domenica 8 ottobre 2017

Blade Runner 2049, quando il cinema esce sconfitto

Onestamente mi sfugge perché debba avvisare che incontrerete spoiler: dopo 8 minuti e mezzo, infatti, il "grande segreto" viene rivelato da Sapper Morton, un ormone grosso così, ovviamente androide, fatto a pezzi da Ryan Gosling dopo una westernosa colluttazione.
Se non ve ne accorgete, vuol dire che siete distratti; ma di brutto, eh!
Il resto, è una trama che fa di tutto per discostarsi dal vero Blade Runner, riuscendoci perfettamente: pessima sceneggiatura, dialoghi patetici, musica di rara bruttezza, buone inquadrature (a sprazzi va detto) uccise però da una scelta di luci monocromatica e senza identità.
E neanche gli attori si salvano: Ryan Gosling sta lì inebetito ad aspettare l'ultima danza di La La Land; Harrison Ford è ritornato nella carbonite di Star Wars; Robin Wright fa di tutto per sembrare se stessa; Ana De Armas è impresentabile... Sylvia Hoeks rovina tutto ma proprio tutto quello che poteva essere rovinato; il suo personaggio - nodale e pompato all'inverosimile, è la nemesi di Scott, colei che uccide e annienta definitivamente questo film già così arido e inconcludente di suo. E Jared Leto? Quando aveva cinque anni, mio nipote sparava cazzate più profonde e verosimili.
I testi e le situazioni, insomma, puntano pervicacemente verso un obbligo filosofico che nel primo non c'era, ma che scaturì naturale proprio perché non voluto. Basta leggere i saggi in merito e rivedere i numerosi making of per capire quanto Ridley Scott avesse puntato sulla trama e sulla qualità, potenze narrative che inevitabilmente avrebbero portato al solo e unico Blade Runner che meriti di portare questo nome.
Intendiamoci: non è che mi sia seduto pronto a fare confronti; né tantomeno ho preteso forzatamente di vedere ripetuta la magia del primo; oltretutto, la mia passione e competenza per il cinema mi hanno insegnato a essere aperto a tutto. 
Qui siamo di fronte a un film brutto! Chissenefrega se è collegato al Blade Runner originale. È un film fatto male. Punto.
Ora, cerchiamo di trovare una morale: al di là della bruttezza intrinseca del film, ha senso rincorrere e quindi insistere su successi fantascientifici del passato fortuiti ma leggendari?
Il franchising di Alien ci ha insegnato che è possibile usare un buon canovaccio e produrre ottimi seguiti (i prequel neanche li considero). Quello di Star Wars, invece, no: una volta visto il Quarto, tanto vale restare in casa. Star Trek, invece, ha alti e bassi: però, e alla fine, funziona e sa destreggiarsi bene tra novità e tradizione.
Ricapitolando: un personaggio (Alien) funziona quando ha con sé una forza narrativa intrinseca. Una storia (il Quarto di Star Wars), invece, funziona se inserita in un contesto che coniuga sapientemente tradizione e tecnologia. In mezzo troviamo l'ibrido Star Trek: funziona solo quando personaggi nitidi sanno convivere dentro la tradizione commista alla tecnologia.
E Blade Runner dove lo mettiamo?
Escludiamo il fatto che Scott l'abbia fatto per soldi (ha un conto in banca che risanerebbe l'Alitalia e la Rai in in sol colpo; e ne avrebbe in avanzo), cosa spinge un personaggio così intelligente a perdersi in queste inutilità?
Escludiamo pure che Villeneuve abbia agito in preda al timore reverenziale (anzi, troppo supponente è).
Dov'è l'errore?
Bella domanda.
L'errore forse sta nel fatto che noi siamo cambiati. Noi come pubblico. Non pretendo il ritorno del pubblico "militante", perché sarebbe una cazzata; né tantomeno mi sento dire che siamo di bocca facile (anche se in parte è vero).
Io sono convinto che l'intero "contesto cinema" sia così modificato da aver reso possibili e accettabili e benvenuti film orribili come questo Blade Runner 2049: tutto forma (peraltro noiosa), poca sostanza, trama incoerente ma speciosa, filosofia zen stracollaudata, inquadrature da iPhone comprato dai cinesi, dialoghi scritti col WhatsApp, religiosismi e fondamenti spirituali derivati da letture frettolose di guide religiose tradotte col translator.
Un disastro, altro che lacrime nella pioggia!

