domenica 10 maggio 2015

l'ebola nell'occhio era stato (quasi) previsto


Che i film horror e di fantascienza precedano spesso la realtà è più che dimostrabile (il solo Star Trek ha preconizzato almeno due invenzioni: il cd/dvd e il cellulare). Ma la storia vera di cui si è parlato in queste ore ha addirittura dell'incredibile. Sembra, insomma, che ebola si sia nascosto nell'occhio del dottore Ian Crozier, tra i pochi sopravvissuti al terribile virus, modificandone addirittura il colore (qui il racconto di Repubblica).
Per assonanza mi sono venuti immediatamente in mente gli occhi malefici dei bimbi posseduti ne Il villaggio dei dannati, capolavoro letterario del 1957 di John Wyndham, poi liberamente tradotto in film due volte: nel 1960 da Wolf Rilla (molto bene), e nel 1995 da John Carpenter (così così). Ma, appunto, è stato solo un riflesso condizionato.
In realtà, il film che ha accarezzato una situazione simile a quella (triste e dolorosa) di Crozier è 28 settimane dopo, di Juan Carlos Fresnadillo (2007), sequel del film 28 giorni dopo di Danny Boyle (2002). 
Una terrificante forma di rabbia colpisce Londra, e si distribuisce in men che non si dica in tutta l'isola. La vulgata facilona vuole che gli appestati siano zombie, mentre in realtà sono dei "banalissimi" ma terrificanti rabbiosi (tant'è che possono essere uccisi anche senza colpirli in testa, per dire). 
Al di là di questo, ventotto settimane dopo, il virus sembra sia scemato: a Londra e in tutto il Regno Unito regna la legge marziale supervisionata dagli amici americani.
Dopo una serie di vicissitudini che non vi sto a dire, viene ritrovata una donna sostanzialmente immune: in lei il virus è decisamente presente senza che però presenti alcun sintomo. Il rovescio della medaglia è che anche il solo entrare in contatto con la sua saliva significa fare una bruttissima fine. Uno degli elementi più evidenti che contraddistingue questa strana ma pericolosa immunità è una particolare forma di eterocromia.
La cosa ancor più curiosa - e nodale per l'amara conclusione del film - è che la piccola figlia di questa donna ha la stessa eterocromia. E guarda caso, dopo essere stata mozzicata da un rabbioso, non le accade nulla: però poi trasporterà inconsapevolmente la sua saliva contagiosa oltre Manica, devastando l'intera Francia se non l'Europa tutta.

mercoledì 29 aprile 2015

gli eroi di iiro rantala

Fossimo finlandesi non avrei dovuto scrivere tutto minuscolo il titolo di questo post: da quelle parti, infatti, sanno che Iiro si legge "iiro" e non "liro". Fatta questa premessa - stupida ma essenziale, passiamo oltre.
Parliamo di pianisti: ne conosco così tanti che trovo perlomeno ingiusto stilare una classifica. Se, però, insistete, possiamo pensare che il mondo del pianoforte jazz sia un po' come una piramide, la cui punta è Keith Jarrett e tutto il resto scende giù... Allevi? Nessun problema: non è un pianista.
Ebbene, dove andrebbe collocato Rantala? Eh, è una bella domanda. Perché se dovessimo basarci solo sul singolo ascolto di questo Lost Heroes ci verrebbe istintivo collocarlo vicino all'entrata dei visitatori di questa ipotetica piramide.
Certo, alcuni brani sono comunque - e chiaramente - complessi o tendenti al complesso: però, poi, è chiaro che Rantala tenti più di comunicare qualcosa direttamente e senza fronzoli, piuttosto che restare pervicacemente rinchiuso in se stesso, costringendo l'ascoltatore ad entrare chissà in quale antro mistico. Del resto, nell'intervista che trovate alla fine di questo post, il nostro amico dichiara esplicitamente questa attitudine.
Il cd è un evidente omaggio ai compositori (o amici) più amati da Rantala. Molti sono noti: Bill Evans (il pianista, ovviamente), Toots Thielemans, Michel Petrucciani, Jaco Pastorius, Errol Garner, Art Tatum, Oscar Peterson. Un paio sono "classici": Sibelius e Pavarotti; un altro paio di nicchia: Pekka Pohjola e Esbjörn Svensson.
L'etichetta che lo rappresenta ne decanta la misura e l'eleganza: e in effetti sono due pregi che si sentono e si vivono con dolce intensità; soprattutto colpisce l'esattezza delle note, che è un'attitudine che a me piace moltissimo.
Ebbene, non sono riuscito ad appassionarmi totalmente a questo lavoro, finché non ho incrociato il secondo video che trovate qui sotto: è l'elegia dedicata a(l mio amatissimo bassista) Pekka Pohjola, riproposta dal vivo con l'intrigante chitarra di Marzi Nyman e... il beatbox di Felix Zenger. Surreale quanto eccezionale.



