giovedì 17 luglio 2014

Lone Survivor, un film propedeutico

Attenzione, se volete vedere il film, non andate oltre: nel testo troverete SPOILER in quantità.
Mia moglie ed io lo abbiamo affrontato come fosse un "semplice" film di guerra, di quelli da cervello all'ammasso, pizza, birra e teste ciondosonnolanti dopo mezz'ora.
E, invece, è un film che merita: per le scene d'azione, per l'ottima regia, per il suono e per la fotografia (eccellente, direi: mai una sbavatura). E per un paio di risvolti della trama.
I nostri quattro eroi cazzutissimi (dei SEAL, figuriamoci) devono uccidere un cattivissimo terrorista talebano, infognato tra montagne aguzze e territori infidi. Durante la missione, però, si imbattono in alcuni pastori e sono costretti a imprigionarli.
La missione, quindi, già sta scricchiolando.
Eppure, una soluzione ci sarebbe: tenerli legati fino a omicidio avvenuto, oppure - peggio ancora - farli secchi lì sul posto. I quattro confabulano animosamente, finché non arrivano all'unica soluzione sconsigliabile, la più umana però: li liberano! E li liberano perché i prigionieri non sono soldati, non sono guerriglieri, non sono nemici: sono civili, inermi, e come tali vanno considerati.
E sarà proprio quel gesto a regalarci la seconda parte del film, la più avventurosa, dolorosa e portatrice di morte. Perché i tipi liberati corrono verso il villaggio e avvertono il cattivissimo che immediatamente intraprende una ferocissima caccia ai nostri cazzutissimi SEAL.
Sparatorie, fughe, salti nel vuoto (schiantandosi contro rocce irregolari), e poi di nuovo sparatorie, fughe e altri salti contro altre rocce.
Il dolore visto (e udito) sveglia anche lo spettatore più sbronzo, e le sequenze si susseguono senza tregua, regalando dell'ottimo cinema di azione e anche tanti interrogativi...
Soccorsi? Impossibili. 
E quelli che ci provano, vengono abbattuti senza pietà.
Dei quattro, ne resta vivo soltanto uno, e non certo sano e potenzialmente pericoloso: si regge in piedi a stento, è ferito gravemente in più parti, moralmente abbattuto dalla morte di tanti compagni, ha un ginocchio seriamente provato, sangue ovunque... finché al limitare di un lago di montagna incontra alcuni pashtun.
La paura assale sia il nostro SEAL che l'innocuo pashtun: la differenza di lingua crea distanze che la vista di una pistola amplifica a dismisura.
Alla fine, e però, il pashtun accoglie in casa propria il SEAL, lo soccorre, gli pulisce le ferite, lo aiuta in tutti i possibili modi. Ma soprattutto lo protegge dai talebani accorsi sul posto. Ma come? Si sparano tra afgani a causa di un prigioniero nemico? Proprio così.
Perché il nostro pashtun sta rispettando l'antichissimo codice del Pashtunwali, che tra i suoi millenari precetti prevede l'obbligo di tutelare un ospite sopra ogni altra cosa, anche quando è nemico: bisogna dargli asilo, curarlo e proteggerlo contro chiunque voglia aggredirlo, costi quello che costi.
Insomma, la parabola del ciò che si semina poi si raccoglie, qui si manifesta in tutta la sua lineare semplicità. 
E pensare che la trama si basa su una storia vera. 
E pensare che io non so quanti di noi avrebbero fatto come i quattro militari o come l'audace pashtun.

