martedì 8 aprile 2014

dopo Terje Rypdal, il silenzio

Terje Rypdal è un chitarrista eccellente, dotato di rare intuizioni sonore e di tecnica squisita quanto discreta.
I suoi detrattori gli hanno spesso attribuito una scarsa propensione al caos, al far "vedere" di cosa sia capace; ma chi ama la musica sa che a volte l'eccellenza sta dietro l'accennato, quel minimo necessario per lasciar trasparire rade ed esatte note.
Il silenzio, insomma, è la vera sfida per il vero musicista. 
Del resto, per fare un esempio tra i tanti, chi ama veramente Hendrix, si commuove più ad ascoltare il legnoso incipit di Little Wing che certe schitarrate più immediate.
Ebbene, prendete un'orchestra da camera, una soprano misurata, una tromba raffinata e un organo da chiesa appena installato, un tocco di minimalismo meno ovvio, jazz moderno e tanto (ma tanto) Ligeti, e avrete questi bellissimi 5 movimenti di Lux Aeterna.
Con questo cd, Rypdal ha superato se stesso. Onestamente, se fosse possibile, lo pagherei per non suonare mai più. Quando regali alla Musica un'opera come questa, hai raggiunto lo scopo della tua esistenza.
Il resto, è silenzio.


5th Movement , Lux Aeterna -- Terje Rypdal from libertinesurrealist on Vimeo.

lunedì 7 aprile 2014

il miracolo di Robert Fripp

Dai musicisti che stimo veramente, pretendo sempre qualcosa, anche quando - come nel caso di Robert Fripp - da oltre 40 anni comunque regalano al mondo perle di rara qualità, sempre interessanti, sempre vive, sempre pronte a mettersi in discussione, in costante discussione.
Fripp, poi, gode di quella rara opportunità storica di essere stato protagonista attivo di così tanti successi nei generi musicali più disparati, che non esiste musicista, compositore o esecutore che non gli debba qualcosa, anche inconsapevolmente.
Mi diverte osservare i colleghi entrare nel mio ufficio, vedere il suo ritratto alle mie spalle, deridermi o chiedermi chi sia, e poi essere costretti ad ammettere la propria ignoranza - con battute fuori luogo o sguardi meravigliati - nello scoprire che "sì, ha suonato in quel brano lì, ha prodotto quel tizio là, ha ispirato quel complesso indie", e via dicendo.
Fripp ha sperimentato quasi tutti i generi, ne ha inventati di nuovi, ne ha abbandonato uno ancor prima che uscisse il primissimo LP dei King Crimson (il rock progressivo), ha svincolato la musica non-colta da quella suprema rottura di coglioni che era/è il vetero discepolismo nei confronti di Bitols, ha raccontato strade elettroniche inusuali, ha addirittura regalato al cielo un irripetibile "jazz squadrato" ben prima che Sting facesse il fighetto con gli alfieri di Miles Davis, ha ucciso il liocorno della musica romantica per aggredire la modernità a testa bassa, ha aperto la strada a numerosi post-generi, ha addirittura suggerito musica per reading... ma, saggiamente - e umilmente (?), non si era mai cimentato con la cosiddetta musica colta, quella classica insomma; chiamatela voi come più vi aggrada.
Dicevo, appunto, che comunque pretendo sempre qualcosa. E le ultime frippate mi avevano inquietato, perché dopo Thrak (ma forse anche solo con l'ep Vroom), Fripp sembrava ripetersi, quasi stanco di essere se stesso; tanto che il suo quasi-ritiro dalle scene mi era sembrata l'unica giusta conclusione di un'èra, di un modo di essere musicista che oggi proprio non esiste più, per quanto ci si possa sforzare di credere il crontrario.
Ebbene, da giorni sto ascoltando questo The Wine of Silence, un'esperienza incredibilmente meravigliosa da cui non riesco proprio a staccarmi.
È la rielaborazione in forma orchestrale di alcuni dei soundscapes che Fripp ci ha regalato nel tempo (nove cd in tutto dal 1999; in realtà, il triplo se calcoliamo anche le edizioni flac/mp3). Orchestrazione affidata al compositore inglese Andrew Keeling, su fedele trascrizione di Bert Lams (già, quello del Californian Guitar Trio), ed eseguita nel 2003 dal vivo dalla Metropole Orkest diretta da Jan Stulen; naturalmente poi remissata da David Singleton, noto amico e co-produttore del nostro chitarrista.
L'avevo comprato due settimane fa giusto per buttarlo distrattamente nella mia collezione, ma niente di più. 
E, invece, è un'opera notevole perché non è "solo" un'orchestrazione, non è "solo" un giochetto per archi (e voci, in Miserere Mei), non è "solo" una serie di loop ben assemblati... è musica, musica fresca, bellissima, viva. 
È musica nuova.
 

