06 novembre 2026

L'ETÀ DEL MALCONTENTO di Thomas Chatterton Williams (Mondadori)

La vittoria elettorale negli USA non è “nostra”. Inutile girarci intorno: la sinistra statunitense non è paragonabile a quella europea, men che meno a quella italiana (men che meno agli intenti geopolitici dell’Unione Europea). Eppure, c’è chi ha fatto assimilazioni politiche che francamente trovo ridicole, ma anche irresponsabili. Comunque sia, un evento epocale come queste elezioni americane rischia di distrarci da questioni apparentemente filosofiche che invece riguardano anche il mondo pratico: la democrazia è una perla delicatissima che va protetta costantemente, anche e soprattutto nella nostra quotidianità.

Indipendentemente da questo, stiamo passando un periodo inverosimile - anche inedito, direi; visto che per la prima volta la tecnologia è diventato anche strumento politico. E però, proprio quando bisogna mantenersi duttili e risoluti, abbiamo arretrato il baricentro della nostra modernità: all’ottusità del razzismo, dell’omofobia, del maschilismo, abbiamo contrattaccato con altrettanta ottusità, rendendo ridicole le lotte per l’equità e la parità, banalizzando istanze e motivazioni, usando il ditino giudicante con irritante ipocrisia, mancando per primi alle istanze che pretendiamo di rivendicare.

C’è chi ha sintetizzato tutto questo con la definizione woke, che però nasconde un fenomeno più americano che europeo; anche se sono convinto che ci sia qualcosa in comune con alcuni meccanismi contorti tipici della sinistra europea (Diego Abatantuono lo semplifica in maniera eccellente).

Ho finito di leggere l’ottimo "L'età del malcontento" di Thomas Chatterton Williams: per quanto sia chiaramente orientato verso la cultura e la mentalità USA, offre moltissimi spunti anche per noi italici “al confine dell’Impero” (adoro questa definizione di Umberto Eco).

Libro che si è posto una domanda che per noi italiani ha un sapore molto particolare e attuale: come mai la destra è diventata così reazionaria e intransigente? Libro che mi ha messo di fronte a un’altra domanda che da giorni vive dentro di me come un loop (il loop di Loppi): se la natura di una democrazia è il diritto di parola per chiunque, come può dar voce a chi professa idee antidemocratiche?

Da anni, abbiamo provato a rispondere a questa seconda domanda, praticando soluzioni che anziché rafforzare la democrazia, ha amplificato la forza dei “cattivi” che vogliamo combattere. Altrimenti, perché abbiamo regalato alla destra neofascista il privilegio di eleggere per la prima volta una donna sullo scranno della Presidenza del Consiglio?

Thomas Chatterton Williams sottolinea come il problema non sia ideologico, ma linguistico e tribale: quando un sistema democratico permette a chi vuole smantellarlo di usare gli stessi strumenti di protezione (la libertà di espressione) per svuotarli di senso, la democrazia si trova a subire un'arma di ricatto semantico.

La soluzione teorica indicata dallo scrittore americano non è la censura - che validerebbe la narrazione vittimistica degli estremisti - ma il rifiuto del tribalismo identitario. Dobbiamo smettere di considerare le idee antidemocratiche come "opinioni identitarie" intoccabili, e iniziare a smontarle sul piano fattuale e logico, rifiutando le trappole linguistiche in cui la retorica populista o illiberale costringe il dibattito.

La democrazia, insomma, sopravvive se la maggioranza dei cittadini esercita il proprio senso critico rifiutando la polarizzazione, anziché affidandosi a divieti calati dall'alto che finiscono per alimentare il malcontento.

Però, direte voi, il problema è la gente comune: come ci ricorda quel genio di Ricky Gervais (un comico, pensate un po’), la gente comune non è proprio il massimo della cultura e della capacità analitica. La democrazia, infatti, richiede uno sforzo cognitivo ed etico faticoso, mentre il populismo e l'estremismo offrono scorciatoie identitarie comode e immediate.

Per usare una battuta diffusa, alla gente comune non serve una laurea; semmai, serve una propensione alla ginnastica mentale che persino la scuola e il dibattito pubblico disincentivano in favore del consumo rapido di slogan. Un conto è dimenarsi nel gorgo della complessità dei problemi, un conto è la tentazione di delegare il pensiero a chi urla semplicismi.

Ergo, la destra ha un doppio gioco facile: la mancanza di profondità, l’attuale contesto (anche tecnologico) che impedisce questa profondità.

Lo so: sto di nuovo indugiando nel woke. E allora?

