mercoledì 29 ottobre 2014

L'audioteca della RAI, un patrimonio a rischio



L'audioteca della RAI, un patrimonio a rischio

La SLC-CGIL Roma e Lazio e la RSU CGIL del comparto radiofonia della RAI di Roma, denunciano il grave stato di incuria e di abbandono in cui sono tenuti centinaia di migliaia di supporti sonori rari e preziosi.

L'audioteca del centro di produzione di Radio RAI, in via Asiago 10, conserva la memoria storica del nostro paese, dalla nascita dell'EIAR ai giorni nostri: dischi, lacche, nastri. cassette analogiche e digitali, CD, sono conservati in locali inadeguati, polverosi, umidi, soggetti a rischio di infiltrazioni in caso di forti piogge.

Tutti gli esperti a livello mondiale di conservazione dei beni sonori lanciano da tempo un allarme pressante: se non si interviene rapidamente con seri progetti di digitalizzazione il patrimonio sonoro dell'umanità rischia di scomparire definitivamente entro pochi decenni. Per alcuni supporti come le lacche degli anni Cinquanta, di cui la RAI conserva decine di migliaia di esemplari, siamo già fuori tempo massimo.

A fronte di questa drammatica situazione, il Centro di Produzione Radio è riuscito a mettere in campo solo la digitalizzazione dei documenti dei Giornali Radio presenti su nastro magnetico, operazione affidata alle Teche di Torino, dato che il centro di Roma non avrebbe né le attrezzature né il personale per affrontare un lavoro del genere, e un lavoro di censimento e riorganizzazione del parco CD che procede con tempi biblici per carenza di personale.

L'audioteca continua ad essere utilizzata come struttura di servizio per l'alimentazione dei programmi radiofonici ma, dalle notizie in nostro possesso, non verrebbe applicata nessuna delle più elementari norme fissate dall'Associazione Internazionale degli Archivi Audiovisivi (IASA), fatto questo paradossale, dato che la stessa RAI è membro dell'associazione. Nonostante numerosi contatti e riunioni, anche ad alto livello, non si è mai riusciti a mettere in piedi serie collaborazioni con enti come la Discoteca di Stato, l'Accademia di Santa Cecilia, la Sezione Archivi del Ministero dei Beni Culturali. Mancano inoltre la capacità e la volontà di elaborare progetti di valorizzazione di ampio respiro, anche a livello Europeo, sfruttando possibili fonti di finanziamento.

Poche le iniziative di valorizzazione negli ultimi anni, come alcune collane discografiche, pregevoli ma mal distribuite.

Il personale è scarso e del tutto privo di quegli elementi di formazione che si dovrebbero richiedere oggi a un moderno operatore nel campo dei beni culturali. Inoltre, negli ultimi anni, non si è fatta alcuna seria riflessione, a livello di acquisizione, catalogazione e fruizione, sull'evoluzione e sulla smaterializzazione dei documenti sonori nell'era della rete. Quel poco che si è fatto in termini di conservazione e restauro si deve unicamente alla passione personale e all'iniziativa di alcuni dipendenti, che però non sono stati messi in grado di operare in una struttura efficiente, attrezzata, al passo con i tempi e, soprattutto, mai coinvolti su progetti organici e di ampio respiro. In pratica ci si limita, stancamente, a salvare il salvabile.

Questo quadro drammatico è aggravato da una storica carenza di macchinari. La RAI ha perseguito negli ultimi decenni una dissennata politica di smantellamento e distruzione delle macchine analogiche (magnetofoni e giradischi). I pochi esemplari superstiti, quegli stessi ormai rari apparecchi che i collezionisti cercano e acquistano in rete per cifre notevoli, sono abbandonati a se stessi, con scarsi o nulli interventi di manutenzione. Quindi, se e quando partirà mai un serio progetto di digitalizzazione e restauro, la RAI dovrà acquistare di nuovo, a prezzi decuplicati, macchine che in passato ha rottamato, oppure, peggio ancora, dovrà rivolgersi a ditte esterne che non offrono quei requisiti di competenza storica, scientifica e archivistica richiesti da un compito così delicato. Nello stesso tempo macchinari per il restauro dei documenti sonori, costosi e all'avanguardia, da quello che risulta a noi, giacciono da più di un anno negli scatoloni e non vengono montati e configurati per il disinteresse totale della dirigenza.