venerdì 4 aprile 2014

storie di quotidiana sanità

Un bel giorno di dieci mesi fa, una mia amica endocrinologa mi fa "guarda che è serio, devi fare qualcosa: hai due noduli alla tiroide, e uno dei due non mi piace per niente". 
Parlo con La SuperEndocrinologa del Pianeta che mi consiglia un'operazione pressoché immediata. Certo, c'è da chiedersi come mai l'ospedale toscano SuperSpecializzato che mi segue da 19 anni per altre rogne, non se ne sia mai accorto... ma questa è la prima delle stravaganti peripezie che ho vissuto da luglio scorso.
Primo nod(ul)o, è il caso di dirlo: il Migliore Chirurgo tiroidista di Roma ha una lista d'attesa pubblica di 245 pazienti; e privatamente mi costerebbe un occhio della testa.
Ergo, chiamo un mio StrAmico primario, cedo ai miei principi, e gli chiedo se può fare qualcosa. Passano l'estate e il Natale, e vengo chiamato per una preospedalizzazione... evviva la modernità, urlo!
Macché: entro in una stanza più trafficata del GRA, e Anestesista Incazzata Con La Vita mi fa le domande giuste MA senza aspettare le risposte utili. Un classico.
Fatto sta che - secondo nod(ul)o - se solo mi avesse ascoltato subito, avrebbe scoperto che un banalissimo problema che ho alle gambe, mai potrebbe inficiare l'anestesia. E, invece, la questione tornerà.
La tipa mi guarda e fa "tra qualche giorno la chiamiamo per la preospedalizzazione". E questa cos'era? "Una conversazione, che domande!". Ah!
Dopo una settimana, mi chiamano per la (immagino) preospedalizzazione: mi prendono l'orina, mi prelevano il sangue, mi fanno la lastra... e poi? "Ci si vede tra una settimana!". Cioè, tra una settimana mi operate? "No, tra una settimana faremo la preospedalizzazione...". 
E questa cos'era, una conversazione? "No, le abbiamo fatto i prelievi". Ah, se non me l'avesse detto, non me ne sarei accorto...
Seconda preospedalizzazione (forse l'ultima?), terzo nod(ul)o. Anestesista Che Ha Litigato Col Kajal mi fa le stesse identiche domande dell'Incazzata, e mi consiglia una visita specialista da un tipo perché non è convinta della situazione. Che i miei problemi articolari potessero far male alla tiroide malata, mi fa sganasciare dalle risate.
Ergo, dopo qualche giorno, incontro lo specialista articolare che si sganascia anche lui, dando il suo placet all'operazione in due-secondi-due. Il resto del tempo, l'abbiamo passato parlando dei King Crimson e di Bach.
Quarto nod(ul)o: cinque minuti dopo quest'incontro, consegno la cartella al reparto, ma mi dicono che un'altra anestesista deve dare l'ok all'ok dello specialista... ma tra una settimana. Allora divento una bestia e con furba disinvoltura butto là il nome "Rai": nel giro di due-secondi-due, si materializza Anestesista Biondarella che dà il via libera all'operazione. Entro 30 giorni, sarò operato.
Quinto nod(ul)o: certo, sarebbe tutto ok, ma scopro per puro caso la mia cartella è sparita.  Nel giro di altri due giorni, lo StrAmico primario la trova dimenticata dentro un'altra cartella di un tipo con problemi nonsodove.
