venerdì 29 agosto 2014

4:44 - L'ultimo giorno sulla Terra

Di ultimi giorni sulla Terra la storia del cinema è piena. Certo, alcuni sono belli, altri un po' meno: però l'argomento resta suggestivo, e quasi sempre registi e sceneggiatori si sono affidati al pretesto per poi proporre letture audaci, coinvolgenti, anche divertenti.
Questo 4:44 di Abel Ferrara, però, quasi si sottrae da ogni possibile formula già sperimentata per raccontarci una fine del mondo "semplice", lineare, quasi probabile.
Sotto certi aspetti ricorda l'inarrivabile Last Night, che manteneva però un minimo di chiave allegorica. In alcuni momenti, poi, si "siede", come spesso capita ai film di Abel Ferrara, regista mai maturo che però sa contenere i suoi tormenti. Più in generale, non è un film "potabile".
Però ha un qualcosa che mi ha lasciato un segno: se avete tempo e voglia, un'occhiata al dvd vale; anche e solo per potermi dire poi che non vi è piaciuto così tanto.
Da segnalare un eccellente Willem Dafoe, tra i pochi attori rimasti a saper recitare anche col fisico, ma senza strafare.

lunedì 25 agosto 2014

#IlCapitaleUmano, una recensione tardiva

Formalmente ineccepibile, va detto; esteticamente raffinato, aggiungo; ma troppo lento se non addirittura noioso.
E poi, c'è quell'aria di prevedibilità che sembra voler accontentare molti palati senza però arrivare a un dunque.
Insomma, con questo Capitale Umano il cinema italico si conferma decisamente avanti sul piano formale, ma totalmente arido su quello dei contenuti.
Abbiamo, cioè, ottimi registi (più avanti rispetto ai mediocri attori che li aiutano), ma mancano storie decenti, buone sceneggiature e produttori all'altezza.
A me dispiace che queste carenze così palesi sfuggano alla critica nostrana sempre e invece incline al Fazio's style, fatto di solluccherosi ammiccamenti, di moralismi a buon mercato, di un'idea di cultura che nulla ha a che vedere con la libertà di pensiero e di pensare.
Virzì mi aveva deliziato con Caterina va in città, ma poi si è perso per strada.
Sorrentino aveva dimostrato un eccellente percorso artistico ricco di progressi, per poi fermarsi al Divo, bearsi dentro l'inutile This must be the place, suicidarsi dentro l'orribile Grande bellezza.
È come se la sindrome latina dell'autocelebrarsi ad ogni costo abbia colpito simultaneamente due dei nostri talenti migliori. Speriamo che almeno il Vicari regga all'impatto del dopo Diaz.
Due note buttate là: spiegatemi chi è quello sciagurato che ha voluto premiare più volte il traballante fonico in presa diretta; Gifuni e Bentivoglio molto bravi, al contrario della monotematica Bruni Tedeschi.

domenica 24 agosto 2014

cuCina "newyorchese" a Testaccio

La bellezza di Testaccio, il più piccolo Rione di Roma, sta tutta nel suo essere sornione, ma anche aperto al nuovo.
L'altro giorno sono andato con mia moglie e il mio compagno di cinema e tweet Mimmo Morabito nel nuovo ristorante cinese "Riso", e ho incontrato... New York.
Insomma, non il solito ristorantino unticcio e preconfezionato come tanti che affollano Roma, ma un garbato ristorante con un'architettura da Greenwich Village e una cucina ricca di sorprese.
E visto che ancora non ha un sito e non è su TripAdvisor, intanto ve lo segnalo io: sta qui.