Ricordiamo che questi beni, se adeguatamente conservati, restaurati e valorizzati potrebbero rappresentare una preziosa risorsa economica, se utilizzati per iniziative discografiche ed editoriali, iniziative che la RAI di oggi, divisa tra Audioteca, Teche e Sviluppo Commerciale (ex Rai Trade) è incapace di mettere in campo.

L'archivio sonoro della RAI non appartiene solo all'azienda, è un bene comune di proprietà di tutti i cittadini italiani, perché conserva la loro storia e le loro voci; è un delitto quindi vederlo deperire inesorabilmente proprio mentre la Radio festeggia i suoi novanta anni di vita.

Per queste ragioni, anche alla luce dei drammatici tagli imposti alla Rai dalla Legge di Stabilità e dalla contemporanea svendita di Rai Way, chiediamo all'Azienda un deciso cambio di passo in questo come in altri settori. Chiediamo quindi un incontro urgente all'Azienda per discutere delle tematiche in oggetto

SEGRETERIA SLC-CGIL ROMA E LAZIO
RSU SLC-CGIL RADIOFONIA ROMA

martedì 21 ottobre 2014

(auto)biografie musicali da evitare

Domenica stavo mettendo a posto l'area della mia libreria dedicata alle (auto)biografie musicali, e mi sono reso conto sia di quante ne ho che di quante mi abbiano "tradito".
Attenzione: non è che io mi aspetti chissà cosa o che abbia in mente un unico modo di scrivere (auto)biografie musicali. Però a tutto c'è un limite. E purtroppo la mia amata - amatissima - Arcana è quella che ne ha sbagliate di più, perlomeno recentemente.
Quella sui Queen è tradotta coi piedi, ricca di refusi e di errori anche macroscopici.
Quella sui Led Zeppelin sembra scritta da un bambino, con numerosi errori di date e riferimenti.
Su quella sui King Crimson non mi pronuncio per pura sensibilità nei confronti dell'autore. 
Ma quella che veramente non ho capito è la recente autobiografia di Mike Rutherford, bassista e chitarrista dei Genesis (insieme a Tony Banks è l'unico ad aver fatto parte di tutte le possibili formazioni).
Refusi in quantità, traduzione approssimativa... ma, soprattutto, sembra mancare qualcosa. 
Vediamola al contrario: secondo alcuni critici, il libro sarebbe una sorta di diario scritto al padre; secondo altri, è un libro per il padre. Invece, 'sto benedetto padre appare e scompare senza far parte di una vera e propria linea narrativa. 
In più: nessun riferimento tecnico, nessun aneddoto almeno divertente, nessuna possiblità di rivivere quel periodo (come invece accade con quella pregevole di Graham Nash), nessun chiarimento utile e esauriente sul "caso Peter Gabriel". Una noia mortale che difficilmente riesci a superare, se non all'ultimissima pagina.
Più in generale, tutte le biografie musicali che frequento o acquisto, mancano di indice analitico esauriente, di una discografia perlomeno consigliata, di riferimenti macro e micro storici che consentano al lettore meno avvezzo a comprendere il contesto raccontato. Un errore in cui inducono tutte le case editrici, indistintamente. 
Mascherando queste carenze con prevedibili motivi di costi aggiuntivi che peserebbero sul prezzo di copertina, in realtà tradiscono una frettolosità editoriale che invece - e per fortuna - mancava quando la pubblicistica musicale era amatoriale e frutto del passaparola.


mercoledì 15 ottobre 2014

Giancarlo Giannini, l'autobiografia

Io al Giannini invidio una cosa: la VOCE.
Ha una delle più belle voci che abbia mai sentito in vita mia, seconda solo a quelle di Pino Locchi e Nando Gazzolo. 
Il bello è che credo di aver visto pochi suoi film, o comunque molti meno di quanti ne elenca IMdB.
Questa sua autobiografia è aggraziata, suadente, si legge in un fiato, e racconta molte cose, senza la frenesia dell'agiografia e con un pizzico di ironia che non guasta. Ogni tanto è ripetitiva, e lo stile sembra quasi ammiccante: ma tali sono le sorprese e il divertimento che neanche te ne accorgi.
E poi la difesa di quel modo di fare cinema non è noiosa né moralisticheggiante. Lui è un uomo che ama la tecnologia, ma non fine a se stessa. Per lui la scienza è scoperta, è andare dentro le cose. Ma sempre con l'umana passione.
E poi c'è un disincanto che non porta dentro stanze tetre e boriose. È un disincanto che accetta il futuro, sapendo già che voltarsi indietro fa solo male.
Sicuramente non è un testo fondamentale nella storia del cinema. Ma è un bel libro, gustoso e divertente, nostalgico e birichino, che chiudi con un sorriso prima di addormentarti.