mercoledì 22 aprile 2015

Anime Nere, una (amara) recensione tardiva

Se non avete visto questo capolavoro, fermatevi qui; altrimenti scoprite come va a finire

È incredibile come già la locandina ufficiale dia un'idea (volutamente?) diversa della trama. È come se il regista volesse giocare con lo spettatore, promettendogli un esito che invece non accadrà.
Dato che non amo far finta di sapere cosa passa per la capoccia di un regista, mi limito solo a sottolineare che questo Anime Nere riduce al silenzio un altro capolavoro: Gomorra, con cui sembra condividere perlomeno l'afflato di una denuncia mai fine a se stessa. 
Ma il confronto finisce qua, per un serie di motivi. Il primo: Gomorra partì avvantaggiato dell'esagerato successo del testo omonimo e da tutte quelle faziose liturgie che hanno ormai mortificato l'identità dell'autore, Roberto Saviano (ormai un'ombra dell'eroe che fu). 
Il secondo motivo è che mentre Gomorra non preclude lo spazio a una possibile speranza, Anime Nere la speranza la irride, la fa a pezzi, la sbriciola. Paradossalmente, e tristemente, è più realista Anime Nere.
Il terzo motivo è la regia: Francesco Munzi è al servizio della trama e dell'idea cinematografica. È spettatore, forse: ma è anche indignato (la penultima inquadratura ne è valido esempio). In Gomorra, invece, si "sente" una voglia di estetismo borioso che spesso cozza con l'invece necessario cronachismo asciutto. Per carità, funziona. Ma io sono convinto che Garrone abbia sempre tenuto un occhio fisso sull'egocentrico successo prefabbricato: paradossalmente, non ha tenuto la briglia sciolta, affidandosi invece alla sicurezza del già noto.
Il quarto motivo sono i protagonisti: in Anime Nere abbiamo a che fare con attori di nicchia, quasi sconosciuti; in Gomorra, invece, c'è stato un gioco delle parti sin troppo ammiccante.
Dato che mi rivolgo solo a chi ha visto il film, posso confessarvi che mi sono sentito una merda per un motivo quasi imbarazzante: ho fatto il tifo per la vendetta. Ho sperato, cioè, che Luigi e Rocco avrebbero lavato col sangue l'affronto subito. 
Non avendo alcuna idea della vicenda - non leggo più le recensioni da lustri (perlomeno prima), mi sono affidato a una visione avventurosa della trama (che però aveva già chiarito cosa voleva dire a un terzo del suo percorso; ma io ho fatto finta di non capirlo).
Certo, il ritmo è decisamente pacato, quasi lento. In realtà, è quel tipo di vivere che mantiene il tempo così dilatato, quasi ripetitivo (anche nei suoi messaggi di morte), raccogliendo intorno alle persone un ambiente desolante e insicuro, sorrisi assenti, ghigni costanti, sfiducia e rabbia, aggressività bestiale mascherata da un pagano senso dell'onore ben ripulito da un simulacro di cristianesimo che neanche il diavolo professerebbe.
Non c'è speranza, dicevo. Non c'è nulla per cui valga la pena di leggere, di studiare, di essere onesti e retti. 
Non c'è speranza, pensavo. Non c'è spazio all'amore, al calore umano. La natura non ha diritti. Le donne non hanno diritti. La politica non ha spazi. O meglio, gli spazi ci sono: le regole, però, sono di questa assordante delinquenza. Non può esistere una politica "pulita" in questo sud così putrefatto: o si è collusi o si mente dicendo di non esserlo.
Io mi chiedo se i nostri politicanti, i nostri garantisti del cazzo, noi borghesucci che ce la tiriamo come pazzi dentro questa finta realtà che è il web... mi chiedo, insomma, se abbiamo capito cosa sia il sud d'Italia, cosa sia veramente la criminalità organizzata, cosa siano le nostre periferie. 
Tanto vale scappare. Tanto vale lasciare che l'Italia muoia delle sue stesse anime senza speranza.

