30 maggio 2013

bella ciao, e grazie di tutto

C'era un veto sul suo nome, e non potevo mandarla in onda, nonostante la radio non avesse - e non abbia - così eco come la televisione. Vent'anni fa, circa.
Le dico "guardi a me hanno detto di non mandarla in onda..."; "come sarebbe a dire, mi scusi?"; non so perché, ma mi alzo in piedi "... aspetti, stavo per dirle che comunque la mando in onda..."; "ma non vorrei che per causa mia avesse dei problemi"; "di problemi ne avrei con la mia coscienza"... e la mano in onda.
Dopo qualche giorno, ritelefona e chiede di me: "Alessandro, tutto bene?"; "sembra di sì, ma anche se fosse non si preoccupi"; "puoi darmi del tu, ti va?". 
Avevo un'amica nuova.
Un anno dopo, sono assistente di una trasmissione di servizio, e mando in onda una signora che ha subìto un bruttissimo torto da un'università privata, gestita da un prepotentone. Ne segue un gran casino. La dirigente di allora non vuole più saperne di avere a che fare con me. Come se svolgere servizio pubblico significhi accontentare i prepotenti. I fighetti di allora, e i sindacati, non muovono un dito in mia difesa.
Non so come, Franca lo viene a sapere e mi chiama: "posso fare qualcosa?"; "la tua telefonata è già di gran conforto". Dopodiché, non riesco più a trovare contratti alla radio, e me la cavo solo con una conduzione di qualche mese.
Qualche mese dopo la salute, di nuovo!, peggiora, e lei mi chiama sul cellulare per sapere come sto.
Passa qualche anno, e qualcuno a casa sua vince il Nobel. Ho il suo vecchio numero di cellulare, e la chiamo per congratularmi. Risponde una giovane voce maschile che mi dice "grazie, ma adesso è impossibile parlare con lui". 
Dopo un mese circa, lei mi telefona: "grazie per averci chiamato"...


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