martedì 7 ottobre 2014

Le biciclette bianche di Joe Boyd

La mia musica e gli anni Sessanta, recita il sottotitolo.
Ma più che un noioso elenco di nostalgie, questo piccolo gioiello autobiografico è un voler indicare al lettore cosa veramente siano stati gli anni Sessanta extra bitols; senza cioè quella fastidiosa celebrazione ad oltranza dei quattro di Liverpool, di cui francamente non se ne può più.
Joe Boyd ha incrociato, prodotto o masticato personaggi come Jimi Hendrix, Bob Dylan, Nick Drake, Fairport Convention, Muddy Waters, Martin Carthy, John Martyn, Richard Thompson, Bob Marley, Steve Winwood, Steve Howe, Miles Davis, The Incredible String Band... e i primissimi Pink Floyd.
Per il suo UFO Club passarono i giovanissimi Michelangelo Antonioni e Monica Vitti, pronti a regalare al mondo del cinema pellicole indimenticabili. Sua fu anche la produzione del film Scandal - Il caso Profumo, dove sostanzialmente si respirava proprio il periodo di cui parla questo libro.
Onnivoro e curioso, Boyd incrocia anche Chris Blackwell, il papà della etichetta Island che darà spazio anche ai primi King Crimson e agli oggi sputtanati U2 (allora, invece, preziosi e genuini).
Insomma, queste pagine sono una gradevole passeggiata in un mondo che non c'è più: chi è meno nostalgico ma anche realista, capirà pure quanta differenza ci sia tra l'odierno proporre e produrre arte e quel modo invece originale e innovativo in cui vinceva ancora l'uomo e non la meccanica.
Unico difetto, una traduzione decisamente dozzinale.

domenica 28 settembre 2014

passeggiando nel libro di Zoff

Un libro dolcissimo e commovente, di quelli che non t’aspetti e che porti con te per molto tempo.
Nulla a che vedere con la (lunga) quasiautobiografia di Agassi, altrettanto evocativa e ricca di bei/brutti momenti; quello di Zoff è più un viaggio sparso nei ricordi, così densi di Storia e di Epica da lasciare spesso esterrefatti per quantità e qualità.
Elimino subito dal catalogo delle belle cose tre pecche. La prima è un errore storico: alla Lazio di Chinaglia vengono attribuiti vari scudetti, mentre in realtà ne vinse solo uno. Seconda pecca: fermatevi alla pagina 151, perché l’ultimo capitolo stride con l’eleganza di tutto il libro. Terza pecca: Zoff fu infangato pesantemente da Berlusconi; possibile che abbia voluto scrivere proprio per la sua Mondadori?
Per me Zoff è stata una figura esemplare. Nonostante sia stato silente e poco spettacolare, ha sempre rappresentato la figura che avrei voluto essere e che per indole e biografia non sono mai riuscito nemmeno a rappresentarmi. Un uomo ricco di sentimenti e di contraddizioni che però non ha mai palesato, mantenendo un comportamento più british che italiano. E, a proposito di british, ricordo quella volta che incappai in un servizio proprio della BBC in cui spiegavano quanto sia stato importante il suo modo di interpretare il ruolo e quanto efficace sia stato il suo modo di proteggere gli angoli ciechi, quelli che ucciderebbero qualsiasi portiere nel giro di pochi tiri.
Quando lo vedevi in campo, ti sentivi protetto, sicuro, e sapevi sin da subito che potevi seguire la partita direttamente in attacco, tanto era la capacità di  Zoff di difendere la porta.
Grande fu l’intuito di Bearzot di nominarlo capitano al di là degli obblighi anagrafici. E grande fu il loro modo di intendere il gioco del calcio. Del resto, le due Italie più belle e più cardiopalmose sono state quella di Spagna e quella degli Europei del golden gol.
Ci sono pagine in questo libro dove capisci che hai assistito a una lezione di morale solo dopo aver posato il libro: Zoff, cioè, è capace di “predicare” grandi verità e precisi doveri senza mai scendere nella boria, nella supponenza, nell’arroganza di chi ha sicuramente più esperienza.
Soprattutto, c’è un senso dell’autentico e del genuino… lo so, sono due termini abusati e quasi irritanti. Ma qui si riprendono il giusto spazio, e vale la pena di riassaporarli per un po’.
Insomma, acquistate questo suo libro… anche se non siete juventini.