venerdì 6 ottobre 2017

Pietropaoli, "The Princess", una recensione per immagin(azion)i

La Principessa di Pietropaoli sa di passeggiata sorniona in giro per la città, dove spunti e idee sembrano capitare per caso, senza alcun scopo intenzionale.
Godere delle cose belle, senza dare loro chissà quale significato pedante, dove l’essenza della musica vive di cenni, quasi soffusi, con poche ma giuste note: un panorama ricco di suggestioni, mai pesanti, mai indolenti.
Il cd si apre con una Jealous Guy suonata di pomeriggio primaverile, alla luce di birre chiare fresche e leggere. Mazzariello pennella poche dolci note, mentre SuperEnzo e Paternesi lo coccolano quel giusto, in attesa di brindare alla sera che si avvicina.
Segue poi un “mediterraneo” A Hard Rain's A Gonna Fall, dove per fortuna svanisce il biasichio della (a volte, diciamolo) voce insopportabile di Bob Dylan, per dare giusto spazio a un Mazzariello che suona ottimamente senza sparare virtuosismi prevedibili.
Dopodiché, giriamo in notturna, con una Night and Day che sembra suonare le note mancanti del capolavoro di Porter. Confesso che è un’attitudine che trovo sempre rischiosa: smontare un classico e proporlo sotto altre vesti, appartiene a un jazzismo che potrebbe risultare addirittura stucchevole. Il trio di Pietropaoli, invece, evita le curve più pericolose e raggiunge momenti di ghiotta rarefazione.
Arriviamo a quei giri tipici di Pietropaoli, Scaleno Beat, dove io mi perdo un po’ troppo, forse anche a causa del batterismo pieno di piatti di Paternesi. È l’unico brano in cui smetto di passeggiare perché qualcuno al cellulare mi sta distraendo. Preferisco di gran lunga le altre due perle di SuperEnzo, The Princess (6) e Supereroa (7), decisamente intriganti e piene di idee (specie la prima).
Secondo me, il perno su cui l’intero cd posa le sue solide basi narrative è il quinto brano, una dolcissima cover di Father Son, altrimenti stucchevole componimento di Peter Gabriel. Pietropaoli e Mazzariello la smontano e ricompongono, aiutati da una batteria che a tratti ricorda un tamburino militare (una scelta coraggiosa che sa di futuro). Di se per stesso, è un brano pericoloso, che poteva diventare una buccia di banana: qui, invece, è un capolavoro. Se il pianoforte avesse un dio, qui Mazzariello diventa il suo sacerdote più credibile. Da ascoltare e riascoltare più volte.
L’ottavo brano è la Philadelphia di Neil Young: anche se non conoscete la trama del film, riuscite a sentire i passi convulsi di Tom Hanks alle prese con una malattia che allora non dava scampo. C’è anche molta speranza, molta ariosità; ma lo struggimento la fa da padrone. E sta bene.
E sta altrettanto bene affrontare senza remore le note rugginose dell’Eddie Vedder di The End. Qui il trio di Pietropaoli riesce a far sorridere una canzone che altrimenti ci butterebbe dentro a grotte buie e umide. Onestamente, non so come siano riusciti nell’impresa, ma almeno - e una volta tanto - i Pearl Jam non sono tristi.
Il cd si conclude con una God Only Knows inizialmente struggente, poi pensierosa e quindi solare. Brian Wilson ringrazia, e chi ha passeggiato con il trio di Pietropaoli, pure.
Da anni penso che SuperEnzo sia arrivato a un punto della sua carriera in cui potrebbe smettere di osare, di raccontarsi e di raccontare; e, invece, lui continua a camminare, sorridente e umile, pronto a lanciare sfide senza strafare, pronto anche a fermarsi per fare due chiacchiere, anche e solo per ascoltarti, per poi riprendere a (in)seguire neanche lui sa cosa.

