiccare, nell'allusione crassa. Spotlight, insomma, è un esercizio di stile dentro quell'altro esercizio di stile più palese: il come si fa giornalismo d'inchiesta.
E già: come si fa giornalismo d'inchiesta?
Ce lo dice lo stesso Michael Keaton quando presenta il suo staff al neo direttore Liev Schreiber: certe inchieste potrebbero durare anche un anno! Capito? Un anno!
E perché mai qui da noi sarebbe impossibile?
Per un mucchio di motivi (lettori faciloni esclusi, ovviamente): 1) il gruppo dev'essere affiatato e collaborativo; 2) bisogna approfondire, e poi fermarsi per ragionare, e poi di nuovo approfondire, e poi di nuovo fermarsi per ragionare; 3) non bisogna mai dare le cose per scontate; 4) bisogna andare oltre le conventicole, le amicizie, le conoscenze; 5) non bisogna temere il pubblico, ma rispettarlo; 6) non bisogna adulare il pubblico, ma accompagnarlo; 7) bisogna riconoscere i propri limiti e sfidarli; 8) bisogna ricordarsi dei propri errori; 9) bisogna rispettare sempre le gerarchie; 10) sconfitte e successi sono colpa o merito di tutti.
Ma soprattutto c'è un elemento che non va mai dimenticato, e che va al di là delle cose pratiche, ed è un elemento etico e non scritto: il patto con il lettore. Se tu sei un professionista serio, io come lettore mi fido di te anche quando non sono assimilabile all'orientamento ideologico della tua testata. 
Il patto col lettore è più di una regola kantiana: è la chiave per comprendere la cultura del giornalismo anglosassone che è alla radice anche di Spotlight.
Ebbene, io non voglio chiedervi se i giornalisti italici siano dei buoni investigatori, perché la risposta già la sappiamo; ed è uno sconfortante "NO"! Del resto, pigri e svogliati come sono, preferiscono l'opinioncina-finta-indipendente-ma-superlecchina o il guadagnare aggregando notizie altrui spacciandole per spiegoni.
Io mi chiedo, e vi chiedo, ma tutti quei buffoni che "spiegano bene" il film o lo prendono come archetipo del proprio ideale di giornalismo - che però sono i primi a non praticare - e lo brandiscono contro i propri colleghi - dove comunque il più pulito ha la gogna... dicevo, questi buffoni, che razza di patto hanno fatto con i propri lettori?

martedì 19 gennaio 2016

Glenn Frey e uno scotch per fare il barrè

Avevo quattordici anni. Michele aveva un impianto stereo niente male. Era laziale (lo è pure oggi, ahilui). E amava la musica. Come tutti i laziali aveva una predilezione per le aquile; per assimilazione, amava anche gli Eagles.
Prese la copertina del mitico LIVE! e subito partì il fragore del pubblico, poi un calpiccichìo e... On a dark desert aiuei, cul uind in mai eir... era Hotel California.
Era un periodo in cui avevo appena scoperto Jackson Browne, i Queen, i Pink Floyd e gli Yes. Ma questi cori, questo straordinario modo di fondere country e rock, pop e west coast, mi conquistarono all'istante.
Un anno dopo mi ritrovai con una chitarra in mano, lo spartito degli Eagles, e due grosse incognite: come si legge la musica?; ma, soprattutto, come diamine si fa un barrè?
Avevo le dita stupide, deboli, incapaci di dare la giusta pressione al nylon e al rame delle Savarez Rouge. E allora escogitai un trucco: misi le dita a mo' di pistola, presi una matita e la adesivai duramente lungo tutto l'indice disteso all'inverosimile; medio, anulare e mignolo, invece, ben piegati su di loro.
Per un mese mi forzai ogni notte a mantenere quella dolorosa condizione; il giorno, invece, mi ci sedevo sopra durante tutto l'arco delle lezioni liceali.
Dopodiché, cominciai lentamente ad avventurarmi dentro quegli accordi... e ce la feci: potevo finalmente suonare con gli Eagles. Peccato che non mi abbiano mai convocato!
Ciao, Glenn Frey, mi piace ricordarti con questa chicca meno nota, ma sublime: Sad Café

 
The Sad Cafe - The Eagles from Oliver Hardy on Vimeo

domenica 17 gennaio 2016

la mia vita ai tempi di David Bowie (che poi ognuno lo ha avuto solo per sé)