mercoledì 9 luglio 2014

alle spalle del caso Boffo

Premessa necessaria e (in)sufficiente.
Ogni sera, prima della trasmissione attesa, su una delle reti Rai va in onda una collanina di gag dal titolo LOL. Ricordano un po' quelle che subiamo in aereo: sono brevi, a senso compiuto e senza bisogno di doppiaggio o traduzione. I gusti son gusti: alcune funzionano; troppe, sono così; altre, veramente penose.
Chiaramente contrarie ad ogni forma di politically correct, colpiscono molti luoghi comuni andando spesso oltre il buon gusto. Naturalmente nessuno ha detto nulla contro certe esagerazioni, almeno finché uno sketch è andato in mezzo all'ultima cena facendo fare la figura del gay a un improbabile Gesù Cristo.
Una massa di ipocriti si è scatenata contro la Rai tacciandola di blasfemia. Mai nessuno, però, che abbia detto qualcosa in difesa di neri, donne, bimbi e... vittime di incidenti aerei, pretesti altrettanto costanti di siffatte gag.
Già una cosa del genere dovrebbe far rifletttere su molte cose. Ma vorrei andare un po' più in là.
Sembra, infatti, che il caso Boffo sia stata una patacca costruita ad arte da alcuni berlusconidi per delegittimare l'allora direttore di un importantissimo periodico cristiano... dico, avete letto cosa ho scritto? Per delegittimare qualcuno basta solo dargli del "frocio"? Ma siamo pazzi!? Che razza di società siamo se ci basiamo su questi parametri? Si viene delegittimati perché veri o presunti "froci" e poi si accettano larghe intese con un truffatore (chiamandole impropriamente "Patto del Nazareno"; quando si dice i nomi, eh)?
Ma la cosa più grave è che se n'è parlato sempre in termini di onorabilità, come se l'essere o no "froci" - o l'essere indicati come tali - fosse una pietra paradigmatica. E la cosa più grave non è tanto la patacca - che dimostra comunque la pochezza dell'Ordine dei Giornalisti che non sta agendo in alcun modo - ma che a suo tempo tutti i giornali (filo o antiberlusconiani) abbiano insistito su quel tasto, favorendo di fatto l'isolamento psicologico ed intellettuale di Boffo! 
E adesso? Adesso nessuno sta provando a rimettere a posto così tanta cacca!
Oddio, ho detto "cacca"! Chiedo scusa alle facce come il culo...

lunedì 7 luglio 2014

chiediti chi erano Crosby, Stills, Nash (& Young)

Ho letteralmente divorato questo "Wild tales. La mia vita rock'n'roll" di Graham Nash, godibile autobiografia, ma soprattutto ritratto a tutto tondo di un'epoca musicale irripetibile, inarrivabile e inestimabile.
Oltretutto, il nostro è tra i pochi fortunati ad aver fatto parte in primissima persona sia del panorama rock inglese che di quello americano, in egual misura, mietendo successi e consensi in ambedue le terre e seminando uno stile e un approccio ancora oggi validi e moderni.
Un viaggio, insomma, privo di sovrastrutture, ricco di aneddoti mai fini a se stessi, con ritratti onesti e mai livorosi di (quasi) tutti i nomi più importanti di ambedue le realtà musicali del periodo.
Purtroppo l'edizione italiana è tradotta coi piedi e manca totalmente di un indice analitico oltreché di una discografia più o meno parziale. È un difetto che ho riscontrato in quasi tutte le (auto)biografie musicali di questi anni, forse perché si pensa che il lettore debba per forza connettersi per trovare una precisa discografia online, forse per risparmiare i costi su un sedicesimo in più... ma resta comunque una grave lacuna.
Fatto sta che per ricostruire le peculiarità di una specifica canzone o di un intero lp (ancora esistevano gli lp!), dovrete armarvi di penna/evidenziatore per ricostruirvi un vostro personalissimo indice. Ne vale la pena.
Tempo fa avevo letto anche l'autobiografia di Neil Young, scontroso e ombroso sempre e ovunque. Onestamente, mi sembra meno genuina di questa, e comunque poco edificante.
Se insomma avete voglia di conoscere un'America che non c'è più, un modo di fare musica umano e tutt'altro che prefabbricato... questo è il libro che fa per voi.