lunedì 3 luglio 2017

scambiare una ragazza con Paolo Villaggio

Prima di diventare il radiocronista che conoscete tutti, Giulio è stato mio compagno di liceo. Nonostante fosse ricco, Giulio era generoso, ma non di quella generosità spocchiosa e furba: era generoso dal cuore, di quella generosità che non viene dal portafogli ma dall'anima. Pur di stare insieme, era capace di venirmi a prendere da casa sua (Cassia, ben oltre Tomba di Nerone) fino a casa mia (Colosseo), andata e ritorno. Per chi non è di Roma: un'impresa, specie se col vespino, specie se per le strade romane (anche allora lo schifo di oggi).
Piccolo, troppo piccolo per giocare a calcio, commentava in diretta le interrogazioni in cattedra come fossero Tutto il calcio minuto per minuto. E, infatti, anni dopo ne sarebbe diventato una delle colonne portanti.
Con lui, con Michele e Alberto, passavamo pomeriggi interi a casa sua, ascoltando le partite alla radio (che lui compulsava pressoché immediatamente), e soprattutto guardando VHS.
Già, ricco com'era, Giulio fu tra i primissimi ad avere in casa un videoregistratore. Inutile dire che c'era la fila per stare con lui e guardarsi film altrimenti introvabili.
La tecnologia non era immediata come quella odierna, ed era decisamente spontaneo e ovvio imparare a memoria un film anche se visto una sola volta. In più, nonostante allora fosse possibile, ben pochi genitori erano disposti a farci vedere i film al cinema più di una volta consecutiva. Insomma, YouTube neanche stava nella mente del genere umano. Certo è che l'arrivo del videoregistratore aprì le porte a un mondo che per i giovani di oggi è quasi ovvio, ma per noi era un'assoluta novità.
Fatto sta che i VHS che divoravamo con Giulio erano proibiti, proibitissimi. I nostri genitori, tutti i genitori di tutti noi, non volevano che guardassimo certe scene. Era tutto proibito, dolcemente proibito.
Quindi, ci si riuniva dentro una stanza, bassissimo volume, libri aperti per dare l'idea che stessimo studiando, e uno di noi davanti all'apparecchio, pronto per spegnerlo alla bisogna.
Infatti, la mamma di Giulio, con la scusa di portarci la merenda, bussava spessissimo, temendo chissà quali visioni... ma non erano porno i nostri VHS: erano i film di Fantozzi.
Per anni non l'abbiamo mai detto a nessuno, figuriamoci: anziché farci i pipponi davanti a Moana o la Lothar, noi ci sparavamo tonnellate di Fantozzi, Fracchia, la Mazzamauro, Filini, lo schfilatino, la scritta sul cielo, la cagata pazzesca...
Poi, è ovvio, un bel giorno - chi prima, chi poi - abbiamo scoperto l'eros... e le avventure di Fantozzi sono diventate un ricordo.
Qualche lustro dopo, lavorando per Piero Angela, mi ritrovai Paolo Villaggio davanti la redazione di Quark mentre passeggiava per fatti suoi, con quei tuniconi enormi che indossava con classe. Non sapevo cosa dirgli, non aveva senso dirgli qualcosa. Lo seguii con lo sguardo, con affetto e devozione, commuovendomi un bel po', convinto che anche lui conoscesse quel nostro segreto così casto.
So long, Paolo Villaggio... avevi ragione tu: "La corazzata Potëmkin è una cagata pazzesca"; ma anche il resto non è da meno.

giovedì 18 maggio 2017

Times are gone for honest men, dear Chris Cornell

Maggio 1995, sono chiuso in un ospedale: ne avrò per cinque mesi pressoché consecutivi. Siamo gli unici quattro malati di tutto il padiglione con problemi veri e seri di salute. Tra noi c'è un'intesa spontanea, quasi cameratesca.
Uno di questi è un giovanissimo bassista hard rock: ascolta la musica dal suo walkman ad altissimo volute, addirittura con le cuffie senza spugne, "perché voglio sentire tutto".