sabato 18 aprile 2015

il mio Mario Pirani

Ci conoscemmo discutendo animosamente tramite un lungo scambio epistolare… già, vent'anni fa non esistevano le mail. Gianna Nannini aveva appena dimostrato platealmente contro Mururoa e Pirani la criticò aspramente. Io non ero certo favorevole all’esagerazione della cantante, ma neanche alle sperimentazioni nucleari dei francesi.
Dopo un paio di lettere, venne fuori che avevamo un comune amico appena scomparso, Tom Carini (il compagno di Elena Croce), e la circostanza trasformò quella discussione scritta in una chiacchierata telefonica, come fossimo vecchi amici (io, che potevo essere tranquillamente suo figlio).
Era un periodo in cui in Rai me ne capitavano di cotte e di crude: non “appartenendo” a nulla, ero obbligato a mendicare contratti e meritocrazia con risultati decisamente offensivi. Quando venne a sapere quali mancanze avevo subito da una comune conoscenza, Pirani prese le mie difese! Capito? Un uomo di tale portata, difendeva un ragazzo qualsiasi!
Credo sia stato uno dei pochi ad aver letto la mia tesi di laurea, oltretutto telefonandomi per ringraziarmi perché l’avevo citato tra le dediche.
Lo so, sono cose formali, facili da fare… ma, proprio perché “facili” da fare, nessuno dalle posizioni come la sua le ha mai fatte.
Grazie a lui ho conosciuto Enzo Siciliano, il quale dopo avermi conosciuto mi chiese il raro privilegio di scrivere nell’Enciclopedia del Cinema della Treccani! Una medaglia nel mio curriculum.
Colpito dalla qualità della mia voce, Pirani spedì il mio curriculum a Santalmassi (senza che gli avessi chiesto nulla), allora direttore delle tre reti radiofoniche della Rai. La cosa andò male solo perché quella comune amica aveva da imporre figli di amici più potenti.
Quando dovetti entrare forzatamente in causa con la Rai, fu l’unico che cercò di farmi entrare a Repubblica, tanto da farmi avere addirittura un colloquio con una dirigente della nascente area multimediale.
I primi tempi in cui ci frequentammo, una volta mi chiamò per invitarmi a colazione. Io, nella mia imbarazzata ingenuità, presi alla lettera l’invito e gli chiesi se preferiva i cornetti o le ciambelle… lui sorrise e mi disse: “preferisco che venga a mezzogiorno”.
Ecco, non posso dire di aver perso un “amico” perché è un termine sicuramente impegnativo, ricco di liturgie e significati profondi. Però sono veramente addolorato per la sua morte.
Non ci siamo mai dati del "tu", neanche so perché. Però, adesso che non ho la soggezione di avere davanti il suo sapido sguardo, posso permettermi di dire: ciao Mario, Arukh atah Adonai Eloheinu melekh ha'olam, dayan ha-emet.