martedì 1 luglio 2014

se finiscono i blog

Giusto ieri non so quale prestigioso periodico britannico annunciava di voler chiudere definitivamente i blog dei suoi giornalisti più prestigiosi. Il tweet di chi riportava la notizia si domandava "È la fine dei blog?", garantendo poi l'inutile considerazione di un esperto che capisce di blog come io di geofisica afgana.
Fatto sta che in un certo senso si ha l'impressione che i blog possano terminare la loro strada se decidiamo di dare loro uno scopo ben preciso; altrimenti, è un gioco che vale nulla.
Però è anche vero che la gente non legge. 
Non è poi che l'arrivo del web 2.0 abbia automaticamente comportato l'aumento di lettori: chi legge assiduamente non ha certo bisogno del web.
Quindi, se non aumenta il numero di lettori, che senso ha un blog? È un modo come un altro per menarcela tra noi? È una riproposizione dell'antico rito della lettura trasversale, quando cioè nel libro della biblioteca trovavi gli appunti maleducati di chi rimandava a questo o quel saggio?
Credo che il discorso vada spostato su un altro piano, quello della profondità. E qui viene fuori la nota dolente: dal giornalismo simil blog in stile ilPost alla semplice fisionomia di un tweet si sta verificando una trasformazione dell'informazione che anziché informare fornisce solo la notizia (peraltro tutta da verificare), dove si sceglie chi seguire (e a chi affidarsi) solo in base a simpatia, intuizioni, deduzioni... e non certo in base all'attendibilità.
Provate voi - perfetti sconosciuti - a riferire una qualsiasi informazione che possa anche essere notizia, e vedrete che non avrà eco alcuna. Guardate poi come si pongono coloro i quali hanno invece visibilità e scoprirete vostro malgrado che la loro forma è assillante e la notizia preponderante; in tutta la sua non verificabilità, peraltro.
In questo momento sta vincendo questo modo di non approfondire e di non documentare. Sta vincendo, cioè, la superficie. Anziché indicare qualcosa, il giornalismo/bloggismo tweet è diventato la cosa, generando di fatto l'equivoco che bastino 140 caratteri per raccontare (faziosamente) il mondo.
Ebbene, il paradosso sta tutto qui: o ci accontentiamo della sintesi, del nulla, della mancanza di accuratezza, o ci difendiamo in qualche modo.
Se il terreno è quello 2.0, ci è rimasto ancora il blog. Altrimenti, sempre meglio una bella passeggiata in biblioteca.

martedì 24 giugno 2014

non fidarsi più di Repubblica dopo il caso Rai Way

E così è passato sotto silenzio l'ennesimo sgarbo di Renzi: Ballarò finisce oggi anziché il 7 luglio, perché si dice che il Matteo Nazionale non abbia gradito le ultime uscite di Crozza.
Cosa ancora più avvilente è che quando ci fu l'editto bulgaro di Berlusconi, Repubblica scassò i coglioni per anni; adesso se ne sta zitta zitta buona buona a scialare moralismi da quattro soldi pur di ottenere quanto è sulla bocca di tutti (ma omertosi) e che - finalmente - solo ieri abbiamo scoperto anche su Affari&Finanza, l'inserto pseudoeconomico del lunedì.
La frase è buttata là, e la capiscono in pochi; ma almeno è una vaga, rada e timida ammissione di correità. Al Gruppo di De Benedetti conviene lo sbriciolamento di Rai Way, e non certo per paternalismi affettuosi che auspicano un ben più roseo destino della Rai.
Incidentalmente, fa impressione che lo sbriciolamento di Rai Way metta d'accordo Mediaset e Repubblica, quasi si fossero dimenticati di quante volte si sono picchiati tra loro, anche in tribunale.
 
La prossima disponibilità delle Torri Rai - finora disponibili soltanto per la trasmissione della Tv pubblica - potrebbe rappresentare la soluzione a questo problema, in una situazione in cui il valore aggiunto della società degli impianti della Tv di Stato, guidata dall'ad Stefano Ciccotti, è proprio quello di essere diffusi in modo capillare sul territorio. Questa soluzione, inoltre, sarebbe utile per aggirare il fatto che il mercato delle emittenti nazionali sembrerebbe al momento sostanzialmente saturo, dopo che EiTowers ha siglato l’accordo con Urbano Cairo per gestire la nuova frequenza in via di acquisizione dell’editore di La7, e mentre Timb si rafforza grazie all’accordo con il gruppo Espresso e stringe l’accordo con Sky per la messa in onda di 5 nuovi canali della società di Rupert Murdoch sul digitale terrestre.
 
Ben prima di questa lettura (di cui onestamente non avevo bisogno per le mie conferme), mi ero permesso di scrivere alla redazione di Repubblica, con cui condivido una lunga frequentazione epistolare: per anni, ormai, avevano pubblicato le mie missive. C'era una sorta di simpatia reciproca: nel passato avevo anche avuto scambi privati, persino con Augias in persona. 
Fatto sta che io non mi fido più di Repubblica, e vi invito a riflettere.