Mentre parla e straparla, da quel walkman parte
Stuttering, cold and damp
Steal the warm wind tired friend
Times are gone for honest men
And sometimes far too long for snakes
In my shoes, a walking sleep
And my youth I pray to keep
Heaven sent hell away
No one sings like you anymore
Black hole sun
Won't you come
And wash away the rain
Black hole sun
Won't you come
Won't you come
È il mio primo incontro con Chris Cornell.
Uomo di rara bellezza e di incredibile vocalità, era tra i pochi rappresentanti del cosiddetto grunge ad essere uscito bene dal "copia-e-scopiazza Neil Young": proponeva, cioè, una musica che sapeva rispettare quella del passato e nel contempo indicare nuovi orizzonti sonori.
Coraggioso, arguto, sensibile, forse cinico, col suo Euphoria Morning mi aprì l'anima, ci entrò dentro e ci sguazzò per mesi, senza mai farmi male, ma lasciandomi un languore e una nostaglia-del-non-so-cosa che ancora oggi sento vibrare in qualche antro nascosto della mia coscienza.
Chris Cornell sapeva essere violento, seducente, sensibile, assoluto, intimo e popolare. E insieme a Live And Let Die dei Wings, il suo opening di Casino Royale resta tra i più devastanti che abbia mai aperto le gesta di 007.

Se l'altro anno abbiamo perso un padre, anzi IL padre, David Bowie; quest'anno è venuto a mancare un fratello.
So long Chris Cornell

giovedì 4 maggio 2017

sweet funny Valentino Parlato

Ventiquattro anni fa, la mia primissima esperienza Rai: Prima Pagina, Radio3. Sveglia presto, una diretta di un'ora abbondante, giornalisti diversi ogni settimana, un banco di prova emotivo e professionale probante.
Ma io mi divertivo un mondo. Spesso facevo il regista, ogni giorno rubavo con gli occhi le professionalità che mi circondavano: tecnici, registi, speaker, funzionari, ma soprattutto loro, i giornalisti ospiti; una turnazione di uno a settimana... abbastanza per poterci parlare, addirittura raccogliere confidenze, segreti, intuizioni.
Certo, diciamolo chiaramente: il giornalista medio italiano non è proprio simpatico e disponibile; ma ero abbastanza giovane da passare sopra certe cafonaggini sesquipedali, per concentrarmi invece sulla professione. E poi di gente bella ogni tanto ne passava: Valentino Parlato fu uno di questi.

Fumatore accanito, uomo dotto e disponibile, elargiva sapienza e cortesia con impagabile umiltà. Ascoltava tutti e con tutti apriva la sua casa mentale. Nel giro di pochissimi minuti ti faceva sentire a casa, sempre pronto a seguire le tue parole
con la testa leggermente inclinata da una parte, sempre in compagnia delle sue sigarette, sicuro che il suo comunismo dal volto umano fosse veramente l'unica via per ottenere diritti e benessere per tutti.
Valentino Parlato sapeva stare alla radio, sapeva gestire i momenti difficili e sapeva come obbedire alle nostre richieste dalla regia. Ogni ascoltatore era prezioso e unico: a lui dedicava tutto se stesso, prendendo appunti mentali e instaurando un dialogo che seppur fugace era la prova che ogni confronto è possibile, se solo ci fosse umanità da ambedue le parti.
Dei tre miei anni a Prima Pagina l'ho incontrato ogni volta, e ogni volta sembrava ricordarsi di me, dandomi un'importanza assoluta, come la dava a chiunque, facendolo sentire unico e irripetibile. C'era una sorta di cristianità di fondo nei suoi modi, quella che noi atei vorremmo fosse la vera cristianità, che mai ho incontrato invece nei cattolici veri o presunti.
Poi l'ho perso di vista. Giusto una volta l'ho salutato al volo mentre percorrevo il "suo" Rione Monti.
Un bel giorno, 17 anni fa ho avuto la possibilità di lavorare brevemente con Matteo, suo figlio. Certo, ci frequentammo poco - a causa di una sua frattura che lo tenne lontano dai comuni uffici. Una volta gli dissi che gli volevo bene a Matteo, d'istinto; perché essere figlio di quel padre lo raccomandava automaticamente. Il verbo era inappropriato, ovviamente; e infatti Matteo mi guardò strano.
Però era così, ed è così: comunista mangiabambini o no che fosse, Valentino Parlato era un uomo giusto, buono, attento e civile.