giovedì 9 aprile 2015

Hand. Cannot. Erase. - Steven Wilson azzecca tutto

Se la citazione fosse un'arte, Steven Wilson ne sarebbe il massimo esponente. Attenzione, non stiamo parlando di plagio o di scopiazzamento, ma di influenze musicali che una volta assunte (e ammesse) determinano di fatto la qualità artistica - e anche umana - di un artista. E Wilson è un fior di artista.
È chiaramente debitore dei generi che ama. Ma è riuscito nella rara impresa di sapersi muovere dentro queste influenze, senza rinnegarle, senza negarle, camminandoci accanto, spesso insieme, per poi donarci opere, idee e canzoni, a volte innovative, comunque molto belle, spesso coraggiose perché controcorrente (ma senza la spocchia del fighetto).
Gli riconosco almeno tre grandi pregi, il primo frutto di rara intelligenza: Wilson diversifica intenzionalmente le proprie attitudini musicali, in maniera radicale e riconoscibile (suoi sono i Porcupine Tree, suoi sono i No-Man), dimodoché ogni combo abbia identità e dignità assolute. Del resto, c'è uno specifico e netto file rouge in ognuno dei suoi progetti che li rende ognuno diverso dall'altro.
Il secondo pregio è la tecnica: sa usare le tastiere (ma senza strafare), sa suonare molto bene la chitarra (ma con inusitata misura), sa arrangiare i propri brani con scelte spesso coraggiose.
Il terzo pregio: la voce. La voce di Steven Wilson è un dono di rara purezza.
Devo confessare che alcune sue ultime cose con i Porcupine non mi sono piaciute più di tanto (io adoro Stupid Dream e Lightbulb Sun, per dire), e trovo che alcune sue strutture compositive siano diventate troppo prevedibili, come se avesse scelto di dire la sua solo in quattro/cinque modi, e basta.
Poi, però, appena ho ascoltato questo suo ultimo Hand. Cannot. Erase. sono rimasto folgorato. Un concept album struggente, dolente, dolcissimo e ricco di languore, che ti prende il cuore e la mente e non te li lascia più. Un salto in avanti che mi ha lasciato di stucco.
Il pretesto di partenza è purtroppo reale: racconta di Joyce Vincent, una ragazza con una sua storia, una dignità, aspettative e desideri come tutti noi, che sparì da un giorno all'altro senza dare più notizia di sé, ma soprattutto senza che nessuno - tra amici e parenti - provò a cercarla, contattarla, anche e solo telefonarle... la trovarono nel 2006, morta nel suo appartamento. Peccato che il decesso fosse avvenuto tre anni prima.
Stiamo parlando di una 38enne. Stiamo parlando di una città come Londra!
Wilson ha deciso quindi di raccontare alcuni momenti della vita di Joyce dalla sua ipotetica prospettiva. Insomma, il nostro compositore riesce a raccontare al femminile sentimenti forti e struggenti, uscendo dalla banalità dell'aneddoto per affrontare anche le petulanti costanti della società contemporanea, senza sparare le solite sciocchezze qualunquiste e salottiere, ma con testi decisamente belli e di rara profondità (cliccate qui per godere di una sommaria ma affettuosa traduzione).
Addirittura ha costruito un blog intorno al personaggio (qui in originale, qui tradotto) che vi consiglio di leggere con attenzione.
Per gli appassionati ed esperti, i musicisti che l'accompagnano nel progetto hanno tutti pedigree di indiscutibile qualità (e secondo me hanno pesato moltissimo sulla freschezza innovativa di questo lavoro): tra tutti spicca Adam Holzman, che ha lavorato giusto giusto con Miles Davis.
L'intervista che trovate qui sotto chiarisce molte cose di questo concept (attenzione a come spiega l'origine del titolo), e presenta anche un uomo intellettualmente stimolante, arguto, ancora entusiasta, umile e curioso.
Verso la fine, Steven Wilson spiega il suo sentirsi lontano dal rock progressivo cui spesso la sua musica viene accostata. E in effetti egli ha sempre dimostrato di conoscere e di apprezzare molto altro, non per forza cosi "vecchio" (certo, è anche l'ingegnere che sta ripulendo tutta la discografia dei King Crimson...).
Ebbene, non me ne vorrà se ho fatto le pulci al secondo brano di questo cd - smaccatamente datato (ma anche l'unico che contraddice i suoi distinguo). È un gioco, ovviamente; irriverente quanto affettuoso. Se vi va, prendete il vostro cd e sparatevi 3 years older insieme alla mia guida.