giovedì 25 settembre 2014

i giornalisti che soccorrono Renzi

In questo mondo ormai virtuale (e poco serio) ricco di hashtag, l'armadio dei modelli di giornalista senza profondità si arricchisce di nuovi vestiti, non tutti percepibili di primo acchitto.
Quasi quasi vien da pensare che fosse meglio Emilio Fede, così smaccatamente fazioso da fare addirittura tenerezza. E nulla mi vieta di pensare che il suo zoccolo duro di telespettatori fosse composto anche da chi voleva solo vedere fino a dove si sarebbe spinto.
Fatto sta, che il giornalismo che verifica, che si pone domande, che incalza il politico di turno, ormai si è trasformato in un giornalismo che invece conforta le affermazioni di quel politico, spostando più o meno maliziosamente (spero inconsapevolmente) l'apparente inchiesta rigorosa dentro la stanza del confermare, confortare e strutturare certe castronerie.

Renzi dichiara che la Rai va ristrutturata? Vero. Chi è che non lo direbbe? 
Peccato, però, che tra le sue soluzioni si intraveda un paradossale indebolimento dell'azienda, imposte con comportamenti istituzionali sgarbati e motivazioni poco ortodosse se non addirittura scriteriate. Eppure, cosa fa il giornalismo? Dimostra solo quella parte del tutto che fa comodo alla tesi di Renzi.  
Basta leggere il pezzo di Valigia Blu per rendersene conto: manca un'intera parte che darebbe senso oggettivo alla necessità di rivedere l'intero assetto della Rai, ma non certo nelle modalità imposte da Renzi (peraltro con il ricatto che "tutti devono fare sacrifici", che in questo caso non significa proprio nulla).

Addirittura ci sono giornalisti che scrivono in difesa di Renzi senza che gli sia stato chiesto esplicitamente (o anche implicitamente, per carità). 
Come sapete, poco tempo fa è stato "avvisato" il padre di Renzi. Repubblica e CorSera hanno stranamente titolato in prima pagina la notizia, ma con maliziosa maestrìa: hanno parlato del "Padre del premier" e non del "Padre di Renzi". 
In più, il solito Merlo si è esibito in uno show che vale la pena di leggere per intero qui.

Poi ci sono quelli che la buttano in caciara, o prendendo una parte del tutto o facendo ironia fighetta.
Ieri, il direttore del CorSera Ferruccio De Bortoli ha scritto questo fondo durissimo su Renzi, strutturando quanto io predico da tempo (lui però con quelle sue invidiabili cultura e proprietà di linguaggio). 
Guarda caso, nessuno si è preoccupato dei contenuti di quelle complesse righe, ricche di denunce concrete e verificabili. Tutti, cioè, hanno puntato dritti a questa frase:
E qui sorge l’interrogativo più spinoso. Il patto del Nazareno finirà per eleggere anche il nuovo presidente della Repubblica, forse a inizio 2015. Sarebbe opportuno conoscerne tutti i reali contenuti. Liberandolo da vari sospetti (riguarda anche la Rai?) e, non ultimo, dallo stantio odore di massoneria.
Per cortesia, leggetela più e più volte. 
Facciamo un'esegesi spicciola. De Bortoli ha scritto che sarebbe opportuno conoscere i reali contenuti del patto del Nazareno per liberarlo dallo stantio odore di massoneria. De Bortoli non ha definito massonico il patto del Nazareno. Ha detto che se non viene chiarito, mantiene quell'odore di massoneria... che peraltro c'è sempre stato (aggiungo io).
Ordunque, un giornalista corretto cosa fa?
Non scriverebbe certo "Penso che se un direttore scrive che il governo è frutto di un patto massonico, dovrebbe allegare inchiesta seria", come, invece, ha twittato Feltri figlio.
Non si vanterebbe di sapere i contenuti di quel famigerato patto, come ha fatto Francesco Costa, sminuendo peraltro la portata del fondo di De Bortoli.  
Non si contorcerebbe dietro a battutacce infelici e a disamine pizzicarole, come ha postato Sofri figlio.
Un giornalista corretto, o riporta esattamente la frase di De Bortoli - magari senza commentarla - oppure chiarisce la portata dell'intero fondo.