C'è un aggettivo che generalmente le donne usano per gli uomini (raramente accade il contrario): "dolce". Ecco, Valentino Parlato era un uomo dolce, dolcissimo. E mi dispiace che sia morto. Tanto.

mercoledì 29 marzo 2017

la tetra tetralogia di Keith Jarrett

Registrato nel 1996, questo A Multitude Of Angels è la testimonianza delle ultime improvvisazioni pianistiche lunghe di Keith Jarrett, perlomeno sul piano autobiografico. È per primo Jarrett, infatti, a precisare che considera questi quattro concerti italiani come l'ideale termine delle sue anabasi per piano e cervello. 
E già: piano e cervello.
Il pregio di Keith Jarrett è sempre stato anche il suo difetto: suona per se stesso. 

Non pretendo che ammicchi verso il pubblico - proprio lui, poi!, o che si esibisca in qualcosa di dissimulatamente commerciale; pretendo, però, che si renda conto che sperimentare e improvvisare siano due ambiti diversi, che possono - e devono - incontrarsi, ma che devono anche sapere quando uno dovrebbe cedere totalmente il posto all'altro, ponendo la parola fine ben prima di annientare l'ultimo degli ascoltatori più fedeli.
Insomma, ogni tanto, caro Jarrett potresti suonare almeno per la musica, magari senza avere il cuore cementificato da pulviscoli cerebrali? Del resto, se in inglese si usa dire giocare la musica, ci sarà pure un motivo. 
La ipercelebrazione di questi quattro cd, insomma, risente molto dello sdoganamento in automatico che qualsiasi cosa faccia Jarrett sia buona.
Non siamo di fronte al free jazz più esasperante, come nemmeno ai Concerti di Colonia o Paris Concert o Vienna; ma neanche possiamo parlare di capolavori miliari o di opere di riferimento assolute.

Questa è una collezione per jarrettiani indomiti, molto indomiti, con pochi e radi momenti sublimi. Anzi, in alcuni momenti si ha l'impressione di essere di fronte a un Jarrett che voglia volutamente scimmiottare se stesso (Modena) o buttarla in caciara (Ferrara).
Una parte di me soffre a scrivere così duramente, perché già sa che alla fine amerò pure questa tetralogia, magari dopo il centesimo ascolto. Però tenetevi strette queste considerazioni, prima di spendere quasi 40 euro!


giovedì 16 marzo 2017

Questa sera canta Adriano Aragozzini

Lo confesso: non avendo molto a cuore la canzone italiana, ho comprato questo libro per puro gusto del pettegolezzo. Conoscendo di fama Adriano Aragozzini, e immaginando in quale mondo si fosse mosso, mi volevo divertire alle spalle del mio passato e di tutti quelli che hanno dagli "anta" in su.
Ebbene, nonostante una scrittura semplice e lineare, mi sono divertito. Anzi, ho conosciuto a fondo un mondo e una dimensione artistica italiani che ormai non esistono più. 
Aragozzini e i suoi artisti sembrano quasi dei dinosauri rispetto agli impresari e agli artisti di oggi. Però sapevano improvvisare e creare dal nulla un'Italia nuova, ancora giovane e ferita, ma che aveva voglia di divertirsi e di osare.
E la cosa più curiosa, a proposito di "osare", è che questa uscita libraria è edita da La nave di Teseo, una casa editrice figlia dell'intelletto di personaggi come Umberto Eco ed Elisabetta Sgarbi.
Insomma, Questa sera canto io è un libro agile e veloce che merita una lettura attenta e partecipata.