Quasi mi divertivo: ogni tanto vi scrivevo, e spesso mi avete pubblicato.
Tenevo un occhio distante dalle cose vere, perché ho sempre ritenuto il compromesso una strada necessaria per sopravvivere; e un giornale come il vostro, deve comunque sopravvivere.
Ma un conto è sopravvivere per necessità, un conto è farlo per interesse.
E allora il vostro moralismo strisciante (tipo le sbomballate del fariseo Serra, per prendere quello più evidente), il vostro ritenervi gli unici a raccontare la verità, mi sono suonati un po' falsi e un bel po' disonesti, intellettualmente disonesti.
Io so la verità sulla manovra di Renzi contro la Rai. E non perché sia dio sceso in terra, ma perché vedo cosa accade e cosa vuole fare Renzi e quanto sia vero e falso rispetto allo stato di necessità e a quello del compromesso.
E allora mi sono sentito tradito, come lettore prima ancora che come professionista.
Ho visto in voi le conventicole, il familismo peggiore, i sofrismi e i sofismi, e tanta amarezza nel capire che in fondo Repubblica non è così diverso da chi critica. Solo più "carino": ma non mi basta più.
No, non è tanto il fatto che siate entrati a casa "mia": è che proprio sapendo di cosa parliamo, ho potuto misurare la vera verità e la vostra malafede. È come se fosse scattato qualcosa, è come se vedessi una donna che ho amato ma che so che mi ha tradito.
E allora, proprio per questo, non passa giorno ormai in cui non mi chieda chissà quante altre volte è accaduto su argomenti di cui non avevo contezza.

lunedì 23 giugno 2014

Rai Commerciale, cosa è? Perché ha l'aria di un suicidio preventivo?

Rai Commerciale: Una operazione da respingere

Con l'incontro di giovedì, 19 giugno, si sono interrotte le trattative sulla costituzione di Rai Commerciale attraverso la cessione di ramo d’azienda di Rai e la cessione di ramo d’azienda da Rai Net verso Rai.
L’azienda si è resa indisponibile a tutte le richieste sindacali:
1) non ha accettato di spostare la procedura per consentire, come è stato richiesto formalmente, un incontro preventivo sul Piano Industriale alla presenza del Direttore Generale.
Condizione imprescindibile per i sindacati che, nella situazione data (sottrazione dal canone di 150 milioni di euro), sono fortemente preoccupati per la tenuta del Gruppo e per qualsiasi operazione che esponga i lavoratori o settori aziendali alla cessione.
2) Non si è detta disponibile ad attivare procedure di adesione volontaristica dei lavoratori alla nuova azienda.
3) Non ha dato disponibilità, ultimo tentativo sindacale di conciliare le esigenze delle parti, a inserire una clausola di salvaguardia per i lavoratori (rientro volontaristico in Rai) in caso di vendita all’esterno di una quota (1%) di Rai Commerciale ai privati o a terzi.


Tale richiesta nasceva dalla preoccupazione, fortissima anche nell’assemblea svoltasi il 19 mattina, che la nuova azienda, oggi controllata 100% Rai (come Rai Way), col nuovo Piano Industriale potesse essere ceduta a soggetti terzi o addirittura al controllo dei privati.


Durante la discussione sono usciti fuori una serie di ragionamenti, presente anche il nuovo Amministratore Delegato di Rai Commerciale, che hanno segnato con più profondità le distanze tra azienda e sindacati.
1) Rai Commerciale non avrà una convenzione con Rai che preveda la copertura economica della Capogruppo per sostenere l’equilibrio dei costi. Sarà la stessa Rai Commerciale che attraverso la propria attività realizzerà utili per il proprio sostentamento economico, con un contratto di servizio che stabilisce le quantità da rimettere a Rai a seconda delle diverse attività commerciali.
Questo significa che Rai Commerciale dovrà autosostenersi sulla base di una attività commerciale legata essenzialmente ai contenuti prodotti dalla capogruppo e alle convenzioni!!!
2) Le convenzioni con enti dello stato: ministeri, presidenza del consiglio, regioni, comuni, province etc sono l’altro elemento che preoccupa. Queste entrate, infatti, afferiscono direttamente all’attività di servizio pubblico. La domanda conseguente è, se Rai
Commerciale non sarà a totale controllo pubblico successivamente alla cessione, le convezioni potranno rimanere tra le sue attività?
Su questo tema ci sono dubbi di legittimità, ed avendo la direzione commerciale, oggi, entrate da convenzione per circa metà del “proprio fatturato” , si potrà ben capire da dove nascono i dubbi sindacali a sostenere un processo di cessione così stabilito.
3) L’azienda ha poi affermato che tale progetto porterà Rai Commerciale ad essere un asset fondamentale dell’attività della Rai, tanto da far ipotizzare per i lavoratori che ne faranno parte incentivi e premialità discrezionali dell'azienda.