Sostanzialmente, cosa hanno fatto i censori di De Bortoli? 
Lo stesso giochino che Renzi fa con noi: indica una parte del tutto, forzandone significato e proprietà, per poi imporre la sua versione e le sue soluzioni.

Tanto è comodo questo giornalismo, che Renzi gioca molto sull'equivoco che i suoi annunci siano cose già risolte, quindi da archiviare, da passare oltre. E i giornalisti gli corrono dietro.

Tanto è comodo questo giornalismo, che se Renzi dice che il "vecchio" è sbagliato tout court, qualsiasi riferimento al mantenere un contenitore cambiando solo il contenuto, viene visto come un affronto. 
Insomma, per Renzi bisogna abbattere fisicamente tutto entro oggi, perché virtualmente c'è già il nuovo. Basta annunciarlo, no?

Fatto sta che non si governa a colpi di hashtag e di ricatti, di insulti e di alleanze scomode (leggi Berlusconi).
A nessuno, insomma, è venuto il lampo di capire perché Renzi stia colpendo esattamente quelle entità che potrebbero ledere il suo ego!
Sindacati, giudici, oppositori interni, intellettuali, informazione, Senato... tutti sotto il fuoco renziano. Avrei voluto vedere la stessa energia e gli stessi insulti contro la criminalità organizzata, gli evasori e i privilegiati.

Del resto, fateci caso, adesso è tutto un corri corri dietro l'articolo 18 da abolire, ripetendo a pappagallo le fascie parole deliranti di Renzi stesso.
Un partito di sinistra NON toglie i diritti ai lavoratori!

Domenica scorsa, Presa Diretta ha raccontato lo stato pietoso dell'intera filiera del trasporto pubblico italiano. Ha intervistato pure due sindacalisti di una società semiprivata romana. Per loro stessa natura, i sindacalisti possono rilasciare interviste a chiunque, senza dover chiedere il permesso alla società in cui svolgono le mansioni di tutela (come invece dobbiamo fare noi dipendenti; e mi sembra anche giusto).
Ebbene, questa società li ha sospesi dal lavoro, senza che il Sindaco Marino sia intervenuto in loro difesa o che il PD romano abbia espresso il suo sdegno. 
Per fortuna questa società semiprivata non li può certo licenziare. 
Perché? Grazie proprio all'articolo 18.

 

martedì 23 settembre 2014

quotazione Rai Way, la lettera dei sindacati (cc @ValigiaBlu, così non può dire che non la trova)

SLC – CGIL Sindacato Lavoratori Comunicazione
UILCOM – UIL Unione Italiana della Comunicazioni
UGL – Telecomunicazioni Unione Generale Lavoro - Telecomunicazioni
SNATER Sindacato Nazionale Autonomo Telecomunicazioni e Radiotelevisioni
LIBERSIND. CONF. SAL Confederazione Sindacati Autonomi Lavoratori
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Roma, 22 Settembre 2014

Al Presidente del Consiglio dei Ministri
Alla Ministra dello Sviluppo Economico
Al Presidente della Corte dei Conti
Al Presidente della CONSOB
Al Presidente della Borsa Italiana
Al Presidente della Commissione
parlamentare per l’indirizzo e la
vigilanza dei servizi radiotelevisivi
Al Presidente dell’AGCOM
Al Presidente del AGCM
Oggetto: quotazione sui mercati regolamentati di quote della partecipazione azionaria di
Rai S.p.A. in RaiWay S.p.A.


L’informazione pubblica assicura che gli interessi delle diverse formazioni sociali abbiano uguale spazio mediatico e concorre, dunque, a rendere effettiva la “partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese” (art.3,c.2 Cost.).
Slc Cgil, Uilcom Uil, Ugl Telecomunicazioni, Snater e Libersind-ConfSal, avendo appreso da notizie di stampa che, in data 4 settembre 2014, il Consiglio di Amministrazione di Rai S.p.A., concessionaria del servizio pubblico radiotelevisivo in base alla legge (D. Lgs. N. 177/05, art. 49), avrebbe approvato la proposta del Direttore Generale Gubitosi di cedere sui mercati regolamentati, mediante quotazione del titolo, quote di partecipazione minoritaria del compendio azionario nella controllata Rai Way, intende segnalare alle Autorità in indirizzo che la procedura seguita dalla RAI non sembra, allo stato delle informazioni acquisibili sui siti istituzionali, conforme alla normativa vigente.


