12 febbraio 2021

CHICK COREA, il sorriso del genio

Non è facile salutare amici così irripetibili. Chick Corea ha segnato la mia vita musicale - e non solo - con una serie infinita di appuntamenti, sempre puntuali, sempre di assoluta qualità.
Il mio primo incontro col suo pianoforte accade quasi per caso: uno dei fidanzati più commoventi di una delle mie sorelle mi registrò su nastro l'intero "Romantic Warrior" (1976), un capolavoro jazz-rock in cui, oltre a Corea, figuravano: Al Di Meola, alle chitarre; Stanley Clarke, ai bassi; Lenny White, batteria e percussioni. 
Un'iradiddio di LP da cui spicca proprio l'omonimo brano in cui ognuno dei musicisti tira fuori l'anima; Corea sfoggia un assolo di pianoforte che ci riporta indietro ai riti tribali.
Mi ero innamorato all'istante, specie tenendo conto che nella mia totale ignoranza di allora credevo di avere a che fare con un musicista progressive. Matto com'ero, iniziai a comprarmi tutta la sua discografia; di lì a pochissimo, compresi che avevo a che fare con un musicista di ben altra portata. 
Il secondo lavoro che comprai è a suo nome: il primissimo "Return to Forever" (1972), molto ECM sound, con un approccio quasi brasiliano che ben si diluisce tra accenni di Debussy, Ravel, Liszt. La mia preferita resta "La Fiesta", ovviamente.
Con lui, oltre al fidato Clarke, abbiamo Flora Purim (voce e percussioni), Airto Moreira (batteria percussioni) e Joe Farrell, flautista e sassofonista, cui nel 1986 Corea dedicherà questa raffica di note ddda paura: "Got a Match?". 
Già, gli anni 80 di Corea sono all'insegna di una fusion mostruosamente tirata, ricca di tecnicismi e di scoperte musicali che lasceranno il segno: Dave Weckl (batteria e percussioni) e John Patitucci (bassista) gli devono molto. 
E quel gruppo, Elektric Band, tirerà fuori dal cilindro almeno un altro capolavoro ben che duraturo: "Eternal Child" (1988), decisamente commovente.
Erano gli anni in cui ascoltavo ogni possibile lavoro senza preconcetto alcuno, e Corea era sempre in agenda: come non ricordare l'intimissimo "Children's Songs" (1971), splendidi "esercizi" per solo pianoforte (completati nel 1983), di cui mi innamorerò perdutamente, specie del numero 6 che poi diventerà  "Song to the Pharoah Kings" (1974).
Oppure la delizia dei vari lavori con Gary Burton (1972 e 1979).
O le cose più commerciali - sempre con i Return to Forever, o quelle cupocerebrali con i Circle (1970), o quelle classicheggianti con Steve Kujala (1985), o quelle allegrissime come "My Spanish Heart" (1976), di cui vi suggerisco l'omonimo breve crescendum per piano e voce, che magari stucca ma che alla fine piace proprio perché pieno di sculture così pacchiane. Ma è un LP che nasconde molte altre cose belle, per carità.
Io adoro "Touchstone" (1982), in cui si cimenta in pezzi bellissimi, anche in compagnia di Paco De Lucia (qui in un'improvvisazione dal vivo).
Adoro anche "The Song of Singing" (1970) che credo di aver ascoltato integralmente solo io (è un free jazz senza punto di riferimento alcuno). Adoro "Again and Again" (1983), "Piano Improvisations 1 e 2" (1971), "An Evening with Herbie Hancock" (1978, il mio primo DVD), "The Meeting" con Gulda (1983).
È che Corea era bravissimo, profondissimo e leggerissimo. 
Non era né tetro né serioso. 
Non scatenava battaglie o rancori. 
La musica era il vestito del suo sorriso, di quelle mani così capaci di scalare gli spartiti, solcare i mari delle pause, disegnare gli astri che puntellano la notte.
Era veramente un artista fondamentale, di quelli che ti mancano subito, senza requie, senza pausa, senza possibilità alcuna di pensare che è stato un brutto sogno e domani tornerà a celebrare musica con quella gioia che sprizza tra quelle mille rughe.
Ho sempre adorato "Spain" (1973) in tutte le sue possibili versioni (come questa di Stevie Wonder o questa di Al Jarreau).
Ma mi piace salutarlo con questa versione pacioccona di "Armando's Rhumba", insieme a Bobby McFerrin (1990): c'è tutto quello che Chick Corea ha provato a indicarci, tutto.


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