3 years older, un'analisi saccente e irriverente


  • fino a 00:26 siamo di fronte a Watcher of the Skies dei Genesis con un timido riferimento a Livemiles dei Tangerine Dream
  • fino a 00:39 c'è Pete Townshend degli Who di Tommy che incontra i Rush 
  • fino a 00:54 Cinema Show chiama, Steven Wilson risponde
  • fino a 01:00 Genesis e Rush danzano con i Dream Theater
  • fino a 01:28 i Genesis di Cinema Show incontrano gli Yes di Survival
  • fino a 01:50 Yes purissimo, con il bassismo dello stesso Wilson che ricorda Chris Squire, ma più grunge
  • fino a 02:25 i Led Zeppelin e Steve Howe si sono fusi al centro di Londra
  • poi, per pochissimi secondi, con la mente canticchiamo Home, home again... I like to be here when I can che però si fonde - di nuovo! - con Survival degli Yes e con gli stessi Pink Floyd (ma di Obscured by clouds, questa volta)
  • da 02:51 comincia il cantato, dove i Beatles incontreranno costantemente Crosby, Stills e Nash (ed è da sturbo, ammettiamolo)
  • a 03:35 il tema b è una variazione sul tema a che vi fa venire voglia di rispondergli con quel classico controtempo blueseggiante di Hey Joe (provateci, ci sta tutto)
  • e quando entrano le tastiere (un mellotron decisamente azzeccato), torniamo nei binari wilsoniani cui fa da splendido contrappunto una slide guitar (04:14, circa) che porta con sé mille storie di sempre
  • poco prima del ritornellone sparatissimo, se ci fate caso si intrasente una seconda chitarra dal suono cristallino (04:38) che ricorda certe cose di Phil Miller degli Hatfield and the North
  • a 04:50 parte il tipico "ritornellone wilsoniano senza parole" che spari a palla dentro l'auto in mezzo al traffico, che però a me ricorda moltissimo No Opportunity Necessary, No Experience Needed nella versione degli Yes, ma soprattutto The Song Remains the Same dei Led Zeppelin (i più pignoli ci troveranno anche qualcosa di Musical Box dei Genesis)
  • a 05:17 parte un momento pianistico alla Jordan Rudess di Six Degrees of Inner Turbulence
  • dopodiché, troviamo gli stessi topos illustrati finora
  • a 06:50 scomodiamo i Genesis di Trick of the Tail (ma anche gli Opeth)
  • ma da 07:26 parte l'imprevedibile citazione delle citazioni: Van Der Graaf Generator (Pawn Hearts, per la precisione) che poi sbarellano addosso a Keith Emerson
  • da 08:40 si capisce quanto sia abile Steve Wilson a rimettere tutto dove vuole lui e come vuole lui (ecco perché so che non si offende se lo prendo un po' in giro con questo post): un delizioso passaggio di synth inanella una nota suadente dopo l'altra
  • da 09:34 riparte un bassismo alla Chris Squire veramente di qualità 
  • dopodiché, il brano si sgretola per poi trovarsi nella terza traccia