L’ideale, secondo Chatterton, sarebbe spostare il focus del dibattito dai meri valori alle conseguenze pratiche. Invece di discutere se una frase sia o meno discriminatoria, dovremmo chiedere agli elettori di scendere nel concreto. Ad esempio: "Se applichiamo questa misura alla pubblica amministrazione o alla scuola, esattamente come si traduce nella vita di tutti i giorni per i nostri figli o per chi lavora?". Teoricamente, le idee populiste crollerebbero qualora venissero costrette a fare i conti con la logica amministrativa e la realtà materiale.

Certo è che incontrassi l’intransigente nudo e crudo, l'eloquenza o il tentativo di fare una "lezione" logica peggiorerebbero le cose, sembrando di una supponenza intollerabile. Ebbene, con chi non è disposto al dibattito, la strategia di Chatterton Williams suggerisce di cambiare completamente obiettivo: non convincere l'altro in dieci minuti, ma piantare un granello di sabbia nel meccanismo.

Certo, guardando a noi, vien da pensare che il vannacciano non mollerebbe: una prova di dialogo non sussisterebbe in alcun modo. Con certe derive ideologiche non si discute, perché il loro perimetro mentale è impermeabile ai fatti.

La strategia del "granello di sabbia" - o della domanda spiazzante - sono inutili contro l'estremista irrecuperabile. Possono invece funzionare per quella zona grigia di elettori tiepidi che votano di pancia, per rabbia o per fastidio verso il politicamente corretto; ma che se messi di fronte al fanatismo potrebbero prendere le distanze.

Se l'interlocutore è il fanatico puro, insomma, la mossa giusta non è il dialogo (che legittima la sua visione trasformandola in un "dibattito alla pari"), ma la demarcazione netta del confine. Di fronte a questa mediocrità calcolata, l'unica reazione non è argomentare, ma smascherare la loro incoerenza pratica o semplicemente rifiutarsi di legittimarli con la conversazione.

Chatterton Williams non sa dare ricette esaurienti, e anche lui vive questo cortocircuito: da afroamericano liberale, critica ferocemente il tribalismo e il vittimismo identitario della sinistra identitaria, ma nel contempo rifiuta con sdegno il razzismo e l'illiberalismo della destra reazionaria.

Il punto per uscirne non è trovare modi "dissimulati" per difendere le minoranze, ma cambiare piano. Non devi difendere l'ebreo, il nero o il gay in quanto categorie protette da una sensibilità ideologica (il terreno in cui sguazza il wokismo), ma devi difendere la persona, i suoi diritti civili e il principio liberale universale per cui lo Stato non deve ficcare il naso nella vita privata o nell'identità di nessuno.

La vera difesa credibile è tornare al primato dell'individuo: non difendi il gay perché appartiene a una categoria speciale, ma perché ha lo stesso diritto di chiunque altro di vivere la propria vita senza che nessuno rompa le scatole; non difendi l'ebreo per pietismo o sensi di colpa occidentali, ma perché l'antisemitismo è un cancro morale che distrugge la libertà di chiunque.

Quando sposti la difesa sul piano dei principi liberali classici (uguaglianza davanti alla legge, libertà individuale, responsabilità personale), smetti di fare il gioco del wokismo (che divide le persone in tribù) e smonti la retorica della destra (che quelle tribù vuole discriminarle). Non serve dissimulare: serve essere radicalmente coerenti con l'idea che le persone valgono come individui, non come etichette.

Quello di Chatterton sembra sicuramente un élitismo liberale, ma apparentemente concessivo al dialogo con la gente comune o con l’area grigia di cui sopra. La critica al wokismo richiede un livello di astrazione altissimo: devi essere in grado di tenere insieme due concetti complessi - denunciare il settarismo della sinistra identitaria senza fare il gioco della destra reazionaria. È un esercizio di funambolismo politico ed etico che richiede tempo, strumenti critici e una certa sicurezza culturale.

Il liberalismo classico è strutturalmente svantaggiato nella battaglia politica di massa, e la ragione è semplice: la complessità non fa presa sulla pancia delle persone. Il populismo, il wokismo e l'estremismo offrono tutti lo stesso prodotto a basso costo cognitivo: la tribù e il capro espiatorio. Ti dicono esattamente chi è il buono, chi è il cattivo, chi odiare e perché il mondo fa schifo. Ti danno un'identità preconfezionata in cambio della tua adesione emotiva.

La domanda aperta - e forse il vero limite che si prova leggendo il libro - è: come si traduce questo rigore intellettuale in un linguaggio che non sia elitario, senza però scadere nella demagogia?

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