Qui di seguito, se ci siete arrivati vivi, perderete il conto di altri nod(ul)i.
Il giorno dell'operazione, mi dicono di presentarmi perentoriamente alle 07:00. Arrivo alle 06:50, e trovo sbarrata la porta del reparto. Arriva Caposala Lemme Lemme alle 07:10 e inizia a ridere: "haivoglia ad aspettare".
Dopo un'ora mi chiama Specializzanda Grissino che mi invita ad entrare nello sbarratissimo reparto; poi mi ributta fuori... un'orda famelica di operandi mi guarda con stupore.
Dopo un'altra ora, mi richiamano, entro nella mia stanza: sarebbe da quattro, stretti stretti, ma ci sono cinque malati. Quello nel "mio" letto viene elegantemente invitato a "togliersi dai coglioni" per dare spazio al sottoscritto.
Finalmente arriva la barella. 
Comincio l'uscita trionfante, guarderò negli occhi mia moglie e le dirò languidamente che la amo e che deve stare tranquilla...
... ma STOP!, "questo non è Loppi!". 
Ah sì, e chi sarei? Arriva la Caposala Lemme Lemme e tira fuori un altro foglio, dicendo "sì, forse questo è Loppi"... mi scusi, ma certo che sono io. "Stia buono che c'è casino".
Durante il trasbordo verso la Sala Operatoria, i due portantini si chiedono dove dovrei essere operato. E io: alla tiroide. "Ne è certo?". Non voglio sapere cosa sarebbe accaduto se avessi risposto negativamente.
Vengo parcheggiato in sala preoperatoria (quella giusta?). Ricordatevi che senza occhiali non ci vedo, neanche se mi pagate.
Arriva ippopotamamente Specializzando TiroSùColNasoMaNonMeLoSoffio e mi spara un pippone sul Consenso Informato, ma se l'è dimenticato.
Lo sostituisce placidamente Specializzanda Shabadabadà che mi spara un altro pippone sul Consenso Informato; peccato che mi faccia firmare quello sbagliato.
Infine, si accosta Specializzanda New Age, e mi sbraca la vena della mano sinistra per mettere una cannuletta piccola così.
Finalmente mi mettono in sala, e mi addormo (come si dice a Roma).
Mi sveglio e sento che ho la testa incastrata: ho il cerottone che tira sul mento; ergo, devo stare sempre chinato per evitare strappi. Solo il giorno dopo, il medico di turno metterà la testa a posto.
Vengo sbattuto sul mio letto, televisione a palla, finestra aperta... uno spasso. Meno male che caratterialmente reagisco bene: tra mia moglie e l'ascolto del Matteo di Bach, dormicchio e parlicchio... ma sto bene, dài.
Nel giro delle 30 ore successive, è accaduto di tutto: mi hanno dato da mangiare quando dovevo stare a digiuno, e mi hanno negato la colazione quando dovevo invece recuperare le forze; è entrato uno sconosciuto per defecare nel nostro bagno (lasciando ossequiosamente la porta aperta, of course); si è cambiato un altro vecchietto per essere operato di lì a poco; mi hanno dato una flebo sbagliata; hanno speronato tutti i letti per schiantarne un altro in orizzontale per far operare d'urgenza un'altra persona; mi hanno gentilmente intimato di "togliermi dai coglioni" perché il mio letto serviva a un altro malato.
Attenzione, stiamo parlando di uno dei migliori ospedali della Capitale; tra i primi in Italia. E non si tratta di soldi che mancano, eh...