L’iniziativa della RAI che procede dal DL. n. 66/2014 conv in L. n. 89/2014 il quale, nell’autorizzare la cessione sul mercato, di quote di RaiWay, prevede che le modalità di alienazione siano individuate con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri (ancora in fase di registrazione presso la Corte dei Conti) e nell’osservanza delle leggi vigenti.


La RAI sembra, invece, abbia avviato speditamente l’operazione di quotazione di Rai Way senza attendere il perfezionamento di detto decreto e, soprattutto con superficiale valutazione delle norme vigenti.


1.La RAI è organismo di diritto pubblico
Le peculiarità societarie, come ripetutamente affermato dalla Corte di Cassazione (cfr. n. 27092/2009), rendono la RAI organismo di diritto pubblico, soggetto, pertanto, alla giurisdizione della Corte dei Conti. Il bene protetto dalla RAI: l’informazione pubblica, infatti, mal si concilia con gli assetti societari della impresa pubblica (come Eni o Enel).
La copertura integrale del territorio e le infrastrutture per la trasmissione radiotelevisiva digitale, sono assicurate dalla controllata Rai Way, come prevede l’art. 1, c. 5 della Convenzione approvata con D.P.R. 28 marzo 1994. Pertanto, Rai Way essendo a totale partecipazione pubblica e destinando unicamente a RAI i suoi servizi, è tenuta all’osservanza, delle norme previste per la RAI, anche in relazione alle modifiche del capitale azionario.


2. La procedura prevista dalle leggi vigenti per le modifiche del capitale azionario
Le norme sono in proposito assai chiare e sono in particolare dettate dalla L. n.112/2004 ancora vigenti, non essendo state abrogate dal recente Dl. n.66/2014, conv. in L. n.89/2014.
L’alienazione di quote azionarie deve avvenire “mediante offerta pubblica di vendita” (art.21 c.3) nel rispetto delle deliberazioni del CIPE e della clausola di limitazione del possesso azionario che prevede un “limite massimo del possesso dell’uno per cento delle azioni”. Inoltre non sono possibili ”patti di sindacato o di blocco” (art.21 c.5 della L. n.112/2004).
I vincoli di legge, di Convenzione e di Contratto di Servizio, si applicano sia a RAI sia Rai Way. Gli investitori dovranno essere correttamente informati dei ristretti limiti di azione degli amministratori della controllata Rai Way, ai quali è consentito lo svolgimento di attività commerciali ed editoriali, connesse alla diffusione di immagini, suoni e dati, nonché di altre attività correlate, purché esse non risultino di pregiudizio al migliore svolgimento dei pubblici servizi concessi e concorrano alla equilibrata gestione aziendale.
Adeguata informazione dovrà essere data agli investitori circa le norme che impongono a Rai Way e a alla Rai la contabilità separata e vietano la osmosi tra risorse pubbliche e private. Le risorse pubbliche non potranno essere utilizzate per lo sviluppo della società e l’incremento di valore del titolo.


L’operazione di recente approvata dal Consiglio di Amministrazione di Rai sembra non conforme al quadro normativo di settore.
Alle Autorità in indirizzo spetta il compito di sorvegliare che l’iniziativa di quotazione di Rai Way avvenga nel più rigoroso rispetto delle norme vigenti, a tutela degli utenti del servizio pubblico radiotelevisivo e del diritto all’informazione.


In particolare spetta alla Consob interrompere, ove ne sussistano i presupposti, il procedimento di autorizzazione del prospetto di ammissione a quotazione; alla Borsa Italiana l’applicazione delle norme sullo svolgimento delle operazioni delle negoziazioni delle società quotate; alla Corte dei Conti il controllo sugli atti del Governo e del Consiglio di amministrazione della RAI.


Certi della Vostra attenzione per i temi su riportati, Vi porgiamo cordiali saluti.
I Segretari Generali


Slc Cgil Uilcom Uil Ugl Telecomunicazioni Snater Libersind-ConFsal