giovedì 2 aprile 2015

The Alan Parsons Project, il saggio di Francesco Ferrua

Quando mi chiedono quale sia la mia idea di canzone pop perfetta, non esito un secondo e dico Eye in the sky di Alan Parsons Project
Credo sia un brano da far ascoltare sia nelle scuole generiche che in quelle specialistiche, da cui c'è sempre qualcosa da imparare, ascolto dopo ascolto, senza mai stancarsi, senza che risulti stucchevole dopo la centesima volta.
Dall'intro al ritornello, passando per gli arrangiamenti, finendo con il breve solo di chitarra, con un reprise di rara asciuttezza, Eye in the skye ha il solo e unico difetto che non può essere sfiorato di un millimetro dalla sua essenza: la versione di Noa, per dire, è orribile; le esecuzioni dal vivo, poi, perdono per strada quell'insieme strutturale che mantiene limpida la versione in studio.
Qualcuno penserà che una canzone abbia senso anche se proposta live. Sono d'accordo. Però ci sono casi in cui il pop ha bisogno della sola ipocrisia di una buona produzione in studio; e non per questo perde di forza artistica e di essenza estetica.
E se è vero che chi non frequentava il Project lo ha sempre e solo ricondotto a questo singolo brano, è anche vero che l'attitudine produttiva del duo ha regalato alla storia della musica molti insospettabili gioielli.
Attenzione, non siamo nella stanza dei campioni ineludibili: però chi è appassionato di musica - e non si ferma di fronte a nulla - dovrebbe acquistare questo volume così corposo ed esauriente che sa raccontare l'intera vicenda del Project nelle sue innumerevoli forme, con una ricca aneddotica e un'esauriente appendice storica.
Paradossalmente, non so dire quanto Ferrua sia ben documentato, perché questo è il tipico caso di complesso che si conosce bene ma senza averlo approfondito più di tanto. In più ho pochissimi agganci con le mie conoscenze. 
Però ha tutta l'aria di essere un saggista corretto nei confronti del suo pubblico e onesto sotto il profilo della prolusione. Poca agiografia, pochissime sbavature nella sintassi, una narrazione scorrevole e avvincente.
 

giovedì 26 marzo 2015

Manu Katché - Live in concert

Un capolavoro, un autentico capolavoro.
Sensuale, caparbio, aggressivo, dolce, romantico, languoroso, moderno, tradizionale, intrigante, raffinato, sofisticato... impossibile trovare un solo binario entro cui costringere questa splendida opera di uno dei più dotati batteristi degli ultimi vent'anni.
Ed è ancora più sorprendente come lavoro perché è riuscito inaspettatamente a lib(e)rarsi da certi lacci seriosi e ammiccanti dei precedenti ultimi due cd, dove secondo me l'eccesso di "stile ECM" aveva sempre più congelato l'animo dell'ex batterista di Peter Gabriel, Pink Floyd, Dire Straits, Jan Garbarek e di mille altri.
Forse il passaggio alla ACT, forse il pubblico presente (una sorta di dodicesimo giocatore in campo), forse l'attitudine live, o forse tutte queste cose messe insieme, regalano all'ascoltatore un'esperienza musicale di rara bellezza.
Da evidenziare l'elegante timidezza di Luca Aquino, trombettista leggermente legato al suo vate Paolo Fresu, che riesce però ad inserirsi con scioltezza nel combo senza temere il confronto con Tomasz Stańko, Mathias Eick o Nils Petter Molvær (suoi autorevoli predecessori alla corte di Katché). 
Riuscitissimi il pianoforte e l'hammond di Jim Watson. Contenuto e sobrio il sassofonismo gotico di Tore Brunborg.

La sequenza dei brani (tutti di Katché) 
1 Pieces Of Emoion - 06:18
2 Shine And Blue - 05:12
3 Song For Her (di cui potete ammirare l'esecuzione qui sotto) - 07:44
4 Loving You - 02:48
5 Clubbing - 09:45
6 Springtime Dancing - 05:17
7 Walking By Your Side - 06:54
8 Beats And Bounce - 07:55
9 Drum Solo - 04:56
10 Snapshot - 09:03