lunedì 24 marzo 2014

IDA, quando la fotografia salva dall'ovvietà

Ida potrebbe essere un film esemplare, se non fosse per due elementi che ne minano le basi: un montaggio troppo indulgente e una trama esile esile, con un impercettibile sottofondo di moralismo cattolico che potrebbe addirittura irritare.
La fotografia è eccellente: vedo film da quarant'anni, e raramente mi ero imbattuto in inquadrature così belle - e anche coraggiose: sfidano più volte la sezione aurea, con momenti di autentica innovazione. Aggiungeteci che quando i movimenti degli attori ne variano le proporzioni, comunque queste inquadrature mantengono dinamismo e fascino. Complimenti, complimenti davvero.
Il montaggio, purtroppo, sembra distrarsi da cotanta bellezza, senza dare il giusto ritmo alle scene, tanto che non si percepiscono né scarti narrativi, né tantomeno una sorta di suddivisione schematica che dilati o riduca i passaggi della trama. 
Quindi, o la sceneggiatura andava sensibilmente ritoccata, oppure il cinema polacco si conferma tale nonostante l'evoluzione dello strumento e le ipotizzabili influenze esterne (complice la Caduta del Muro) che avrebbero dovuto colpire anche Pawel Pawlikowski, il regista.
La storia è suddivisa in tre sottotrame: il percorso della protagonista da Anna ad Ida (cioè: le sue origini e la trista storia della sua famiglia), il rapporto con la zia (una bravissima Agata Kulesza), il percorso religioso di Ida.
E, nonostante le potenzialità, anziché amalgamarsi, queste tre opportunità narrative sembrano appiccicate, con tanto di esiti scontati e prevedibili. A questa fragilità aggiungerei: una petulante inespressività della protagonista (Agata Trzebuchowska) incapace di restituire le giuste sfumature; un sottofondo di moralismo cattolico che si affretta a dare lezioni di vita con una scelta finale addirittura precipitosa.
E già: nonostante tutto il film abbia tenuto sempre lo stesso ritmo, il finale accelera troppo velocemente, dando una sensazione di frettolosità a livello produttivo anziché estetico.
In conclusione, scelte musicali eterogenee e significative: si va dallo Jupiter di Mozart a 24mila baci, passando per Naima ed Equinox di Coltrane... incredibile ma vero, e gustoso.
Un film da 7 - che poteva decisamente raggiungere la perfezione

mercoledì 19 marzo 2014

Zona Uno di Colson Whitehead, quando la critica è acritica

Una pandemia ha devastato la Terra, lasciando gli esseri umani divisi in due categorie: i vivi e i morti viventi. Guidati da un governo provvisorio stabilitosi a Buffalo, gli americani cercano di restaurare la civiltà. Il loro primo obiettivo è spazzare via da Manhattan le ultime sacche di resistenza, rappresentate da soggetti infetti che non si sono trasformati in zombie ma si trovano in uno stato semicatatonico. Mark Spitz fa parte di una delle squadre di civili che lavorano nella zona sud dell'isola. È un personaggio tortuoso, fosco, confuso. Il suo mondo, il mondo in cui si muove, è un inferno di ludica violenza dove le tracce della follia umana e i danni di un capitalismo aggressivo coesistono con il disperato desiderio di ritrovare la propria umanità.
Posta così, la trama sembra gustosa e irresistibile; invece, Zona Uno di Colson Whitehead è un libro noioso e pedante, addirittura offensivo. E scrivo "offensivo" per un mucchio di motivi.
Il primo, perché Whitehead è uno scrittore con i controfiocchi che ha però anteposto il proprio ego a un genere che esige schemi e stilemi ben precisi: sciorinare un'inutile buona scrittura, con un periodare sibillino e una quantità industriale di inutili flash back, è solo un esercizio di stile, e nulla più.
Il secondo motivo, perché la critica ufficiale italica si è sperticata in una serie incredibile di celebrazioni, usando però una dissimulata spocchia e arroganza del tipo: "il genere horror mi fa schifo, però Whitehead è un fico che si è abbassato a questo non-genere, ergo ne parlo bene ma solo per merito suo; anzi, ringraziatelo perché ha nobilitato questo non-genere".
Terzo, perché il genere horror-zombie non è minore o maggiore rispetto ad altri. Altrimenti Mary Wollstonecraft Shelley o Lev Tolstòj perché ci si sono cimentati con tanta cura e dedizione? E, nel cinema, qual è la differenza tra un thriller di Hitchcock o uno di Argento?
Voglio dire che avviciniarsi a un genere con la presunzione di conoscerlo prima ancora di averlo praticato, è un vizio vecchio come il mondo che andrebbe scoraggiato anziché dimenticato.
Oltretutto, e qui sta il punto, se si recensisce un libro con malafede (leggi: marchette), allontani il pubblico, diventi non credibile, uccidi la tua professione e quindi quella di altri tuoi colleghi, dimostri noti e stranoti pregiudizi nei confronti della lettura in generale.
Non può essere, insomma, che io (con una media di 40 libri letti l'anno) abbia faticato più di un mese per finire un libro di cui alla fine si salvano solo le ultime due pagine (su 320!).
Doveva essere un'allegra passeggiata; è stata, invece, un'autentica e inutile tortura.