sabato 9 agosto 2014

da Scattone a Schettino, l'ipocrita Italia di sempre

Io non sono garantista, perlomeno non potrei mai esserlo in un paese come l'Italia.
Ricordate l'omicidio di Marta Russo? Il 9 maggio del 1997, due delinquenti le distrussero il futuro, uccidendola imitando il terribile Amon Göth, raffigurato nitidamente da Spielberg in Schindler's List
Il Sacro Consesso delle Conventicole corse in soccorso dei due pressoché immediatamente (nonostante prove e testimonianze schiaccianti), con articoli, fondi e dichiarazioni che andarono ben oltre l'insulto e la diffamazione di chiunque avesse testimoniato o indagato contro i due bambocci viziati.
E anche se prove fattuali non ci fossero state (perlomeno all'istante), un buon giornalista avrebbe saputo girare per La Sapienza disvelando le loro note angherie, protervia e arroganza .
Il bello è che i due si sono sempre dichiarati innocenti, e mai hanno almeno chiesto scusa per l'accaduto. 
Se una pena detentiva serve alla redenzione - come biascicano i garantisti a corrente alternata, qui abbiamo decisamente fallito. Ma soprattutto, se l'intero Sacro Consesso delle Conventicole li protesse immediatamente in maniera plateale e volgare (senza neanche aspettare le prove), che senso aveva per loro almeno far finta di essere pentiti?
Se pensate che Scattone, appena scontata la blandissima pena, riprese ad insegnare in un liceo; se pensate che se non fosse stato per qualche genitore coraggioso, la cosa sarebbe passata inosservata... il disgusto e la rabbia salgono.
Ergo, se Schettino è andato a insegnare - seppure brevemente - a La Sapienza, non mi meraviglio più di tanto, se non dell'ipocrisia di chi si è indignato a comando. Ma anche dei presenti che non si sono alzati in massa. Già, perché noi italiani siamo sempre e solo spettatori: non agiamo mai perché non abbiamo neanche le palle di sentire puzza di melma.
È un paese di ipocriti che sparacchiano nel mucchio quando si può e quando conviene, tacendo però amabilmente e chirurgicamente sulla presenza di Adriano Sofri pressoché ovunque, prima, durante e dopo la sua pena (lunga ma comodissima): ha potuto elargire i suoi algidi moralismi dagli scranni di Panorama, Il Foglio e Repubblica (nonché da libri senza contraddittorio, editi da Sellerio), passando anche per i salotti televisivi di Fazio e di D'Amico, senza riscuotere indignazione alcuna. 
Fazio, quello che aveva sdoganato i Savoia ben prima del Parlamento. I Savoia, quelli che accolsero Mussolini a braccia aperte e firmarono lesti le sue Leggi Razziali.
Già...
Dicevo di Sofri, tra i riferimenti nobili e riconosciuti del terrorismo rosso; lui, che non si è mai pentito non tanto dell'essere stato il mandante dimostrato dell'omicidio del Commissario Calabresi, ma almeno l'ispiratore di quel delitto tramite la famigerata raccolta di firme de l'Espresso di oltre 750 personaggi pseudoillustri, in cui figura una buonissima parte dei componenti il Sacro Consesso delle Conventicole che ancora oggi influenza pesantemente il panorama politico/intellettuale, e che tace di fronte ai soprusi del bimbo Matteo Renzi, ma che anzi lo coccola e lo sprona a colpi di hashtag.
È un paese in cui Facci può insultare i neri, ma Tavecchio no.
È un paese in cui Taormina viene condannato per omofobia, ma che dimentica l'ottusità di Severgnini di fronte al matrimonio dei gay.
È un paese fiero della mancanza pressoché totale di giornalismo sul campo: tanto i pezzi li fanno gli altri, e noi copiamo e raccontiamo solo quelli che ci fanno comodo (cfr Linkiesta o ilPost).
È un paese in cui Repubblica insulta giorno e notte i dipendenti della Rai, o l'amministrazione disinvolta della Rai, o l'abuso di collaborazioni esterne della Rai... ma che dimentica che in Rai collaborano esterni come Augias e Serra e l'ultimissimo arrivato Giannini, quello che moralizzava pure su quante volte andiamo in bagno.
È un paese, insomma, a immagine e somiglianza dello sciagurato disastro politico attuato ieri da questa pseudosinistra di pappe molli che hanno abolito il Senato, regalando all'Italia le esatte intenzioni di Licio Gelli.
È un paese, insomma, che scrive le leggi con un pregiudicato conclamato.

mercoledì 6 agosto 2014

quando la Grimaud incontrò Rachmaninov

Non prendetemi per un maschilista, ma io sono convinto che alcuni strumenti musicali non siano adatti a una donna. Ma non per motivi meccanici, quanto per la resa.
Per dire: per quanto sia (stata) bbbona e brava, la Mutter ha sempre suonato ai limiti del fastidio, perché il violino non può essere solo acquetta buttata là, ma anche birra e vino, superalcolici e lava. Le sue dita, invece, campicchiavano di una buona diteggiatura ma con una mediocre resa artistica.
Oddio, alcuni strumenti musicali non potrebbero mai passare per mano maschile... ma il ragionamento è troppo lungo e ardimentoso.
Tra gli strumenti che io reputo maschili c'è anche il pianoforte. Certo, c'è la Argerich che fa eccezione. Ma è un caso isolato di un mondo femminile, invece, pervaso di zuccherini e melensità.
Eppure, da qualche giorno ho scoperto Hélène Grimaud. E l'ho messa alla mia prova tutta personale con un classico di Rachmaninov, il fatidico secondo concerto per pianoforte, che qualcuno ricorda allbaimaiselfato da Eric Carmen, e qualcun altro come "sigla" di apertura dell'ormai conclusa La Storia siamo noi.
Incredibile ma vero, la Grimaud fa l'operazione opposta, che proprio non ti aspetti: taglia di netto certi languori troppo Russia-sofferente-in-salsa-taiga, per buttarsi invece dentro un'austera visione della vaga ispirazione anche ottomana della partitura, là dove l'oriente uralico e quello mediorientale si fondono e confondono.
Insomma, vale la pena concentrarsi su questa non più ragazza, fenomeno dei tempi andati, poi sparita e quindi ritornata.
In questo video è diretta da Claudio Abbado; e ho detto tutto.

giovedì 31 luglio 2014

potremo mai imparare dalle formiche?