Sto subendo qualcosa di astratto dalla morte di David Bowie, che non riesco ancora a concretizzare: l'ho rifiutata mentalmente prima che emotivamente, perché è sempre appartenuto alla mia vita di ogni giorno. E me ne sto accorgendo solo adesso.È come quei cari rari amici che incontri una volta all'anno, magari ogni due, ma che sembra ieri ti ci eri congedato, e allora ti ci sciogli immediatamente insieme davanti a un bel bicchiere di vino.È quell'amico con cui sghignazzi per delle sciocchezze, e la gente o tua moglie ti guardano prendendoti per scemo perché loro ti vedono da solo al tavolo, mentre tu sai che c'è David Bowie con te, che ammicca complicità da ogni poro.C'è qualcosa di infinitamente amaro nella morte di un amico così presente e intimo, che ha fatto parte dei miei sorrisi e delle mie lacrime, e che mi ha sempre tenuto per mano (e non solo dentro la mia immaginazione, ne sono aancora convinto). E anche se non me lo voglio ancora dire, spero che neanche la sua morte possa allontanarlo dalle nostre consuetudini.
Eppure è la Morte che dà significato a ogni cosa.
E allora le canzoni di David Bowie, canzoni che sono solo mie, ma che nel contempo sono anche solo vostre, diventano timbri nella memoria, tatuaggi evocativi.
E dire che ho sempre creduto che una canzone non avesse diritto di rappresentare un ricordo: una canzone è arte, non egoismo autoreferenziale. Eppure solo David Bowie ha saputo entrare nei miei ricordi, partecipando alle mie sensazioni; dolorose, gioiose, forti e deboli... all'istante.
Non passava momento che non mi sentissi quasi in dovere di informarlo dei miei passi nel mondo, prendendo in mano i suoi dischi per raccontare loro quali eventi stavano diventando nodali nei miei persempre. E lui là, sornione, al di fuori di me ma comunque mio fedele compagno, pronto e generoso a rispondere, sempre disponibile ad accettare ogni più intrinseca e inestricabile confidenza nella sua immensa partitura musicale.Di fronte ai drammi epocali che mietono vittime e spostano le curve della Storia si dice sempre "niente sarà più come prima".
A me sta accadendo la stessa cosa per qualcosa di più semplice, di più terreno: da giorni, ormai, c'è un bicchiere di vino sul tavolo del mio salotto... e nessuno che voglia condividerlo con me.

sabato 2 gennaio 2016

la musica vestita alla grande da Sugarpie & The Candymen a #UJW23

Chiusura alla grande, alla grandissima, di questa 23esima edizione di Umbria Jazz Winter (perlomeno per chi scrive). Eravamo partiti sottotono, ma poi siamo arrivati a questi Sugarpie and The Candymen, un delizioso traguardo ricco di sorprese e molto divertente.
Siamo di fronte a uno swing di eccellente qualità, proposto in maniera adulta e professionale da cinque ragazzi che gli organizzatori avrebbero potuto tranquillamente collocare dentro il palco principale del Teatro Mancinelli.
Mi sfugge, insomma, perché si debba sempre relegare il jazz più sorridente tra i tavoli di una cena sponsorizzata (con maleducati rumori di contorno) anziché "rischiare" di regalargli la platea di cui è degno. Specie dopo aver troppo insistito col duo Wilson and Nash.
Fatto sta che siamo passati con estrema facilità dai classici dello swing tradizionale a Come As You Are dei Nirvana (!), dai Bitols di When I'm 64 ai Deep Purple di Strage Kind Of Woman/Lazy/Highway Star... un medley avvincente e tecnicamente probante in cui hanno fatto capolino anche citazioni da Čajkovskij e Zorba il greco (!!).
Gran finale con una micidiale Bohemian Rhapsody, i Clash e... Prince.
Se questi Sugarpie & The Candymen continueranno così, potranno dare del filo da torcere agli adulti serissimi di Musica Nuda.
Georgia Ciavatta ha una voce purissima e coraggiosa. Jacopo Delfini coccola una chitarra in maniera più brava di quanto non sembri. Renato Podestà, invece, suona la chitarra in maniera sorniona e spregiudicata, ed è molto attento alla pulizia di ogni singola nota. Claudio Ottaviano è un timido ma risoluto contrabbasso. Roberto Lupo swinga in maniera molto arguta non disdegnando il drumming più moderno.

le eccellenze di The Golden Circle a #UJW23

Compratevi The Golden Circle e infilatelo nel lettore della vostra auto - spenta mi raccomando - e non prima di aver allacciato le cinture!
Visto? Siete partiti a razzo... e chi vi ferma più!
A parte le battute, già conoscevo questo corposo e muscolare omaggio al primo Ornette Coleman, e me n'ero innamorato con rara dedizione, tanto da averlo poi ascoltato più e più volte per oltre un mese.
Mi sono quindi avvicinato a questo concerto cercando temerariamente di liberarmi da ogni possibile aspettativa; oltretutto, adoro Bosso, stimo Giuliani, e credo di potermi definire "amico" di Pietropaoli. Insomma, dentro di me temevo la delusione, la meccanica ripetizione delle partiture del cd
Macchè... questo live è andato oltre ogni possibile possibilità: mi ha preso cuore, cervello e stomaco e li ha scagliati in ogni dove, camminandoci sopra, spolpandoli, mangiucchiandoli con sorridente ironia. Uno di quei concerti che mi porterò addosso per molto tempo. E dire che "nonno" Enzo mi ha poi confessato di aver iniziato il set con un terribile mal di testa. E pensa tu se stavi bene!
Insomma, se dovessi portarmi un supergruppo nella proverbiale isola deserta, oltre ai King Crimson seconda maniera porterei con me Rosario Giuliani al sax alto, Fabrizio Bosso alla tromba, Enzo Pietropaoli al contrabbasso e Marcello Di Leonardo alla batteria.