lunedì 17 marzo 2014

#Her (#Lei), ovvero: se non mi cancello, tu non mi lasci

Se esistesse la categoria pitipiti, questo film sarebbe tra i più rappresentativi. Eppure, nonostante tanto miele, è carino, commovente e ben fatto. 
Ha il classico momento di stanca a tre quarti della narrazione, ma nell'insieme dispone di una regia sobria ed efficace (a totale servizio della sceneggiatura), di una fotografia di rara bellezza, di una musica un po' radical chic ma puntuale e precisa.
Insomma, uno di quei film senza tante pretese, da vedere con la mente sgombra, che lascia l'animo sereno e sorridente.
Joaquin Phoenix è in forma smagliante: riesce a modulare bene la progressione dei suoi sentimenti, senza anticipare i momenti topici (come spesso càpita con trame come questa). 
Scarlett Johansson è mirabile: con la sola voce sa dire e dare tanto, al contrario di quel poco della versione italiana (romanesca, direi) che ho ascoltato tramite Hollywood Party, dove veramente si capisce quanto sia profonda e senza ritorno la crisi del doppiaggio italiano (aridatece Locchi, insomma).
Non racconto la trama, è ovvio: però il genere del "fantapoetico" rincorre sempre storie d'amore - chissà perché (visto che anche il mio romanzo gioca in questo campo), risolvendole con prevedibili conclusioni; qui, invece, vengono delineate in maniera originale, ma senza strafare.
Da registrare la scena di sesso più travolgente che abbia mai visto (ascoltato) in vita mia, come anche un persistente senso di leggerezza che raramente ho vissuto in film in cui la tecnologia si dimostra comunque alienante e opprimente.
Non è piaciuto a Mereghetti; un valido motivo per andarlo a vedere.

giovedì 13 marzo 2014

#Gravity, quando sfugge qualcosa

Ho visto Gravity pochi giorni dopo la sua uscita, e non l'ho recensito solo per mancanza di tempo.
Per piacermi, mi è piaciuto, anche se è il classico film che meraviglia solo con le immagini, non certo per la trama, risibile ed esile esile.
Fatto sta che l'acquisto del dvd mi ha consentito di vedere un breve documentario che sarebbe alla fonte dell'idea del film: siamo circondati di così tanti detriti spaziali che ormai è a rischio addirittura il funzionamento futuro dei satelliti per le telecomunicazioni.
In più, anche gli astronauti della ISS rischiano di brutto la vita ogni santo giorno.
Insomma, un'apocalissime incombente che trascuriamo solo perché (apparentemente) non ci riguarda da vicino.
Ebbene, un "messaggio" del genere è arrivato? L'avete percepito?
Oddio, non voglio fare il critico marxista ad ogni costo; però tale è la ridondanza delle immagini spettacolari che si perde totalmente per strada anche la serissima fonte della trama.
Ecco, questo è il tipico caso in cui mi sento di definire un film come questo un'"americanata"; bella e irresistibile, ma pur sempre americanata...