Saul Bass è uno di quei geni del cinema e della grafica che conoscete tutti quanti, senza sapere di conoscerlo. Tra manifesti, storyboard e idee varie, ha deliziato la storia del cinema (e della grafica) per parecchi lustri.
Per farvi capire cosa ha curato, basta ricordare i titoli di testa di Anatomia di un omicidio, le scene di massa di Spartacus, la sequenza della doccia in Psyco... così, presi nel mazzo (chi lo conosce, sa che ho trascurato palate di collaborazioni illustri).
Ebbene, il nostro si è cimentato una sola volta nella regia con un film di rara bellezza che purtroppo non riscosse il successo dovuto, vuoi perché ai limiti della fantascienza, vuoi perché ai limiti del film allegorico; alla fine, non ha soddisfatto il pubblico dell'una e dell'altra sponda.
Eppure Fase IV è un capolavoro, leggermente condizionato dai tempi lenti del periodo in cui fu girato (1974), ma con espedienti narrativi e di fotografia di rara bellezza (per dire: una formica viene ripresa mentre cammina tra un braccio e un tessuto... da brividi).
In sintesi, per un casino astronomico che piacerebbe tanto ai grillini, le formiche di una zona semi arida dell'America più recondita subiscono una brusca evoluzione del proprio comportamento: restano piccole piccole come sono già (quindi niente film b.e.m. all'orizzonte, insomma), ma cominciano a sfruttare al massimo le proprie potenzialità di superorganismo (ho citato volutamente l'ottimo e omonimo saggio di mirmicologia edito da Adelphi).
Due scienziati che studiano il fenomeno (più una fanciulla scampata a una strage - l'interprete fu l'ultima e bellissima moglie di Peter Sellers), sono costretti a numerose peripezie per tenere testa a una siffatta e precisa organizzazione.
La spiegazione della trama procede per fasi (da qui il titolo del film, splendidamente romanzato poi da Barry Malzberg), e ha una conclusione allegoricamente efficace, anche se forse troppo allusiva.
Fatto sta che la scena di cui vorrei parlarvi, e che motiva il titolo del post, ha a che vedere con l'inizio dell'assedio. I nostri due eroi hanno installato un laboratorio supertecnologico ai piedi delle torri che le formiche usano come nido. Laboratorio che ha delle difese ben congegnate per resistere a un assedio così microscopico (in fondo, stiamo parlando di formiche).
Ad un certo punto, il capo della spedizione preme il suo bel pulsantino e irrora il circondario di giallo, un insetticida potente che fa strage di insetti per un'area molto vasta.
Cosa fanno le formiche superstiti?
Accompagnata da una musica tipicamente anni '70 che ricorda un po' i Soft Machine e un po' i Pink Floyd di Saucerful of secrets, una formica stacca un pezzettino di insetticida e lo trascina con sé verso il nido. Ma poi, inevitabilmente muore. 
Ne arriva un'altra che prende con sé quel pezzettino, e dopo pochi metri muore. 
Ne arriva un'altra che prende quel pezzettino di insetticida, e poi muore. 
Insomma, alla fine, sacrificio dopo sacrificio, il frammento di giallo viene consegnato alla formica regina che inizia ad analizzarlo, lo seziona accuratamente e lo ingerisce. Dopo pochi secondi, dal suo addome escono delle uova gialle, future formiche che sapranno resistere alla terribile arma "nemica".

lunedì 28 luglio 2014

Un #Tavecchio di ieri: nessuna punizione pervenuta

Ricordate il caso Calderoli-Kyenge? Guardate come twittò Filippo Facci (un'espressione facciale, una garanzia)
C'è bisogno di commentare? 
No. 
Anzi, aggiungo che il sepolcro imbiancato Michele Serra (fratello gemello di quello intelligente che dirigeva Cuore) una volta che fu consultato su questo tweet di Facci... fece spallucce
L'ordine dei giornalisti NON punì e non ha MAI punito Facci. 
Ovviamente, il garantista Luca Sofri continua ad accoglierlo nel suo ilPost