Davanti a questa serie di dubbi e di indisponibilità aziendali le scriventi OO.SS. hanno scelto, in data odierna, di non sottoscrivere l’Accordo.
La mancata firma non impedisce alla Rai di procedere nella cessione.
E' nelle prerogative aziendali estendere le garanzie individuali di rientro nella capogruppo, in linea con quanto si è definito in accordi precedenti che riguardavano la costituzione di aziende controllate (eviti, la Rai, di utilizzare tale argomento come ricatto nei confronti delle organizzazioni sindacali).
E' prerogativa del sindacato assistere i lavoratori e verificare che le procedure siano state attuate correttamente, anche verificando se sussistono realmente i termini per una cessione di ramo d’azienda.
Nei prossimi giorni verificheremo la situazione e svolgeremo assemblee con i lavoratori interessati.


Roma, 20 giugno 2014
Le Segreterie Nazionali
Slc Cgil Uilcom Uil Ugl Telecomunicazioni Snater Libersind-ConFsal


martedì 17 giugno 2014

contro la #Rai la coerenza dei giornalisti

Ricordate Francesco Merlo, l'omino frustrato che da Repubblica gettò fiele e fango contro i dipendenti Rai? Ebbene, ha le palle così flosce che in questi giorni sta sputando le sue sentenze dai microfoni di Prima Pagina. Già, una trasmissione della Rai. Coerente, no? Se aveva bisogno di soldi, bastava chiederlo: qui alla Rai siamo molto solidali con i poveri di spirito.
Qui di seguito un simpatico comunicato dei sindacati uniti contro il comportamento specioso e poco professionale dei giornalisti della Rai.
Evidentemente, il giornalista italiano non è assimilabile a quella che crediamo debba essere la sua professione.



I lavoratori RAI vogliono rispetto!

Inaccettabile la posizione delle testate giornalistiche e dell’editore che, nei telegiornali dell’11 Giugno 2014 andati in onda in forma ridotta, invece di dare completa notizia delle motivazioni dello sciopero del 75% dei lavoratori della RAI assieme ad alcuni giornalisti (presenti nelle 21 piazze d’Italia in difesa del servizio pubblico radiotelevisivo e dei livelli occupazionali), hanno comunicato agli utenti di radio e tv le motivazioni per le quali l’UsigRai ha scelto repentinamente di sfilarsi dallo sciopero dopo averlo spinto ad arte, addirittura criticando chi ha mantenuto lo sciopero.

Con tale sistema la vera notizia è passata solo parzialmente e per volontà dei singoli Cdr o giornalisti.

La RAI non è dell’Usigrai!

I lavoratori RAI, a differenza dell’USIGRAI, hanno dato prova di esserci e di tenere all’azienda ed al suo futuro.

I lavoratori RAI sono scesi in sciopero in massa in difesa del presidio territoriale e della diffusione dell’informazione capillare che solo il servizio pubblico potrà garantire.

I lavoratori RAI non hanno ben capito cosa il Governo e/o la Rai avrebbe garantito all’USIGRAI, ma sanno leggere e comprendere ciò che è scritto nel DL 66/2014 che oggi verrà convertito in Legge (con voto di fiducia). Verba volant, scripta manent.

I lavoratori RAI hanno ascoltato e ben compreso quanto i membri del CDA RAI hanno dichiarato in Commissione di Vigilanza Rai fino a ieri e non sono certo affermazioni tranquillizzanti.

Come OO.SS. chiediamo un chiarimento all’editore rispetto all’accaduto e alle modalità con cui l’UsigRai ha lanciato una comunicazione propria durate una iniziativa di lotta di altri sindacati.

Roma, 17 giugno 2014
Le Segreterie Nazionali
Slc Cgil Uilcom Uil Ugl Telecomunicazioni Snater Libersind-ConFsal